sabato 18 gennaio 2020

" Il boia " di Eduard Limonov, o di come avere successo grazie al sesso sadomaso







“ Il boia “ di Eduard Limonov, edizioni Sandro Teti, è stato scritto dall'autore e pubblicato solo in Francia negli anni '80 e successivamente in Russia, ottenendo uno straordinario successo di vendita. Limonov, come tutti i grandi romanzieri russi, crea un romanzo attorno a un unico personaggio, Oscar, e su un tema essenziale che in questo caso è l’ascesa del protagonista, nella società bene di New York,  grazie al sesso.

L’editore Sandro Teti lo ripropone ora ai lettori italiani: “Il boia”, già dal titolo e dalla copertina inquietante, non è un libro facile da leggere (e nemmeno da digerire). Oscar è un immigrato polacco trentenne che aveva aspirazioni letterarie a cui ha rinunciato senza nemmeno provare a scrivere, e ora vive alla giornata a New York. Quando incontra un ricchissima donna dell’alta società, che lo coinvolge in una relazione sessuale sadomaso, Oscar comprende quale è il suo posto a New York: diventerà il “boia” della donne, utilizzando il sesso sadomaso a pagamento.

Nella sua ascesa repentina nell’upper society, Oscar mette a nudo i vizi e le perversioni di tutti i personaggi che incontra, ma nel frattempo continua a provare gelosia per Natasa, bellissima ragazza russa che vive facendosi mantenere da uomini ricchi. In lui ci sono la vitalità grottesca dell’uomo che si traveste da boia, per infliggere alle sue vittime paganti i più fantasiosi strazi nella carne, che servono a godere di più. La sua trasformazione in uomo ricco e ben vestito non porta però soddisfazione nella sua vita. In fondo rimane sempre l’immigrato polacco Oscar, votato all’autodistruzione, nonostante l’energia che pare trasfondere nelle sue clienti ricchissime, potenti e sofferenti di solitudine.

Eduard Limonov non ci nasconde niente, pare volerci buttare in faccia la realtà più misera e tetra delle persone nelle loro camere da letto. E non lo fa per stupirci o attirare attenzione su un romanzo davvero unico; è come se a ogni passaggio di girone infernale Oscar ci dicesse: vedete, questo è il mondo, questo sono io, ma siete anche voi se solo aveste il coraggio di confessare le vostre inclinazioni perverse.

In sostanza “Il boia“ è un libro antipatico e urtante, come il suo autore, e leggendolo a volte si è tentati dal lasciarlo cadere. Ma il ritmo e lo stile energico impresso da Limonov e la curiosità di vedere come va a finire il protagonista, ci portano fino all’ultima pagina. Un romanzo che non lascia indifferenti e che meritava di essere pubblicato dopo tutti questi anni di oblio.


" Il boia " di Eduard Limonov, Sandro Teti Editore, sono circa 300 pagine avvincenti e malinconiche insieme, che potete trovare sia in versione cartacea sia in ebook su tutti i siti online. Il traduttore del romanzo è Federico Pastore.





Queste recensione è stata scritta originariamente per MilanoNera, e infatti la trovate anche qui:



domenica 5 gennaio 2020

" Anime antiche " di Stefania Convalle, e l'amore che oltrepassa i secoli.





In occasione dell’ultima edizione di Più Libri Più Liberi, a Roma, ho avuto il piacere di conoscere Stefania Convalle, la sua casa editrice Edizioni Convalle e il suo simpatico marito che crea copertine indimenticabili. Quale occasione migliore per acquistare fra le migliaia di libri presenti anche il suo romanzo “ Anime antiche ”? (che indubbiamente mi chiamava, come capirete leggendo fino in fondo).

La prima notazione è che questo romanzo è polifonico, ha più voci narranti, o come direbbe un critico serio, ha vari pdv. I protagonisti infatti sono fondamentalmente quattro: Muriel, Greg, Lorenzo e Luna, quattro personaggi che non potrebbero essere più differenti per provenienza, esperienze di vita e soggettività interiore. Che poi, parlando di provenienza, impossibile comprendere da dove venga realmente Greg, ma non voglio svelare troppo del mistero. 

Ecco, è proprio un’atmosfera misteriosa che avvolge i quattro personaggi che si ritrovano, più volte, a incrociare le loro vite, nel presente e nel passato. Greg è l’unico dei quattro ad avere l’esatta percezione del suo passato e presente, e persino del suo futuro, così come del passato degli altri. Infatti ricorda con intensità e precisione i suoi incontri con Muriel e Lorenzo nelle vite passate. 

Non vorrei che, leggendo fin qui, si pensasse che “ Anime antiche "  sia un romanzo sulla reincarnazione tout court. O meglio, in parte lo è, ma Stefania Convalle descrive con tale delicatezza e con un'indagine psicologica così verosimile tutti i personaggi, che il tema passa in secondo piano.

Per questo il romanzo può essere amato da lettori e lettrici di ogni età e credenza, anche da chi si ritiene molto razionale come la sottoscritta. “ Anime antiche “ sono tutte quelle persone che credono ancora che l’amore leghi in modo indissolubile, e spesso imperscrutabile, il destino di tutti. Sta poi a ciascuno di noi intuire nello sguardo di chi incrociamo, magari anche solo per un attimo, la reminiscenza di un legame passato.

Un romanzo davvero poetico, che si legge in un soffio, e che quasi vorrei avesse un seguito per incontrare ancora quei personaggi ai quali mi sono molto affezionata.



" Anime antiche " di Stefania Convalle, Edizioni Convalle, è un agile romanzo di 212 pagine che trovate in versione cartacea su tutti i siti online o chiedendo direttamente a Stefania!






sabato 28 dicembre 2019

" Cioccolata calda per due " e la storia che si fa Storia.





Nunzia Gionfriddo, l’autrice di questo romanzo, è una mia cara amica, e quando ho acquistato il suo ultimo libro ero comunque perplessa. Non sono un’appassionata di storie d’amore, mentre amo le narrazioni che ci fanno scoprire o comprendere meglio vicende del passato, vicino o lontano.

La lettura di “ Cioccolata calda per due ” ha, fin dalle prime pagine, sciolto i miei dubbi: fra i due protagonisti Florinda e Giovanni nasce sì una storia d’amore, ma che è mediata prima da un rapporto di amicizia fra persone adulte e mature (perché si può essere adulti e non maturi, credetemi). I due s’incontrano perché Florinda sta effettuando delle ricerche storiche sulle vicende drammatiche avvenute nella ex-Jugoslavia, e proprio a Giovanni chiede aiuto in quanto studioso (e coinvolto personalmente, come scopriremo piano piano).

La stima e l’amicizia fra i due si dipana in modo così delicato e affettuoso, che è davvero gradevole leggere le loro vicende personali, e Nunzia Gionfriddo è bravissima nel non cadere mai nel patetico o nel lezioso. Si tratta dell’incontro di due anime affini, ed è bello poter pensare che anche a un’età matura possano sbocciare amori così delicati e intensi nel contempo.

Ma la trama principale del romanzo non è certo la storia d’amore, bensì le ricerche storiche di Florinda, che portano alla luce il passato doloroso di Giovanni, con il quale l’uomo non ha saputo ancora fare i conti. E anche qui l’autrice riesce con molta abilità a entrare nella psicologia maschile del personaggio.

Nunzia Gionfriddo è una cultrice di storia, oltre che di letteratura, e con questo romanzo ci svela molti eventi drammatici che sconvolsero la ex- Jugoslavia, in particolare le vicende legate a Trieste, all’Istria alla Dalmazia e a Fiume. Le violenze dell’esercito guidato da Tito non vengono sottaciute, come capita spesso nei libri di storia, e nemmeno gli esodi a cui furono costretti tutti i popoli coinvolti nella guerra. 

E questa è senz’altro la parte più coinvolgente del romanzo, per chi ama la storia, perché vi si trovano eventi e puntualizzazioni che, appunto, sui libri di storia universitari che anche io ho utilizzato, vengono sottaciuti o sminuiti. Tutti episodi e atmosfere che sono raccontate con estrema precisione da Nunzia Gionfriddo, che ha dalla sua la scrittura agile ma anche la passione storica.

Il filo rosso che unisce la storia d’amore fra Florinda e Giovanni e le vicende storiche, sta proprio nel passato dell’uomo, che ancora non sa se alcune persone a lui care siano ancora vive o meno. 

Non racconto altro, perché il libro va anche letto anche come se fosse un giallo, al quale lentamente viene trovata una soluzione. Florinda e Giovanni sono due personaggi verosimili e ben riusciti, con i quali è stato davvero piacevole prendere una cioccolata calda e sentirli raccontare la loro vita.



" Cioccolata calda per due " di Nunzia Gionfriddo, Pegasus Edition, è un romanzo di 162 pagine scritto con passione e sensibilità: lo potete trovare in versione cartacea nelle librerie e sui maggiori siti di vendita online. 







domenica 22 dicembre 2019

" L'anno dei misteri " di Marco Vichi, o del narrare storie all'interno di un giallo





" L'anno dei misteri " di Marco Vichi prende l’avvio dall’Epifania del 1969, sulle note della finale di Canzonissima con il ritornello della sigla “ zum zum zuuuum zum” che rincorre il lettore per tutto il libro. Il commissario Bordelli è a pochi mesi dalla pensione ma ha un caso insoluto che da anni lo perseguita: un assassino seriale di prostitute che, secondo i suoi calcoli, colpirà di nuovo nel mese di febbraio. A questo si aggiunge un altro caso: l’omicidio, proprio la sera dell’Epifania, di Diletta, una ragazza molto giovane, uccisa dopo essere stata violentata nel suo appartamento. 

Le pagine nelle quali Marco Vichi descrive i genitori della ragazza, anzi i nonni che hanno allevato la ragazza come se fosse figlia loro, dopo la morte della madre, sono sicuramente i più intensi di tutto il romanzo. Ma per arrivare a risolvere sia questo caso di omicidio sia quello dell’assassino di prostitute, occorrerà leggere tutto il romanzo, e quindi perdersi nelle rimembranze del commissario Bordelli, e nella gara di racconti inventati dai suoi amici durante una cena. 

D’altra parte nei romanzi di Vichi spesso l’indagine e il delitto sono il pretesto per una affascinante e affabulatoria narrazione sugli uomini e sull’Italia, in questo caso nell’anno 1969. Di traverso alle indagini del protagonista ci si mette anche la vicenda del suo amico di infanzia, che si è finto suicida per sfuggire a una cospirazione di massoni e militari che vorrebbero fare un colpo di stato, per instaurare in Italia il governo dell’esercito. E questa è la digressione più lunga e corposa che l’autore inserisce nella trama principale, dove suspense e mistero non mancano.

Lentamente, fra un racconto della seconda guerra mondiale, un incontro con la bella Eleonora e una ripetuta divagazione sui libri di Alba de Cespedes, il commissario Bordelli, con il suo ironico acume e un pizzico di fortuna, riesce a catturare sia l’assassino di prostitute sia l’assassino della giovane e bellissima Diletta. 

Altro non aggiungo per non svelare troppo, se non che il libro si era aperto con le note di Canzonissima che escono da tutti i televisori italiani, e finisce invece, solo qualche settimana dopo, con la notizia di Jan Palach che si dà fuoco a Praga: un excursus storico molto interessante soprattutto per chi in quegli anni non c’era o era troppo piccolo.



" L'anno dei misteri " di Marco Vichi, edizioni Guanda,  sono circa 400 pagine di descrizione di un'Italia che non c'è più, inframmezzate da due indagini su efferati delitti. Lo consiglio a chi ama la bella scrittura sopra tutto il resto.


Questa recensione è stata scritta originariamente per MilanoNera e infatti la trovate qui





domenica 10 novembre 2019

Recensione - " Il giallo Pasolini " di Massimo Lugli, e le indagini giornalistiche di Marco Corvino.







Con il suo ultimo romanzo “ Il Giallo Pasolini ”, Massimo Lugli ripropone ai lettori il suo alter ego Marco Corvino, e sono molto contenta di questo ritorno. Dopo “Il carezzevole” Marco Corvino è rimasto in attesa; altre storie e altri personaggi hanno abitato i racconti dell’autore che ora lo ripropone per tornare agli anni ‘70. La scelta è quantomeno azzeccata perché il libro, come già rivela il titolo, narra di investigazioni, di articoli di giornali e soprattutto di personaggi che ruotavano attorno all’omicidio di Pier Paolo Pasolini. 

Marco Corvino sta terminando il suo periodo di praticantato al “Paese Sera”, al termine del quale spera di essere assunto, proprio nel periodo in cui viene assassinato il famoso intellettuale. Il giovane Corvino è subito attratto dalle indagini su quest’omicidio, come giornalista ma anche come appassionato delle opere di Pasolini. Le indagini si svolgono in modo fin troppo veloce e si individua subito il colpevole, peraltro reo confesso, in Pino Pelosi detto la Rana. 

Ma sarà stato veramente lui? E se è stato lui, ha agito con altri? E poi: quale è la vera motivazione dell’efferato omicidio, che pare a molti un’esecuzione? Il romanzo di Massimo Lugli si dipana attorno a questi interrogativi, che personalmente continuo a ritenere insoluti a distanza di più di quarant’anni. Molti sembrano essere certi che ci siano altri responsabili: ne è sicuro l’avvocato Nino Marazzita, che Corvino incontra personalmente. Sono convinti di questa tesi i colleghi di “Paese Sera” e anche Oriana Fallaci, a cui Massimo Lugli dedica un intenso “cameo” nel suo libro. Ma allora perché viene condannato solo Pino Pelosi? 

All’epoca, così come adesso, mancavano le prove per accusare altri di quell’omicidio e Matteo Corvino, giovane e spesso imprudente cronista di nera, decide di investigare in prima persona. E lo fa lasciando credere ai giovani che si prostituiscono in piazza Esedra, così come agli abitanti dell’Idroscalo, dove Pasolini fu ucciso, di essere incaricato dal suo giornale a seguire il caso. In verità nessuno al “Paese Sera” è a conoscenza delle sue indagini; la linea del giornale è, al contrario di uniformarsi alla verità “ufficiale” del processo. 

A causa delle sue domande scomode, Corvino mette a rischio prima il suo incarico da giornalista e poi la sua stessa incolumità fisica. Non racconto a quale risultato portano le indagini, ma il ritmo della narrazione è molto serrato e i personaggi, veri e fittizi, sono ottimamente ritratti. Bellissima è la ricostruzione della redazione di un quotidiano in epoca pre-Internet, e molto verosimili gli angoli di una Roma che appare lontana ma troppo simile a quella odierna (davvero gustoso l’intermezzo sul “finto” incendio di un bus dell’Atac). È facile affezionarsi a Marco Corvino, così preso dalla passione per il suo mestiere, quanto spesso incasinato nei rapporti con gli altri. Così ho sorriso leggendo le sue disavventure con i colleghi più scafati, che lo sbeffeggiano perché l’ultimo arrivato, e le discussioni con i genitori, che lo vorrebbero con una laurea in tasca e un lavoro più dignitoso. 

Gli avvenimenti che servono da fondale agli articoli di Marco Corvino sono quelli degli anni ‘70: delinquenza spicciola e banda dei Marsigliesi; manifestazioni studentesche violente alla Sapienza; attentati di rossi e di neri. Un canovaccio che piacerà a chi non ha vissuto quel periodo, come la sottoscritta, ma anche a chi invece lo ha conosciuto bene. Una temperie che ancora influenza in qualche modo la nostra realtà attuale come quella passata, alla quale Massimo Lugli pare guardare con una comprensibile nostalgia che pervade e rende poetici alcuni passaggi. 


" Il giallo Pasolini " di Massimo Lugli,  330 pagine per le edizioni Newton Compton, potete leggerlo sia in versione cartaceo sia in ebook. Un romanzo che consiglio non solo agli amanti del genere e ai cultori dell’opera di Pasolini, ma anche a tutti coloro che hanno vissuto più o meno intensamente gli anni’70. 



Recensione scritta originariamente per MilanoNera, infatti la potete leggere anche qui:




mercoledì 6 novembre 2019

Recensione - " Gli altri " di Aisha Cerami, e dei muri che innalziamo fra di noi.





Il primo romanzo di Aisha Cerami, che finora aveva scritto esclusivamente racconti di fantascienza per Il Sole 24 Ore, è un’opera poetica e realistica insieme. “ Gli altri ” per i protagonisti del romanzo sono tutti quelli che non vivono nel loro condominio “Il roseto”. Un’oasi di pace e tranquillità che, sebbene sancite da un contratto che ciascun condomino ha sottoscritto, rende quella palazzina di periferia un sogno che, sulle prime, pare inarrivabile per il lettore. 

Essendo un romanzo corale, i personaggi sono molti e ben descritti, anche se il peso narrativo è dalla parte delle donne. C’è il Conte che vive con l’anziana madre; Olga, che fa la domestica e vive con la figlia Arina; Marilyn che è una trans che non ha ancora compiuto il passaggio di sesso; Maria, moglie di un vigile del fuoco manesco e altri ancora. Tutti sembrano andare d’amore e d’accordo, anzi si aiutano vicendevolmente. Ma alla morte dell’anziana condòmina Dora, ecco che il castello di sabbia comincia a sgretolarsi.  

La coppia che arriva a occupare l’appartamento libero non mostra riconoscenza per la festa di benvenuto, organizzata da tutti i condomini, anzi la diserta ed evita ogni occasione d’incontro, con la scusa del troppo lavoro. Solo il figlio Antonio, un adolescente simpatico e brillante, partecipa alla vita della piccola comunità, diventando subito amico di Arina, sua coetanea.

La presenza di questa coppia di estranei, quasi fossero alieni, fa scoppiare la bolla di finta tranquillità che pareva proteggere il condominio. Fra i vari personaggi emergono le intolleranze di alcuni verso altri, e si scoprono le verità nascoste in ogni nucleo famigliare della palazzina. Ben presto tutta la rabbia e il dolore repressi prendono la forma dapprima di un topo gigante, che rovina tutto il roseto, e poi di una macchia di umidità su un muro dello stabile, una macchia che è metafora di un male interiore che cerca bersagli esterni su cui scagliarsi. E proprio nella caccia al topo che si disvela tutta la crudeltà dei personaggi, che vorrebbero cacciare insieme al topo anche la famiglia appena arrivata. 

Leggendo si prova rabbia ma anche compassione per tutti i personaggi, e molta tenerezza per i due ragazzini, Antonio e Arina, gli unici “innocenti” e anche le prime vittime della cattiveria degli altri. Una compassione che forse dovremmo esercitare anche verso noi stessi, ogni qualvolta ci rinchiudiamo per paura o pregiudizi in una gabbia d’ipocrisia perbenistica, fingendo di essere diversi da quelli che veramente siamo.

Aisha Cerami è molto abile nel mostrarci come all’interno di un ambiente, reale o virtuale, si possano erigere muri, fingendo di essere accoglienti e comprensivi. E ancor di più ci fa capire come una famiglia sia già un piccolo microcosmo nel quale vivono persone che spesso nascondono il proprio mondo interiore proprio ai loro cari.

L’autrice non offre soluzioni per sciogliere i conflitti interiori o quelli esterni, anzi l’atmosfera che aleggia in alcuni snodi del romanzo è simile a quella di “Rosemary’s Baby” e così si arriva fino alle ultime pagine con la curiosità di scoprire com’è fatta la coppia di “intrusi”. Un romanzo dallo stile intrigante come un noir, ma che alla fine lascia al lettore materia per meditare.


" Gli altri " di Aisha Cerami, edito da Rizzoli, lo trovate sia in versione cartacea sia in versione ebook, e vi assicuro che lo leggerete come un vero thriller.



Recensione scritta originariamente per MilanoNera e infatti la trovate anche qui



mercoledì 30 ottobre 2019

Intervista ad Andrée Michaud, autrice di "L'ultima estate".





Incontriamo Andrée Michaud dopo l’uscita in Italia di “L’ultima estate”, il suo ultimo romanzo giallo che ha ricevuto il premio canadese Governor General per la letteratura.

1. “L’ultima estate” è ambientato a Bondrée, un’area all’interno del Quèbec vicino al confine con gli Stati Uniti, durante l’estate del 1967. Perché ha scelto questo bellissimo luogo boschivo di villeggiatura e questo anno per il suo romanzo giallo?

Ho conosciuto Boundary quando ero bambina, quindi molto tempo fa, e ho sempre mantenuto di questo luogo dei ricordi pieni di odori, di ombre e di luci che mi ritornano alla memoria con il solo pensare al luogo. Nel momento in cui ho cominciato a scrivere questo romanzo, soggiornavo, grazie a una borsa di studio, nella casa di campagna di Gabrielle Roy, una dei nostri grandi autori, e faticavo a trovare il soggetto che mi poteva attirare. Fino alla sera in cui, seduta nella veranda, un odore di foglie morte mi ha portato alla memoria i profumi di Bondrée. A partire da quel momento, ho saputo che il mio romanzo poteva avere come cornice quel luogo selvaggio che, all’epoca, non aveva che due o tre riserve di caccia. Naturalmente il personaggio di Pierre Landry, che sopravviveva mettendo trappole per gli animali per avere le loro pellicce, è il primo che si è presentato in quella cornice. Del resto la Bondrée che avevo conosciuto assomigliava di più a quella in cui aveva vissuto Pierre Landry piuttosto che a quella in cui hanno luogo gli avvenimenti descritti nel romanzo. In seguito ho fatto di Landry un fantasma la cui leggenda abita quei luoghi e si perpetua fino agli anni sessanta, periodo nel quale tenevo a situare l’intrigo perché sono gli anni della mia infanzia, che io associo inevitabilmente a Bondrée.


2. “L’ultima estate” è raccontata da vari punti di vista, anche se la voce preponderante è quella di Andrée, una ragazzina di dodici anni. C’è un motivo particolare per il quale ha scritto il romanzo con questo stile?

Il motivo è che desideravo che l’intrigo del romanzo si sviluppasse negli anni della mia infanzia, e siccome volevo ritrovarci gli stessi colori, è stato naturale per me che la narratrice principale fosse una bambina. In corso d’opera, la presenza di questa bambina mi ha permesso di parlare del suo primo incontro con la morte, e della perdita dell’innocenza e del confine fragile che esiste fra l’infanzia e il dramma, che può farla precipitare proprio dove la spensieratezza perde il suo senso. Il mio obiettivo, in effetti, era di opporre il punto di vista di questa bambina, che non era ancora stata segnata dai pregiudizi che circolavano attorno a Sissy Morgan e a Zaza Mulligan, al punto di vista degli adulti che la circondavano. Ho dovuto quindi far ricorso a un narratore onnisciente che si prende in carico tutti gli altri personaggi, ivi compreso l’ispettore Michaud e il suo collega Jim Cusak. 


3. Andrée, una dei protagonisti del romanzo, ha il suo nome di batteismo, mentre l’ispettore Michaud ha il suo cognome. Forse la ragazzina impersona la sua giovinezza e l’ispettore il  punto di vista della sua maturità?

All'inizio il fatto di dare il mio nome e il mio cognome a questi due personaggi è stato semplicemente come strizzare l’occhio al lettore, per dirgli che l’autrice di nascondeva dietro ciascuno dei suoi personaggi, qualsiasi essi fossero, e, al limite, tutti i miei personaggi avrebbero potuto avere il mio nome, ma questo avrebbe potuto creare una certa confusione. Tuttavia mi rendo conto oggi che ho donato a questi due personaggi, e in modo assolutamente inconscio, molte delle mie caratteristiche. Lei ha quindi ragione nel supporre che l’infanzia della giovane Andrée ha dei legami con la mia infanzia, e che la figura dell’ispettore Michaud è la figura della maturità, con tutti i tormenti e gli interrogativi che vi si possono associare. Io aggiungerei in effetti, che condivido i tormenti dell’ispettore Michaud, anche se non mi sono mai confrontata con una violenza quotidiana come accade a lui, e che invece certi ricordi che gli presto sono anche i miei.


4. Ci sono molte frasi scritte in inglese che non sono state tradotte, come per rimarcare una certa differenza fra i personaggi americani e quelli canadesi. Lei pensa che le persone pensino o si comportino in modo diverso a seconda della loro nazionalità, o forse era così negli anni Sessanta?

Per me è chiaro che la lingua parlata influenza in parte il nostro modo di pensare, anche se ci sono numerosi altri fattori che vanno considerati. So che ci sono molte scuole di pensiero su quest’argomento, ma personalmente aderisco a questo: sì, la lingua di comunicazione naturale di un individuo, la sua lingua materna forgia fino a un certo punto la sua visione del mondo. Detto questo, ho inserito qua e là nel testo dei passaggi in inglese per assicurare la verosimiglianza del racconto. In effetti, dato che le azioni si svolgono in un luogo di frontiera dove si confrontano degli anglofoni e dei francofoni, la verosimiglianza esigeva che questa distinzione linguistica fosse indicata, in un modo o nell’altro. Questa differenza è anche visibile nei discorsi di Andrée, nel suo modo di storpiare l’inglese, nel rimorso dell’ispettore Michaud, che è dispiaciuto di aver perso la lingua dei suoi antenati, nell’intervento di Brian Larue, che farà da interprete per la polizia, ecc. “L’ultima estate” costituisce poi il terzo libro di quella che ho intitolato la mia trilogia americana, che è cominciata con “Mirror Lake” e “Lazy Bird”, due altri miei romanzi. Questa trilogia non è fondata sul ritorno di certi personaggi da un romanzo all’altro o sulla continuità di una narrazione, ma proprio sui temi che affronto, in particolare sulla situazione dei francofoni nel Québec e negli Stati Uniti. In questi romanzi volevo interrogarmi su quanto, al di là della lingua, ci avvicina e quanto ci distingue dai nostri “vicini del sud”, gli americani, che con noi condividono numerosi tratti culturali che, tuttavia, si definiscono in modo differente nel Québec. Si tratta di una trilogia sulla nostra “Americanità”, essendo canadesi del Québec, e sulla nostro situazione particolare essendo francofoni in America.


5. La storia di “L’ultima estate” avviene in una piccola comunità di famiglie americane che sono in vacanza in un campeggio isolato nel Québec. Lei pensa che questo tipo di comunità possono essere sconvolte più facilmente da crimini e violenza?

E’ strano, perché questa domanda mi è stata posta due volte recentemente e io non l’avevo mai pensata in questi termini. Io non credo che i campeggi o i luoghi di villeggiatura siano luoghi più propizi al crimine o alla violenza piuttosto che i luoghi urbani. Credo al contrario che l’isolamento di questi luoghi e la presenza della natura siano dei terreni fertili per costruire una storia che si concluderà in un dramma. Ironicamente una gran parte del mio romanzo più recente, “Tempête”, che è appena stato pubblicato nel Québec, si svolge nello stesso modo in un campeggio dove si sviluppano degli avvenimenti a dir poco violenti. In questo caso preciso, ho scelto ancora il luogo in funzione del suo isolamento, ma anche perché in questo genere di luogo si trova una piccola comunità che, nell’arco di poche settimane, vive una specie di anarchia, staccata dal resto del mondo e sottomessa alla promiscuità.





6. Gli avvenimenti che succedono a Bondrée nell’estate del 1967 cambiano la vita di tutti i personaggi giovani del suo romanzo. Ho amato la sua abilità nel descrivere l’ultima estate dell’infanzia delle quattro ragazza: Zaza, Sissi, Frenchie e Andrée. Penso che il suo romanzo noir sia decisamente anche un Bildungsroman che racconta il passaggio dall’innocenza all’esperienza. Lei è d’accordo con me?

In effetti sono d’accordo con lei. Come dicevo prima, nel caso preciso della giovane Andrèe, l’estate del ’67 segna la fine dell’innocenza e il passaggio a un’età che non è ancora l’età adulta, ma non è più nemmeno quella dell’infanzia. E’ un momento di transizione, una frontiera poco certa dalla quale Andrée ormai guarda il suo avvenire. D’altra parte la questione della frontiera è onnipresente nel mio romanzo: frontiera geografica, frontiera linguistica, frontiera fra l’infanzia e l’età adulta, frontiera fra il bene e il male, fra l’inferno e il paradiso. Nel caso di Frenchie il passaggio sarà ugualmente molto brusco, perché lei perderà nel corso di quell’estate due ragazze delle quali voleva essere amica.  Per quel che riguarda Zaza e Sisy, loro conosceranno solo la spensieratezza di quell’estate senza sapere che sarà la loro ultima estate.


7. “L’ultima estate” sottolinea il potere dell’amore ma anche i suoi aspetti devastanti: Pierre Landry e il suo amore non corrisposto agiscono come un fantasma lungo tutto il romanzo. Jim Cusack, l’assistente di Pierre Michaud, è davvero innamorato di sua moglie ma non capisce che le investigazioni lo stanno portando lontano da lei. Lei ha veramente un’opinione così negativa dell’amore? 

Peccato che questa intervista non sia stata registrata, perché mi avrebbe sentito ridere. E’ vero che non do all’amore un’immagine molto positivo, ma le storie d’amore che durano sono, sfortunatamente, molto poche. Non ho a priori un’immagine negativa dell’amore, ma sono cosciente che si tratta di un sentimento complesso, che unisce individui che essi stessi portano con loro un carico di complessità, e che, a partire da questo fatto, l’amore è un sentimento molto fragile che non può sopravvivere a certe situazioni. L’amore di Pierre Landry, ad esempio, è votato all’eccesso fin dall’inizio, perché si tratta di un amore immaginario. Nel caso di Cusack non mi sono inventata nulla, ho solo ripreso uno dei vecchi clichés che dicono che l’amore non resiste all’assenza. Al contrario, credo di donare un’immagine piuttosto positiva dell’amore nel caso dell’ispettore Michaud e di sua moglie Dottie. Questa coppia è fondata sull’accettazione dell’altro così come è e, proprio per questa ragione, è stato in grado di durare ai venti e alle mareggiate. Dal mio punto di vista, Michaud e Dottie sono l’esempio perfetto dell’amore che, grazie al tempo e alla saggezza, si trasforma in un’unione incondizionata.


8. La musica e le canzoni degli anni Sessanta sono spesso evocate nel suo romanzo. Come fan dei Beatles, mi è piaciuto il tema ricorrente di “Lucy in the Sky with Diamonds”. Quale importanza ha la musica per lei, come donna e come scrittrice?

Quando scrivo mi servo innanzitutto della musica che può testimoniare di un’epoca. I pezzi musicali che attraversano “L’ultima estate” mi sono serviti a situare il momento dove si svolge l’azione e a far entrare il lettore in un certo ambiente e in una certa atmosfera. I pezzi musicali permettono anche di parlare della cultura musicale di miei personaggi, il che corrisponde proprio a uno dei miei propositi della mia trilogia americana: sapere che francofoni e anglofoni di uno stesso continente possono ricongiungersi o distinguersi, non fosse altro che per la musica che ascoltano. Ho anche parlato molto della musica nel mio “Lazy Bird”, il cui titolo è preso da un pezzo musicale di John Coltrane, e il cui personaggio principale è un disc-jokey. La musica, in quel romanzo, occupa uno spazio molto importante ed è grazie alla musica che raggiungo lo stile della narrazione. Detto questo, non sono assolutamente un’esperta di musica e per “Lazy Bird” ho dovuto fare numerose ricerche.


Grazie per il suo tempo e il suo interesse nel rispondere alle mie domande sul suo romanzo.

Ringrazio lei per la sua lettura molto pertinente de “L’ultima estate”.

Ringrazio Marsilio Editore per la collaborazione. Risposte di Andrée Michaud tradotte dal francese dalla sottoscritta, intervista da me ideata per MilanoNera, la potete leggere anche qui







martedì 1 ottobre 2019

RECENSIONE " L'ultima estate " di Andrée A. Michaud, e il passaggio dall'innocenza alla conoscenza.





Andrée A. Michaud, scrittrice canadese francofona, arriva nelle librerie italiane con il suo noir "L'ultima estate" che gli è valso il Gouverneur Général, il più prestigioso riconoscimento letterario nel suo paese. Il titolo originario del suo noir è "Bondrée" (Boundary in inglese), che è il paradiso boschivo nel quale si svolgono le vicende narrate.

Bondré si trova nel Québec, sul confine con gli Stati Uniti, un luogo di villeggiatura spartano ed idilliaco insieme, meta di famiglie di turisti americani. Ogni famiglia vive le vacanze nel suo cottage in modo semplice, a contatto con la natura. A sconvolgere la tranquillità di quell’eden boschivo sono Elizabeth detta Zaza e Sissy, due adolescenti che fanno girare la testa a molti ragazzi (e anche uomini sposati) del camping. Cantando ad alta voce, fumando e vestendo in modo vistoso, le due ragazze portano nel luogo di vacanze un pochino di quello spirito libero che negli stessi mesi del 1967 ardeva nella Summer of Love di S.Francisco. A loro si aggiunge Françoise, detta Frenchie, più piccola ma desiderosa di imitare le due ragazze in tutto e per tutto.

La prima vittima nella storia è proprio Zaza, ma dapprima si pensa che la sua morte sia stata un incidente, poiché viene trovata nel bosco dilaniata da una tagliola per orsi. Quando il villaggio di vacanzieri si ritrova con una seconda vittima, l’ansia e il terrore prendono possesso di tutti. Alcuni cominciano a pensare a un serial killer, mosso dallo spirito di Pierre Landry. Quest’ultimo era un abitante del luogo, un cacciatore misantropo che si era suicidato parecchi anni prima a causa di un amore non corrisposto. Ecco così che l’eden boschivo bucolico si trasforma in un bosco maledetto, dove la solidarietà fra gli uomini che vanno a cercare le tagliole abbandonate non è utile a evitare una seconda vittima, e forse una terza. 

Andrée A. Michaud è particolarmente abile nel tratteggiare i personaggi delle giovani adolescenti e, sebbene le voci narranti nel romanzo siano più di una, su tutte ci si affeziona a quella della dodicenne  Andrée. Chi di noi non ha vissuto il suo primo bacio estivo, o l’invidia per le sue amiche più grandi che girano da sole, fumano e sono desiderate da tutti i ragazzi? Zaza e Sissy sono questo per Andrée e anche per Frenchie, un modello da emulare, quando si è ancora piccole ma si ha fretta di crescere. Nello stesso tempo le due ragazze più grandi suscitano negli uomini sposati desideri proibiti, che essi stessi non vorrebbero avere.

L’autrice privilegia l’analisi psicologica dei personaggi femminili, ma anche i protagonisti maschili sono autentici nelle loro difficoltà personali. Fra tutti risultano ben riusciti i caratteri di Brian Larue, che deve fare da interprete fra villeggianti francofoni e americani e investigatori canadesi, e il vice ispettore Jim Cusack, così ossessionato dalle indagini da allontanarsi dalla moglie Laura. 

Un noir dalla narrazione corale, ma su cui svetta il punto di vista di Andrée, la ragazzina che, da bambina (Little Doll come la chiamano Zaza e Sissy), si ritroverà di colpo adolescente alla fine dell’estate. E in effetti “ L’ultima estate ” è anche un poetico romanzo di formazione, che racconta con attenta partecipazione la perdita dell’innocenza di giovani adolescenti. 



" L'ultima estate " di Andrée A. Michaud, edizioni Marsilio, è un noir poetico e atipico, 350 pagine che vi porteranno in un paradiso terrestre con tensioni sotterranee. Disponibile sia in ebook sia in versione cartacea.

Questa recensione è stata scritta originariamente per MilanoNera, infatti la trovate anche qui:












sabato 31 agosto 2019

" Le colpe della notte " di Antonio Lanzetta, ovvero quando il buio è anche dentro di noi.







Nel romanzo di Antonio Lanzetta “ Le colpe della notte “ ci si ritrova quasi subito sulla scena di un duplice delitto, o meglio dell’omicidio-suicidio dei genitori del protagonista, Cristian. Il padre del ragazzo è il commissario Scalea, che ha svolto indagini e arresti in casi molto difficili. Cristian non è stato testimone dei due crimini, perché era uscito di casa per colpa di un litigio proprio con il padre. Si decide quindi che Cristian, per superare il grave shock, debba passare un periodo in una casa famiglia di Castellaccio, un centro sperduto nel Cilento. La mia perplessità iniziale nella lettura è sorta perché mi domandavo: dove vuole portarmi Antonio Lanzetta? Perché comincio a seguire le vicende di Cristian a contatto con altri ragazzi, anch’essi problematici,  anziché cercare di scoprire se veramente suo padre ha ucciso la moglie per poi suicidarsi? 

Devo dire che ho smesso di farmi domande quasi subito, perché le vicende in cui si trova coinvolto il giovane protagonista virano all’improvviso verso il noir con pennellate quasi gotiche, incatenando alla lettura. E l’abilità nel raccontare non solo gli accadimenti che ruotano attorno agli adolescenti del romanzo, ma anche i loro sentimenti, le loro paure e la loro evoluzione interiore, è senza’altro una delle caratteristiche che più mi sono piaciute in questo romanzo. Tanto che per questi aspetti mi ha ricordato la stessa attenzione, quasi affettuosa, nel trattare gli adolescenti di uno degli scrittori italiani che amo di più: Raul Montanari. E lo considero davvero un complimento meritato per Antonio Lanzetta

Ma l’autore non perde comunque di vista l’indagine, se così si può definire, che è parecchio complessa, tanto che ci si trova di fronte a continui capovolgimenti di fronte, ma tutti verosimili e ben orchestrati. Leggendo, a tratti, si ha la sensazione di essere ancora adolescenti, a contatto con una realtà troppo dura e orribile con cui doversi confrontare. Di certo le precedenti opere di Lanzetta nel genere fantasy l’hanno aiutato a creare un’atmosfera molto suggestiva, ma io che non leggo fantasy ho percepito comunque sulla mia pelle la paura dell’essere manipolato o peggio attraverso il web (non capita solo ai ragazzi, sapete?). E attraverso flash back sia nel vissuto dei giovani, sia nella storia del piccolo borgo di Castellaccio, che ha visto crimini e misteri in parte ancora irrisolti, si legge il romanzo con avidità per comprendere tutto. 

Alla fine si risolvono i misteri, anche quelli che avremmo preferito non vedere risolti in quel modo, ed è notevole che l'autore non abbia voluto darci un finale tutto positivo e consolatorio. Per questo motivo credo proprio che se un’etichetta si voglia dare al suo romanzo, sia più facilmente quello del noir (che qui anche gli eroi hanno l’anima nera) e del romanzo di formazione. 

Posso dire quindi che ho iniziato a leggere questo romanzo credendo di trovarmi di fronte a un thriller, e invece si tratta di un romanzo complesso, con varie storie parallele che si incrociano e poi divergono seguendo i vari personaggi che sono ottimamente tratteggiati, in particolar modo Cristian e i giovani quasi perduti di Castellaccio. Di conseguenza, in attesa del prossimo romanzo di Antonio Lanzetta, credo proprio di voler recuperare la lettura dei precedenti “ Il buio dentro “ e “ I figli del male ” .



 " Le colpe della notte "  di Antonio Lanzetta, romanzo di 265 pagine pubblicato da La Corte Editore, disponibile anche in ebook.


martedì 27 agosto 2019

" Ultimo tango all'Ortica ", ovvero come è facile innamorarsi e uccidere a Milano.

 






Da alcuni anni i romanzi di Rosa Teruzzi sono diventati una piacevole consuetudine per me. Oltre a essere molto gradevoli da leggere, sono ambientati in una Milano defilata e quasi d’epoca di cui, abitando a Roma, sento molta nostalgia. In parte però mi sono anche affezionata a questo terzetto di donne composto da Libera, la fioraia del Giambellino, la madre Iole e la figlia Vittoria, così come provo simpatia per la giovane cronista Irene. 

" Ultimo tango all'Ortica ", come suggerisce il titolo, si dipana intorno a un crimine che avviene dopo una serata di tango alla Balera dell’Ortica (come non pensare a “Il palo della banda dell’Ortica” e sorridere al pensiero?). E il tango, lo sa anche la sottoscritta che non lo pratica ma ama ascoltare Piazzolla e affini, è un ballo che più di altri suscita corteggiamenti, passioni, amori non corrisposti. Per tornare al romanzo, all’esterno della Balera dell’Ortica viene trovato morto un giovane uomo. Ed ecco qui la bravura di Rosa Teruzzi nel delineare i personaggi femminili (che in questo libro sovrastano per numero e per attrattiva quelli maschili): la Katy, attorno alla quale ruotano i sospetti, non è giovane e non è bellissima, ma quando balla diventa la regina del tango.

Ma chi è invece la vittima? Un ex spasimante di Katy, molto geloso, che la pedinava e molestava dopo la fine della loro relazione. E come rientrano le nostre tre investigatrici nell’indagine? Il primo sospettato è Amelio, il maggiordomo della ricchissima Franca, amica del cuore di Iole e come lei assai estrosa. Franca conferisce l’incarico di scoprire il vero colpevole proprio a Libera e Iole, perché è sicura dell’innocenza del suo maggiordomo, contrariamente al detto popolare. 

Nell’indagine Vittoria e Iole conosceranno altre donne, alcune delle quali sono state maltrattate dagli uomini, e con delicatezza l’autrice ci lascia capire che solo con la solidarietà femminile è possibile dire basta a un uomo violento, che sia il capo, il fidanzato o il marito.

Non aggiungo altro per non dare spoiler sulla trama, perché l’indagine di Libera e Iole avrà un esito positivo e risolverà nodi famigliari che affondavano nel passato. Ci saranno alcuni colpi di scena che vi faranno arrivare fino alla fine con il dubbio sul colpevole e sulle motivazioni. 

Rimane irrisolta invece la situazione sentimentale della protagonista (Iole, ormai lo sappiamo, è uno spirito libero, non in cerca di sistemazione). Lungi dal cercare risvolti romantici in un libro, mi sarebbe piaciuta una maggiore introspezione nei pensieri e nei desideri di Libera. Ma sono certa che Rosa Teruzzi è pronta ad accontentarmi con il prossimo romanzo, o forse avremo una nuova avventura delle Miss Marple del Giambellino decise a scavare in qualche vicenda del passato?


" Ultimo tango all'Ortica " di Rosa Teruzzi, editore Sonzogno, vi porterà con 140 pagine in una Milano di fine agosto, malinconica e romantica quanto basta. Disponibile in ebook e cartaceo.





venerdì 9 agosto 2019

"Grado nell'ombra" di Andrea Nagele: un giallo dove si racconta anche la violenza sulle donne.





L’ultimo libro di Andrea Nagele, scrittrice austriaca che divide la sua vita fra Klagenfurt e Grado, ha di nuovo come protagonista la commissaria Maddalena Degrassi, ma potete leggere questo giallo anche senza aver letto il precedente. La protagonista si trova a dover indagare su una serie di stupri, nei quali le donne vittime sono narcotizzate e violentate, per poi risvegliarsi senza alcun ricordo di quanto successo. 

Il caso della vittima Violetta e della sua collega Olivia, che era con lei prima dello stupro, tocca profondamente la commissaria. Qui si vede la bravura dell’autrice, che di professione è psicoterapeuta, nel descrivere non solo le varie tappe psicologiche che ogni donna vittima di stupro attraversa, ma anche le reazioni delle persone che vivono e lavorano accanto alla vittima, proprio come Olivia. Ed è il tema della violenza sulle donne il nucleo del romanzo, molto più che le indagini: la scarpa rossa nella foto di copertina è infatti indicativa, per chi vuole capire. L'autrice è molto abile anche nel descrivere gli adolescenti che sono, in un modo o nell’altro, coinvolti nelle indagini della protagonista.

La commissaria Maddalena Degrassi ormai ha imparato a farsi rispettare dai suoi colleghi, nonostante le cattive maniere del suo superiore. Con questo nuovo caso si trova però a mettere in gioco la sua sensibilità femminile e il suo intuito, che all’inizio non sembrano aiutarla molto. E forse è d’ostacolo anche la sua situazione sentimentale, dato che la sua storia d’amore con Franjo, che troviamo nel libro precedente, è definitivamente naufragata. Per questo Maddalena si ritrova a vivere sola, in una grande casa che ha ereditato.

La protagonista non riesce a venire subito a capo della vicenda, perché se di un solo stupratore si tratta, visto il modus operandi sempre uguale, le vittime non hanno alcun elemento in comune, e vivono in città diverse. Solo lo sfondo delle violenze è sempre lo steso: di notte, durante un temporale, approfittando della solitudine delle vittime.

L’analisi psicologica delle persone che ruotano intorno alle vittime è interessante e realistica, così come l’ambientazione in una Grado fredda, glaciale, insensibile ai drammi delle donne che vengono stuprate. E verosimile è la dinamica dei rapporti all’interno di un commissariato, quando a dirigere le indagini è una donna. Maddalena è una donna sola e la sua solitudine va a incrociarsi con quella delle donne che hanno subito violenza.

Il giallo ha un certo livello di adrenalina, e trovare il colpevole non risulta così facile. Da parte mia ho avuto la netta sensazione che questo romanzo avrà un sequel, poiché non sono convinta che il colpevole, arrestato grazie al paziente lavoro di indagini di Maddalena, sia veramente quello indicato. Rimane una certa ambiguità nel finale, che non voglio svelare per non fare spoiler. Aspetterò quindi il prossimo romanzo di Andrea Nagele, con Maddalena Degrassi come protagonista, per sincerarmi se avevo torto o meno.

Nel frattempo sono curiosa di sapere se altri lettori e lettrici hanno avuto la mia impressione. A chi invece ancora non ha letto “Grado nell’ombra", consiglio questo giallo per riempire di brividi freddi la vostra calda estate.


" Grado nell'ombra " di Andrea Nagele, tradotto da Monica Pesetti per Edizioni EMONS, è un giallo scritto da un'autrice austriaca che vive anche in Italia, e il suo amore per Grado si percepisce. Sono circa 220 pagine, con un'appendice di ricette, come sempre nei gialli tedeschi EMONS, e lo potete trovare in versione ebook e cartacea. 


Questa recensione è stata scritta originariamente per MilanoNera e potete leggerla anche qui




domenica 28 luglio 2019

" Io non ci sto più " di Roberta Bruzzone: come evitare o liberarsi dei narcisisti affettivi.






Per una volta non vi presento la recensione di un romanzo ma di un saggio, anzi di un manuale che, ne sono sicura, può essere utile a molti. Si tratta di " Io non ci sto più " di Roberta Bruzzone, edizioni De Agostini. L'autrice è psicologa forense e criminologa investigativa, un volto molto noto per chi guarda la Tv. Questo saggio, che potrebbe essere definito un manuale di self-help, è un testo serio, professionale e comunque può essere compreso facilmente anche da chi non ha alcuna infarinatura di termini psicologici."I narcisisti maligni sono ovunque", il titolo del primo capitolo, ci fa subito capire che si tratta di un saggio che può essere utile anche a chi è sicuro di non aver mai incontrato un individuo di questo genere. 

I narcisisti maligni e manipolatori possiamo incontrarli in ogni ambito: affettivo, lavorativo, fra gli amici e i parenti. Il problema con loro è che sono incredibilmente astuti e abili sia nello sfruttare ogni tipo di legame, sia nel mentire spudoratamente anche di fronte all'evidenza. Caratteristica ancora più terribile è che la "vittima" di un narcisista maligno, che sia coniuge, genitore o parente, collega o datore di lavoro, amico/a intimo/a, non ha alcuna possibilità di ragionare razionalmente con il narcisista. Non riuscirà mai a fargli ammettere che ha mentito sempre, né potrà convincerlo a provare un aiuto terapeutico. Il narcisista maligno non crede e non ammetterà mai di essere malato. 

Ora con il termine "narcisista" di solito intendiamo una persona egocentrica, dall'abbigliamento appariscente, spesso egoista. Ma si tratta del "narcisista benigno", una persona che può essere simpatica e gradevole, se presa a piccole dosi. Il "narcisista maligno" ha tutt'altra natura, è una persona con un disturbo patologico. E può essere sia uomo sia donna, quindi non si pensi al narcisista solo in versione maschile, il classico seduttore sciupafemmine. Uomo o donna che sia, ha due doti in cui eccelle: " Mentire e mettere zizzania " (altro titolo del libro della Bruzzone).

Se è abbastanza facile immaginare un uomo o una donna che mentono per nascondere le proprie infedeltà, o mancanze sul lavoro, riesce difficile pensare a una persona amica o parente che costruisce un castello di bugie inverosimili senza apparente motivo. Perchè una persona che dice di volerci bene continua a mentirci? Secondo Roberta Bruzzone, e altri specialisti, il narcisista maligno mente perché solo così riesce a sentirsi superiore agli altri. Insomma si tratta di una persona dalle profonde insicurezze e frustrazioni, forse sviluppate già in età infantile. 

Ma se le menzogne provocano dolore nelle persone che li circondano? Il manipolatore affettivo manca totalmente di empatia e di senso di colpa, anche se è bravissimo a fingere di essere una persona buona e piena di attenzioni per tutti.  Pensate a quell'amica o collega che costantemente parla male senza motivo di tutte le persone che conoscete (e di voi alle vostre spalle): se l'avete vista commossa piangere o lamentarsi delle cattiverie altrui, avete assistito a una grande recita.




Se vi è capitato, come a me, di incontrare esemplari di questo tipo più di una volta nella vita, vi sarete chiesti: "perché sempre a me? ". Roberta Bruzzone ha finalmente sciolto i miei sensi di colpa: non ero io, non siamo noi a scegliere come amici/compagni di vita i narcisisti maligni. Sono loro ad essere bravissimi nel trovare le potenziali vittime. Se vivete un periodo particolare, se soffrite di ansia, tristezza, solitudine, se avete perso una persona cara o il lavoro, ecco che il narcisista maligno e manipolatore piomba su di voi come un avvoltoio. Perché lui o lei si nutre delle vostre insicurezze o debolezze, temporanee o costanti, come il vampiro si nutre del sangue altrui.

Il soggetto fingerà di preoccuparsi dei vostri problemi ma, oltre a non darvi nessun aiuto nè pratico nè affettivo, finirà per farvi credere che è colpa vostra se non trovate lavoro, se avete litigato con il vostro partner, ecc ecc. E non troverete nemmeno una spalla su cui piangere: perché mentre racconterete che avete perso il lavoro, il narcisista si lamenterà che lui/lei è perseguitato dal capo che la bullizza; se avete un parente ammalato, lui/lei avrà quattro o cinque parenti con problemi assai più gravi; se siete afflitti da un costante dolore alla schiena, lui/lei vi rivelerà di avere un tumore. Credete che persone che fingano di avere un tumore non possano esistere? Eppure vi assicuro che esistono. Tutto questo per vincere la gara con voi, per essere "la" persona che merita tutte le attenzioni, da parte di tutte le persone che conoscete.

Roberta Bruzzone scrive utilizzando un metodo scientifico/investigativo, elencandoci tutte le caratteristiche del narcisista perverso e manipolatore (in parte diverse che si tratti di uomo o donna), e da quali segnali possiamo riconoscerli. E se invece siamo già caduti nella loro tela vischiosa? L'unica possibilità per salvare la nostra salute mentale e fisica, è allontanarci da loro, e l'autrice è brava nello spiegarci quali tattiche attuare.

" Io non ci sto più " di Roberta Bruzzone, edizioni De Agostini, è un libro che mi è stato utilissimo, per confermare delle esperienze e riflessioni che stavo facendo da tempo. E quando è proprio una bravissima profiler a spiegarti che ci hai visto giusto, ci si sente più sicuri e decisi nell'allontanare certe persone (e sperare di non incontrarne più nella vita). In conclusione, un saggio di 304 pagine, disponibile in cartaceo e in ebook, che consiglio a tutti, anche a chi non è coinvolto personalmente ma ama studiare i comportamenti sociali.






domenica 21 luglio 2019

" Echi del silenzio " di Chuah Guat Eng : come e perché si uccide in Malesia.





La casa editrice Le Assassine continua nella sua scelta di divulgare in Italia gialli e noir di scrittrici non conosciute e provenienti spesso da culture “altre”. In “ Echi del silenzio ” di Chuah Guat Eng, la protagonista è Ai Lian, giovane malese di etnia cinese, che studia in Germania. E’ proprio lì che incontra e si innamora, ricambiata, di Michael, un ragazzo inglese nato e cresciuto proprio in Malesia, dove il padre possiede una piantagione. 

Ai Lian accompagna Michael in Malesia, sia per conoscere il futuro suocero, sia per rivedere i suoi genitori. Purtroppo il padre di Ai Lian è malato e muore dopo il suo arrivo, ma non è l’unica tragedia che colpisce la protagonista. Appena arrivata nella piantagione di Michael, Cynthia, la giovane fidanzata del futuro suocero, viene trovata barbaramente uccisa nella piantagione. In questo romanzo pare sia il caso a governare le vite di tutti, e quando non è il destino, allora sono i vari personaggi a prendersi la responsabilità di modificarlo in modo egoistico e a volte crudele. Se aggiungiamo al delitto il fatto che Cynthia era stata fidanzata fino a poche settimane prima con Hafiz, un giovane brillante malese che è amico fraterno di Jonathan, capirete subito che la vicenda è assai intricata e ci sono vari indiziati con motivazioni diverse.

Ai Lian aveva già conosciuto Cynthia a una festa a Londra, quando era in compagnia del precedente fidanzato, e le era sembrata molto bella ma anche felicissima e innamorata. Subito dopo la sua morte, Ai Lian scopre dei lati insospettati della vittima: l’attenzione per il prossimo, la fede, la passione per la natura e la pittura. In verità alla protagonista sembra di aver avuto a che fare con due ragazze ben differenti, e le motivazioni che hanno portato la vittima a rompere il fidanzamento con il giovane Hafiz, di cui pareva innamoratissima, e a fidanzarsi con l’anziano Jonathan, rimangono un mistero.

In verità tutto il romanzo gioca sul tema del doppio, nel senso della duplicità delle persone e delle loro motivazioni vere e quelle recondite. A fare da fil rouge all’intricata vicenda e alle indagini ci sono ancora duplici oggetti: due pistole scomparse in epoche diverse, o forse una sola, e due collane di diamanti, anch’esse di epoche diverse, ma che paiono una sola collana che scompare e riappare.
E spesso echeggia qua e là il richiamo a quel capolavoro che è “L’importanza di chiamarsi Ernest” che Wilde declinava sul grottesco-ironico, mentre l’autrice vira il tema sul tragico. 

Al di là della trama del giallo, affascinante è l’ambientazione malese del romanzo (non pensate a una versione aggiornata dei romanzi salgariani!). E ancora di più la descrizione sociologica e psicologica dei personaggi e delle difficoltà che trovano a rapportarsi chiaramente l’uno con l’altro, a causa dell’etnia differente: malesi, cinesi, euroasiatici. Tanto che alla fine i personaggi più generosi, empatici e malleabili sono proprio gli inglesissimi Jonathan e Michael. O almeno così vuole farci credere l’autrice del romanzo, che è di nazionalità malese ma ha scritto il libro in inglese. 

Il libro ha comunque uno stile prettamente esotico, assai lontano dal classico giallo/noir europeo o americano, e se da un lato questa sua “etnicità” rende a volte difficoltosa la lettura, dall’altro ci fa immergere in un mondo assai diverso dal nostro.

Grazie quindi all’autrice Chuah Guat Eng, che ci ha avvicinato alla Malesia e alla sua storia e cultura, e alla traduttrice Marina Grassini che deve aver faticato non poco a districarsi fra i personaggi dai doppi nomi. 

" Echi del silenzio ", ed. Le Assassine, 415 pagine che vi trasporteranno in un mondo lontano da noi europei. Disponibile in libreria e sui principali siti di vendita online.




Questa recensione è stata scritta originariamente per MilanoNera, e infatti la trovate anche qui






domenica 23 giugno 2019

" Buffet al veleno " di Brigitte Glaser, ovvero delitti nel mondo dell'alta cucina.







Con " Buffet al veleno. La cuoca Katharina e il terribile sospetto", siamo ormai al quinto libro dell'autrice tedesca Brigitte Glaser con protagonista la simpatica cuoca Katharina Schweizer. In questo romanzo la brillante cuoca deve affrontare un'indagine necessaria a salvaguardare la sua creatura, il "Giglio Bianco", raffinato ristorante sulla riva del Reno a Colonia.


Dato che il ristorante è frequentato dalla migliore clientela, ma gli affari non vanno benissimo, Katharina si ritrova ad arrotondare con il servizio di catering. Durante un ricevimento in un lussuoso e modernissimo grattacielo, la protagonista incrocia fra gli invitati Minka, che lavora per lei come lavapiatti. Se durante le serate lavorative la ragazza appare scialba e molto timida, in quell’occasione davanti agli occhi di Katharina si svela una ragazza sexy ed estroversa, che attira le attenzioni di tutti gli uomini presenti.

Minka nei giorni seguenti non si presenta al lavoro presso il ristorante, causando un notevole problema a Katharina che si trova sguarnita nel personale. Ma la catastrofe è dietro l’angolo: il corpo delle ragazza viene ritrovato nel Reno, e sulle prime le indagini portano a pensare a un suicidio. Katharina e la sua aiutante Arin, che era molto amica di Minka, sono molto scettiche su questo fatto, nonostante la doppia vita della ragazza morta dia adito a parecchie congetture. Ma quando le indagini cominciano a convergere sul probabile omicidio, ecco che il principale indagato è proprio Ecki, secondo chef del ristorante nonché compagno di vita di Katharina.

La povera donna deve anche fronteggiare l’ansia di dover chiudere il ristorante, non solo perché il suo compagno di lavoro e di vita si rende irreperibile, ma anche perché l’anziano proprietario dell’immobile dove si trova il ristorante muore improvvisamente. Riuscirà Katharina a ottenere un rinnovo del contratto di affitto dagli eredi del defunto? E che legame c’era fra Ecki e Minka, che per mesi hanno lavorato insieme sotto i suoi occhi nella cucina del ristorante?

I personaggi del romanzo sono brillanti e ben caratterizzati, e il libro è godibile anche da chi non avesse letto i precedenti. Non manca la tensione, che viene abilmente dosata con la descrizione del lavoro di Katharina, nei dettagli della preparazione delle cene del suo ristorante e nelle passeggiate nelle varie zone eterogenee di Colonia. E forse proprio queste due caratteristiche rendono i gialli di Brigitte Glaser molto appetibili: io stessa ho dovuto ricredermi sulla scarsa fantasia o ricercatezza della cucina tedesca, e ho inserito Colonia fra le mete turistiche europee da non trascurare.

Katharina però non riuscirà da sola a sbrogliare l’intricatissima matassa, dove anche lo spionaggio industriale e il comportamento squallido dei suoi competitors ristoratori hanno una grande importanza. Il commissario Brandt, una new entry nei romanzi della Glaser, aiuterà l’eclettica e vivace cuoca a scoprire la verità. Non vi svelo nulla sul lieto fine delle indagini, ma questo Brandt mi piace molto, e vorrei che entrasse a far parte della vita di Katharina, vista la comune passione per la cucina. Chissà se Brigitte Glaser ha già seguito il mio consiglio…


" Buffet al veleno. La cuoca Katharina e il terribile sospetto " di Brigitte Glaser, è un giallo davvero godibile di circa 330 pagine, ottimamente tradotto da Stella Maris e pubblicato dalle Edizioni Emons, specializzate in Gialli Tedeschi. Potete acquistarlo sia in versione cartacea sia in ebook, anche direttamente sul sito della Casa Editrice.



Recensione scritta originariamente per MilanoNera, infatti la potete leggere anche qui





martedì 18 giugno 2019

" Una contessa a Chinatown ": la Miss Marple nella Milano anni '50 di Dario Crapanzano.




Dario Crapanzano porta in libreria " Una contessa a Chinatown " edizioni SEM, il secondo romanzo che ha per protagonista Margherita Grande, detta Rita. Per chi non avesse letto il primo libro della serie (ma si può leggere il secondo senza problemi), Rita è una giovane, brillante e simpatica squillo, che esercita il suo mestiere nella villa della contessa Vergani.

Siamo nella Milano dei primi anni ’50, e i clienti della contessa, anche lei prostituta prima di incontrare, sposare, e rimanere poi vedova del ricco e anziano conte Vergani, sono professionisti, magistrati, avvocati, insomma la crème de la crème milanese. 

Grazie alla sua bravura e fantasia, Rita con il suo lavoro è riuscita ad acquistare un grande appartamento, dove mantiene l’anziana nonna e i due fratellini minori, che ancora vanno a scuola. Rita è orfana di entrambi i genitori, ma Dario Crapanzano non ne fa un’eroina drammatica né spinge il lettore a provare compassione per lei. La protagonista, al contrario, è una ragazza intelligente e determinata, con la sua etica e le sue priorità. 

Se nel romanzo precedente, “ La squillo e il delitto di Lambrate ”, la protagonista si era improvvisata investigatrice per salvare una sua amica, accusata ingiustamente di aver ucciso il fidanzato, qui Rita è coinvolta in prima persona dall’inizio. E’ infatti proprio la sua maitresse, la contessa Vergani, a essere ritrovata morta in un pied-à-terre in via Paolo Sarpi, nella Chinatown milanese. 

La prima frettolosa indagine porterebbe a chiudere il caso come suicidio, ma Rita, che aveva un rapporto amicale oltre che professionale con la defunta, è convinta che la contessa non avesse nessuna intenzione di uccidersi. Lo sconcerto per la sua morte è ancora più grande quando Rita scopre che la contessa le ha lasciato in eredità la splendida villa, dove viveva e dove Rita si prostituiva con le altre ragazze.

A questo punto non le resta che indagare e se il giallo è ben congegnato e anche divertente, le caratteristiche che fanno amare questo romanzo sono le descrizioni, da una parte, della Chinatown milanese negli anni ’50, e dall’altra le abitudini e i proverbi meneghini della nonna di Rita.

Per me è stato davvero una sorpresa scoprire che il piatto di cervella fritta, che adoravo mangiare da bambina, era considerato un lusso della domenica, nella Milano di quegli anni. E sarà la nostalgia per un’epoca che non ho vissuto, essendo nata a Milano molti anni dopo, sarà che vivo a Roma da troppo tempo, questo entrare in punta di piedi nella vita dei milanesi DOC o d’adozione, in quel periodo d’oro, mi ha davvero affascinata. Tanto che non vedo l’ora di leggere la prossima avventura di Rita Grande, ormai non più squillo ma ragazza ricca in una Milano che sta cambiando vorticosamente.


" Una contessa a Chinatown " di Dario Crapanzano, Edizione SEM Società Editrice Milanese, sono quasi 190 pagine di puro divertimento. In attesa della prossima puntata delle avventure di Rita Grande, potete acquistarne una copia cartacea o in ebook in tutte le librerie fisiche e online. 


Questa recensione è stata scritta originariamente per MilanoNera, infatti la potete leggere qui









sabato 25 maggio 2019

" Linea di sangue " di Angela Marsons, e le ombre nel passato di Kim Stone.







Nel quinto romanzo di Angela Marsons, con protagonista sempre la detective Kim Stone, troviamo una linea di sangue che unisce fra loro vittime davvero diverse. La prima è un’assistente sociale, trovata uccisa nella sua auto di lusso, la seconda una giovane ragazza tossicodipendente trovata in un bosco. In seguito si aggiunge un omicidio avvenuto alcuni mesi prima, e questa volta si tratta di un bambino ucciso durante una gita scolastica. Ma se le vittime sono così diverse tra loro, come è possibile che sia lo stesso assassino e quale può essere il motivo di questi omicidi? Kim Stone è convinta che il colpevole sia lo stesso per il modus operandi, una coltellata netta, decisa, senza tentennamenti, quasi una firma. Oltre a questa certezza, c’è il buio assoluto nelle ricerche.

Aiutata dalla sua squadra, in primis da Bryant e Dawson, la detective indaga sulla vita presente e passata delle vittime per trovare qualche collegamento fra loro, ma nonostante l’impegno non si trova alcun elemento in comune. Mentre aumentano le perplessità e il tempo scorre, Kim Stone si trova a dover affrontare due fantasmi in carne e ossa, che provengono dal suo passato: uno recente, la psichiatra psicopatica Alexandra Thorne, che lei stessa ha fatto arrestare e che si trova ancora in carcere; uno del lontano passato, la madre, rinchiusa da 28 anni in una clinica psichiatrica. Questi due personaggi consentono ad Angela Marsons di raccontarci ancora meglio il forte legame che Kim aveva con il fratellino Mickey, e l’odio per la madre che ne ha provocato la morte. 

Per chi volesse sapere come e quando la psichiatra Alexandra Thorne è entrata nella vita di Kim Stone, può andare a leggere, o rileggere, il secondo romanzo della serie “ Il gioco del male ”, (cliccando qui potete trovare la recensione sul blog), sebbene “ Linea di sangue ” possa essere letto anche da chi si accosta per la prima volta ai libri di Angela Marsons (e sono certa che poi andrà a leggere anche tutti i precedenti, perché l’autrice è bravissima e genera addiction ai suoi thriller!). Per ritornare all'antagonista psichiatra, il problema veramente grave per Kim è che Alexandra Thorne vuole rientrare nella sua vita e per farlo si serve proprio della madre della detective, che potrebbe ritornare in libertà per buona condotta. 

L’autrice è abile nel mostrarci come le ferite del passato non possono mai essere completamente chiuse, anche se sono sepolte in noi. E nello stesso tempo non ha remore nel creare due personaggi tanto sgradevoli quanto verosimili: Alex Thorne, una psichiatra folle e sadica che manipola i suoi pazienti per i suoi fini, e la madre di Kim, una donna schizofrenica e crudele che è arrivata a torturare e uccidere il proprio figlio. Kim Stone qui deve combattere da sola la sua battaglia contro queste due nemiche, coalizzate contro di lei. Ma intanto continua a indagare caparbiamente sui delitti anche quando la sua stessa vita è in pericolo.

Il caso, grazie anche all’aiuto della squadra di Kim Stone, viene risolto, e con un colpo di scena che vi lascerà davvero a bocca aperta. In quanto alle due donne terribili del suo passato, ho l’impressione che siano state neutralizzate solo temporaneamente dalla detective. L’unica certezza è che appena si finisce di leggere un thriller di Angela Marsons, si comincia ad attendere che esca il successivo, infatti la spigolosa e solitaria Kim Stone è ormai diventata una beniamina delle lettrici e dei lettori anche in Italia.


" Linea di sangue " di Angela Marsons, 380 pagine di pura adrenalina, tradotto da N. Giuliano, è pubblicato dalla Newton Compton Editore, ed è disponibile sia in versione cartacea rilegata, sia in ebook. 



Recensione scritta originariamente per MilanoNera, la potete leggere anche  qui




lunedì 20 maggio 2019

" Notte a Caracas" di Karina Sainz Borgo, o del paradiso che diventa inferno.






" Notte a Caracas ", il romanzo d’esordio di Karina Sainz Borgo, è un pugno nello stomaco, anche per il lettore che non dovesse essere a conoscenza delle vicende politiche e sociali nel Venezuela degli ultimi anni.

La giornalista, che vive da dodici anni in Spagna, ha una prosa da reporter di guerra, ma l’amore per il suo paese e la sua città d’origine, Caracas, rende il fraseggio del romanzo poetico, a tratti onirico. Adelaida, la protagonista, è una giovane editor che è sempre vissuta con la madre, e tutto il romanzo è un’epopea al femminile. Donne che hanno attraversato l’Oceano, partendo dall’Europa per raggiungere una terra che avrebbe consentito loro di vivere in agiatezza; donne rimaste vedove, prima o dopo l’emigrazione; donne lasciate dai loro uomini, come Adelaida e sua madre; donne sole e solitarie come le zie della protagonista, Amelia e Clara, o le vicine di casa Julia e Aurora.

E donne anche le virago grasse e malvestite del Fronte Rivoluzionario, che occupano l’appartamento di Adelaida, distruggendo i pochi oggetti, di valore affettivo più che reale, conservati da lei e dalla madre: libri, un servizio di piatti, il computer, tutti i mobili.

Sembrava una donna che abitasse una frontiera perpetua: né venezuelana né spagnola; né bella né brutta; né giovane né vecchia. Aurora Peralta scontava la maledizione di chi nasce troppo presto in un luogo e arriva troppo tardi in quello successivo.

“ Notte a Caracas ” è la cronistoria passata, presente e futura di una perpetua lotta di poveri contro poveri; di scatolette di tonno accumulate negli anni in previsione di un ennesimo saccheggio; di razioni di pasta e di farina destinate ai più bisognosi, e rivendute invece ai più ricchi al mercato nero. Karina Sainz Borgo ci mostra la dignità, l’orgoglio, la compassione come se fossero spine rimaste nella carne dei sopravvissuti, che vanno strappate a forza per continuare a resistere. 

Ogni scena del romanzo scaraventa in faccia al lettore il contrasto fra un Paese ricco, dove chi arriva dall’Europa può trovare un lavoro e vivere nel benessere, e lo stesso Paese impoverito, perché quella ricchezza viene utilizzata per arrivare al potere e scatenare la guerra civile contro chi, di volta in volta, si definisce nemico del popolo e affamatore. Una calma apparente che dura per anni, ma sotto la quale un vulcano è pronto a esplodere ciclicamente, scatenandosi in un clima di terrore dove nessuno è più al sicuro. Pagine che appaiono come fotografie che potrebbero trasformarsi in una sceneggiatura per un film. 

Difficile, o superfluo, prendere posizione per questo o quel partito o dittatore. Con l’autrice si sta dalla parte degli oppressi, di chi ha attraversato il mare dall’Europa per arrivare in America (nessuno dice mai America Latina) e di chi ha sempre meno diritti degli altri solo perché ha la pelle più scura.

“ Notte a Caracas “ è un romanzo-verità magnificamente scritto, e ottimamente tradotto da Federica Niola, che suscita nel lettore angoscia e interrogativi, forse anche paura che analoghe svolte storiche  possano accadere nella nostra cara vecchia Europa. 



" Notte a Caracas " di Karina Sainz Borgo, edizione Einaudi Stile Libero Big, è un libro che in 200 pagine condensa la storia di una nazione e di un popolo. Disponibile sia in cartaceo sia in ebook.