martedì 18 giugno 2019

" Una contessa a Chinatown ": la Miss Marple nella Milano anni '50 di Dario Crapanzano.




Dario Crapanzano porta in libreria " Una contessa a Chinatown " edizioni SEM, il secondo romanzo che ha per protagonista Margherita Grande, detta Rita. Per chi non avesse letto il primo libro della serie (ma si può leggere il secondo senza problemi), Rita è una giovane, brillante e simpatica squillo, che esercita il suo mestiere nella villa della contessa Vergani.

Siamo nella Milano dei primi anni ’50, e i clienti della contessa, anche lei prostituta prima di incontrare, sposare, e rimanere poi vedova del ricco e anziano conte Vergani, sono professionisti, magistrati, avvocati, insomma la crème de la crème milanese. 

Grazie alla sua bravura e fantasia, Rita con il suo lavoro è riuscita ad acquistare un grande appartamento, dove mantiene l’anziana nonna e i due fratellini minori, che ancora vanno a scuola. Rita è orfana di entrambi i genitori, ma Dario Crapanzano non ne fa un’eroina drammatica né spinge il lettore a provare compassione per lei. La protagonista, al contrario, è una ragazza intelligente e determinata, con la sua etica e le sue priorità. 

Se nel romanzo precedente, “ La squillo e il delitto di Lambrate ”, la protagonista si era improvvisata investigatrice per salvare una sua amica, accusata ingiustamente di aver ucciso il fidanzato, qui Rita è coinvolta in prima persona dall’inizio. E’ infatti proprio la sua maitresse, la contessa Vergani, a essere ritrovata morta in un pied-à-terre in via Paolo Sarpi, nella Chinatown milanese. 

La prima frettolosa indagine porterebbe a chiudere il caso come suicidio, ma Rita, che aveva un rapporto amicale oltre che professionale con la defunta, è convinta che la contessa non avesse nessuna intenzione di uccidersi. Lo sconcerto per la sua morte è ancora più grande quando Rita scopre che la contessa le ha lasciato in eredità la splendida villa, dove viveva e dove Rita si prostituiva con le altre ragazze.

A questo punto non le resta che indagare e se il giallo è ben congegnato e anche divertente, le caratteristiche che fanno amare questo romanzo sono le descrizioni, da una parte, della Chinatown milanese negli anni ’50, e dall’altra le abitudini e i proverbi meneghini della nonna di Rita.

Per me è stato davvero una sorpresa scoprire che il piatto di cervella fritta, che adoravo mangiare da bambina, era considerato un lusso della domenica, nella Milano di quegli anni. E sarà la nostalgia per un’epoca che non ho vissuto, essendo nata a Milano molti anni dopo, sarà che vivo a Roma da troppo tempo, questo entrare in punta di piedi nella vita dei milanesi DOC o d’adozione, in quel periodo d’oro, mi ha davvero affascinata. Tanto che non vedo l’ora di leggere la prossima avventura di Rita Grande, ormai non più squillo ma ragazza ricca in una Milano che sta cambiando vorticosamente.


" Una contessa a Chinatown " di Dario Crapanzano, Edizione SEM Società Editrice Milanese, sono quasi 190 pagine di puro divertimento. In attesa della prossima puntata delle avventure di Rita Grande, potete acquistarne una copia cartacea o in ebook in tutte le librerie fisiche e online. 


Questa recensione è stata scritta originariamente per MilanoNera, infatti la potete leggere qui









sabato 25 maggio 2019

" Linea di sangue " di Angela Marsons, e le ombre nel passato di Kim Stone.







Nel quinto romanzo di Angela Marsons, con protagonista sempre la detective Kim Stone, troviamo una linea di sangue che unisce fra loro vittime davvero diverse. La prima è un’assistente sociale, trovata uccisa nella sua auto di lusso, la seconda una giovane ragazza tossicodipendente trovata in un bosco. In seguito si aggiunge un omicidio avvenuto alcuni mesi prima, e questa volta si tratta di un bambino ucciso durante una gita scolastica. Ma se le vittime sono così diverse tra loro, come è possibile che sia lo stesso assassino e quale può essere il motivo di questi omicidi? Kim Stone è convinta che il colpevole sia lo stesso per il modus operandi, una coltellata netta, decisa, senza tentennamenti, quasi una firma. Oltre a questa certezza, c’è il buio assoluto nelle ricerche.

Aiutata dalla sua squadra, in primis da Bryant e Dawson, la detective indaga sulla vita presente e passata delle vittime per trovare qualche collegamento fra loro, ma nonostante l’impegno non si trova alcun elemento in comune. Mentre aumentano le perplessità e il tempo scorre, Kim Stone si trova a dover affrontare due fantasmi in carne e ossa, che provengono dal suo passato: uno recente, la psichiatra psicopatica Alexandra Thorne, che lei stessa ha fatto arrestare e che si trova ancora in carcere; uno del lontano passato, la madre, rinchiusa da 28 anni in una clinica psichiatrica. Questi due personaggi consentono ad Angela Marsons di raccontarci ancora meglio il forte legame che Kim aveva con il fratellino Mickey, e l’odio per la madre che ne ha provocato la morte. 

Per chi volesse sapere come e quando la psichiatra Alexandra Thorne è entrata nella vita di Kim Stone, può andare a leggere, o rileggere, il secondo romanzo della serie “ Il gioco del male ”, (cliccando qui potete trovare la recensione sul blog), sebbene “ Linea di sangue ” possa essere letto anche da chi si accosta per la prima volta ai libri di Angela Marsons (e sono certa che poi andrà a leggere anche tutti i precedenti, perché l’autrice è bravissima e genera addiction ai suoi thriller!). Per ritornare all'antagonista psichiatra, il problema veramente grave per Kim è che Alexandra Thorne vuole rientrare nella sua vita e per farlo si serve proprio della madre della detective, che potrebbe ritornare in libertà per buona condotta. 

L’autrice è abile nel mostrarci come le ferite del passato non possono mai essere completamente chiuse, anche se sono sepolte in noi. E nello stesso tempo non ha remore nel creare due personaggi tanto sgradevoli quanto verosimili: Alex Thorne, una psichiatra folle e sadica che manipola i suoi pazienti per i suoi fini, e la madre di Kim, una donna schizofrenica e crudele che è arrivata a torturare e uccidere il proprio figlio. Kim Stone qui deve combattere da sola la sua battaglia contro queste due nemiche, coalizzate contro di lei. Ma intanto continua a indagare caparbiamente sui delitti anche quando la sua stessa vita è in pericolo.

Il caso, grazie anche all’aiuto della squadra di Kim Stone, viene risolto, e con un colpo di scena che vi lascerà davvero a bocca aperta. In quanto alle due donne terribili del suo passato, ho l’impressione che siano state neutralizzate solo temporaneamente dalla detective. L’unica certezza è che appena si finisce di leggere un thriller di Angela Marsons, si comincia ad attendere che esca il successivo, infatti la spigolosa e solitaria Kim Stone è ormai diventata una beniamina delle lettrici e dei lettori anche in Italia.


" Linea di sangue " di Angela Marsons, 380 pagine di pura adrenalina, tradotto da N. Giuliano, è pubblicato dalla Newton Compton Editore, ed è disponibile sia in versione cartacea rilegata, sia in ebook. 



Recensione scritta originariamente per MilanoNera, la potete leggere anche  qui




lunedì 20 maggio 2019

" Notte a Caracas" di Karina Sainz Borgo, o del paradiso che diventa inferno.






" Notte a Caracas ", il romanzo d’esordio di Karina Sainz Borgo, è un pugno nello stomaco, anche per il lettore che non dovesse essere a conoscenza delle vicende politiche e sociali nel Venezuela degli ultimi anni.

La giornalista, che vive da dodici anni in Spagna, ha una prosa da reporter di guerra, ma l’amore per il suo paese e la sua città d’origine, Caracas, rende il fraseggio del romanzo poetico, a tratti onirico. Adelaida, la protagonista, è una giovane editor che è sempre vissuta con la madre, e tutto il romanzo è un’epopea al femminile. Donne che hanno attraversato l’Oceano, partendo dall’Europa per raggiungere una terra che avrebbe consentito loro di vivere in agiatezza; donne rimaste vedove, prima o dopo l’emigrazione; donne lasciate dai loro uomini, come Adelaida e sua madre; donne sole e solitarie come le zie della protagonista, Amelia e Clara, o le vicine di casa Julia e Aurora.

E donne anche le virago grasse e malvestite del Fronte Rivoluzionario, che occupano l’appartamento di Adelaida, distruggendo i pochi oggetti, di valore affettivo più che reale, conservati da lei e dalla madre: libri, un servizio di piatti, il computer, tutti i mobili.

Sembrava una donna che abitasse una frontiera perpetua: né venezuelana né spagnola; né bella né brutta; né giovane né vecchia. Aurora Peralta scontava la maledizione di chi nasce troppo presto in un luogo e arriva troppo tardi in quello successivo.

“ Notte a Caracas ” è la cronistoria passata, presente e futura di una perpetua lotta di poveri contro poveri; di scatolette di tonno accumulate negli anni in previsione di un ennesimo saccheggio; di razioni di pasta e di farina destinate ai più bisognosi, e rivendute invece ai più ricchi al mercato nero. Karina Sainz Borgo ci mostra la dignità, l’orgoglio, la compassione come se fossero spine rimaste nella carne dei sopravvissuti, che vanno strappate a forza per continuare a resistere. 

Ogni scena del romanzo scaraventa in faccia al lettore il contrasto fra un Paese ricco, dove chi arriva dall’Europa può trovare un lavoro e vivere nel benessere, e lo stesso Paese impoverito, perché quella ricchezza viene utilizzata per arrivare al potere e scatenare la guerra civile contro chi, di volta in volta, si definisce nemico del popolo e affamatore. Una calma apparente che dura per anni, ma sotto la quale un vulcano è pronto a esplodere ciclicamente, scatenandosi in un clima di terrore dove nessuno è più al sicuro. Pagine che appaiono come fotografie che potrebbero trasformarsi in una sceneggiatura per un film. 

Difficile, o superfluo, prendere posizione per questo o quel partito o dittatore. Con l’autrice si sta dalla parte degli oppressi, di chi ha attraversato il mare dall’Europa per arrivare in America (nessuno dice mai America Latina) e di chi ha sempre meno diritti degli altri solo perché ha la pelle più scura.

“ Notte a Caracas “ è un romanzo-verità magnificamente scritto, e ottimamente tradotto da Federica Niola, che suscita nel lettore angoscia e interrogativi, forse anche paura che analoghe svolte storiche  possano accadere nella nostra cara vecchia Europa. 



" Notte a Caracas " di Karina Sainz Borgo, edizione Einaudi Stile Libero Big, è un libro che in 200 pagine condensa la storia di una nazione e di un popolo. Disponibile sia in cartaceo sia in ebook.






martedì 16 aprile 2019

" Una testa in gioco " e " Maigret a New York" di Georges Simenon, letti da Giuseppe Battiston per Emons Audiolibri.






Ormai mi sono affezionata a sentire la voce di Giuseppe Battiston che legge i libri dei miei autori preferiti. Infatti, dopo aver ascoltato “Una cosa divertente che non farò mai più” di D.F.Wallace, ho colto l’occasione per ascoltare i numeri 15 e 16 della Collezione Maigret, sempre per Emons Audiolibri.

E devo dire che non sono rimasta delusa: non riesco ad immaginare un attore migliore per dare voce (e corpo) al commissario Maigret, per indossare la sua ironia camuffata da un burbero atteggiamento. 

“Una testa in gioco” è il quinto romanzo della serie che vede come protagonista Maigret, ed è stato pubblicato per il prima volta nel 1931. La versione dell’audiolibro Emons è la stessa dell’edizione Adelphi del 1995. Il libro racconta la vicenda di Joseph Heurtin, che è stato condannato a morte per il duplice omicidio di una ricca vedova americana e della sua cameriera. Sebbene le prove siano tutte contro Heurtin, Maigret crede nella sua innocenza e decide di indagare per trovare il vero colpevole.


La testa in gioco nel titolo non è quindi solo quella del condannato, che attende in cella il giorno dell’esecuzione, ma anche quella di Maigret, che con la sua indagine va a scontentare i suoi superiori, rischiando di rovinarsi la carriera. 

In questo romanzo, fondamentale è il contrasto fra il personaggio di Maigret, con la sua ironia e i suoi modi secchi, e quello di Jean Radek. Questi è un ex-studente di medicina cecoslovacco, che pare uscito dalla penna di Dostoevsky. Radek è una figura machiavellica, che sembra avere la meglio su Maigret, anche sul piano verbale.

Un romanzo che, con il consueto genio di Georges Simenon, trascina il lettore, pardon l’ascoltatore nella caccia al vero assassino, senza trascurare la ricerca di Maigret sulla natura degli essere umani. “Una testa in gioco” è sicuramente un romanzo breve, ma anche un grande capolavoro, che rappresenta al meglio la complessità fra la luce del difensore del bene e l’ombra del colpevole.

Durata dell’ascolto quasi 4 ore.



In “Maigret a New York”, pubblicato in Italia per la prima volta nel 1952, il commissario è in pensione da un anno quando riceve la visita di Jean Maura, il figlio di un uomo d’affari newyorkese ricchissimo. 


Il giovane convince Maigret a imbarcarsi con lui per andare a New York, perché teme che la vita di suo padre sia in pericolo. Quando arrivano a New York però, Maura scompare. Maigret, indaga e scopre, grazie al suo vecchio amico Michael O’Brien, ispettore dell’FBI, che il padre di Maura, appena arrivato a New York, aveva vissuto nel Bronx insieme a un amico violinista. A questo punto Jean Maura ricompare e, avendo ritrovato il padre in salute con il suo segretario MacGill, vorrebbe tornare in Francia. 

Ma Maigret e O’Brien decidono di indagare ulteriormente, e scoprono tutto il passato del padre di Jean Maura. A questo punto si scopre una storia di figli segreti, di gelosia che porta all’omicidio, ma non aggiungo altro per non togliervi il piacere dell’ascolto di quest’avventura di Maigret oltreoceano. 

Durata dell’ascolto 4 ore e 50 minuti.

Non posso che consigliare questi due nuovi capitoli della Collezione Maigret di Emons Audiolibri, come tutte le uscite precedenti lette dallo straordinario Giuseppe Battiston. La Collezione Maigret la consiglio non solo a tutti gli appassionati di Simenon e Maigret, che hanno letto quasi tutti i libri e hanno visto tutte le interpretazioni cine-televisive da Jean Gabin, Gino Cervi, Bruno Cremer fino ad arrivare a Rowan Atkinson. Questi audiolibri sono così ben fatti e affascinanti da ascoltare, che possono far diventare dei fan del commissario Maigret anche coloro che non hanno mai letto Simenon.

Recensione scritta originariamente per MilanoNera, la trovate anche su questa  pagina


Tutti gli audiolibri della Collezione Maigret possono essere acquistati anche direttamente sul sito della casa editrice Emons. Sono in versione CD e quindi possono essere ascoltati su lettori CD, lettori dvd o computer. Ma sono anche in file mp3 che possono essere ascoltati anche tramite l'app gratuita Emons Audiolibri. Trovate tutte le indicazioni e tutto il catalogo audiolibri qui




sabato 30 marzo 2019

" April è scomparsa " di Sarah A. Denzil, e di come la verità abbia molte versioni...





Con “April è scomparsa”, il suo ultimo romanzo, Sarah A. Denzil costruisce un thriller psicologico che vi terrà con il fiato sospeso fino alle ultime righe. E il dubbio su dove sia la verità vi seguirà passo passo.

Hannah Abbott vive isolata in casa, in un villaggio dello Yorkshire. Lavorando come editor freelance, non è costretta a incontrare chi le affida il lavoro. Passa la maggior parte del tempo al pc, anche tutti i suoi acquisti li effettua online e non frequenta nessuno. Nel suo passato c’è stata una grande tragedia, ma Sarah A. Denzil è molto abile nello svelare lentamente, e solo nella seconda metà del romanzo, che cosa sia successo veramente nella vita di Hannah.

April è l’unica figlia della famiglia Mason, che si è appena trasferita nella casa di fronte a quella di Hannah. Apparentemente una famiglia perfetta, quel tipo di famiglia che Hannah non ha, o che forse aveva in passato. Ma sappiamo che proprio delle famiglie perfette bisogna dubitare, e infatti Hannah, spiando dalla finestra di casa sua, nota particolari inquietanti. 

Laura, una mamma che torna troppo tardi dall’ufficio, un padre che non ha un lavoro e che non pare nemmeno cercarlo. E poi c’è April, che sembra chiedere aiuto proprio a Hannah, con uno sguardo silenzioso e impaurito. Finché Hannah, in un rimando inconscio che la vede immedesimarsi prima nella bambina e poi in sua madre, decide di agire per salvarle entrambe.

Quando finalmente Hannah supera la sua paura e i suoi attacchi di panico, ed esce di casa per scoprire tutti i misteri di quella strana famiglia, la piccola April sparisce. Ma April è davvero scomparsa, o è solo una proiezione di Hannah? Chi è veramente la vittima in quella casa? E perché Hannah si è isolata da tutto e da tutti per anni?

“April è scomparsa” è davvero un thriller inquietante, che ribalta le carte in tavola più volte. E la sensazione claustrofobica di follia che pervade Hannah, finisce per arrivare anche al lettore. L'autrice riesce in questo intento anche creando una trama a doppio incastro. 

Laura e Hannah, le due donne protagoniste, si confrontano a distanza perché ciascuna delle due racconta la propria versione della storia. Sono sincere con se stesse e con il lettore?  E' quasi impossibile capirlo fino in fondo. I capitoli a loro dedicati sono infatti alternati, e questa scelta aumenta la suspense ma genera anche lo sconcerto in chi legge.

La chiave di tutta la storia è proprio la piccola April, che è veramente scomparsa, ma quando riappare è ben diversa da come l'ha conosciuta Hannah e persino da come l'ha cresciuta sua madre Laura.

Un thriller diabolico, da leggere con cautela se si vive e si lavora in casa da sole.





" April è scomparsa " di Sarah A.Denzil ed.Newton Compton, 288 pagine di suspense disponibili sia in versione cartacea sia in versione ebook.


Recensione scritta originariamente per MilanoNera, la potete leggere anche  qui.








domenica 3 marzo 2019

" In gratitudine " di Jenny Diski, ovvero della scrittura come cura e come arma al femminile.




Ho acquistato il libro di Jenny Diski all’inizio del 2018, perché Doris Lessing è sempre stata una dei miei scrittori preferiti e mi incuriosiva il punto di vista dell’autrice, che da adolescente aveva vissuto con lei. Nonostante questa curiosità, il libro della Diski è rimasto sul mio comodino con altri, in attesa per mesi. Dopo la morte di mio padre, alcuni mesi fa, ho sentito che " In gratitudine " mi chiamava (capirete perché se lo leggerete). Ma solo quando mi sono ritrovata con la stessa malattia dell’autrice, anche se non in forma così grave e drammatica, ho compreso che la lettura non poteva più essere rimandata. 

E mi sono trovata così di fronte a molto più di quanto mi aspettassi, in ogni senso. Jenny Diski, all’età di quindici anni, venne accolta in casa da Doris Lessing che ne diventò la tutrice. Era una ragazzina con due genitori anaffettivi, incapaci di darle una qualsiasi indicazione su come affrontare la vita. Jenny, nonostante la giovanissima età, aveva già collezionato alcune fughe da casa, un tentativo di suicidio e un ricovero in un ospedale psichiatrico. “Era un piccolo reparto di psichiatria in una grande villa, popolato per lo più da giovani, anche se nessuno era giovane quanto me. Diventai la trovatella ufficiale. Io ero affascinata, mi sentivo quasi a casa e finalmente accudita.” Difficilmente può risultare comprensibile quest’ultima frase a una persona che non è mai stata ricoverata in un posto simile, provenendo da una famiglia disfunzionale.

Questa è la ragazzina che viene accolta in casa dalla scrittrice già molto famosa, dietro suggerimento del figlio Peter che di Jenny era compagno di scuola. Doris Lessing pensava che Jenny avrebbe ripreso la scuola in collegio, così da doversi occupare di lei solo durante le vacanze estive. Ma le cose non andarono così. E la narrazione di Jenny ci mostra una Lessing molto diversa da quella che molti lettori, e soprattutto lettrici, possono immaginare. 

Io mi sono fatta un’idea su di lei come donna anche perché sto leggendo la sua autobiografia, pubblicata da Feltrinelli. Mi ha stupito il fatto che avesse portato con sé a Londra solo il figlio Peter, nato dal suo secondo matrimonio con Gottfried Lessing; gli altri due figli John e Jean, ancora piccoli, li lasciò in Rhodesia con il primo marito Frank. E se con i due figli del primo matrimonio Doris Lessing non ebbe praticamente più alcun rapporto, con Peter creò invece un rapporto simbiotico.

Un legame così totalizzante da non permettere mai a Peter di avere una sua vita indipendente, tanto che madre e figlio, dopo aver abitato sempre insieme, morirono a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro. “ A quel punto Peter era diventato diabetico, e un’infermiera della zona passava a fargli le iniezioni di insulina. Ma prima dell’ictus Doris gli dava esattamente le stesse cose che i diabetici non dovrebbero mangiare: cioccolato, budino al toffee, patate, zucche, stufati, torte…” uno dei tanti aneddoti narrati da Jenny Diski che illumina sul loro rapporto madre-figlio.

Ma “ In gratitudine ” non è una mera raccolta di pettegolezzi, simili a quelli sui suoi amici e amanti che la stessa Doris Lessing raccontava alla giovanissima Jenny. L’autrice elabora un’analisi dura e impietosa, anche se mai cinica, sui rapporti spesso tragici che possono incatenare i figli ai loro genitori, siano essi biologici, adottivi o affidatari, come fu Doris Lessing per la giovane Jenny Diski

E nel contempo è anche il resoconto delle disavventure assurde e tragiche di una ragazzina sbandata in una Londra anni sessanta, che non era così swinging come appariva a me, che ne ero innamorata alla stessa età di Jenny. 

A tratti l’autrice insinua il dubbio se sia lecito per gli scrittori utilizzare nelle proprie opere le esperienze di vita di famigliari, amici, amanti, così come se sia corretto mentire sulla propria vita privata. “ In gratitudine ” è anche il racconto impietosamente lucido, ma anche molto ironico, di una scrittrice che si sottopone alla radio e alla chemioterapia, pur sapendo di non poter guarire. Perché si può essere autoironici anche parlando delle cadute sui marciapiedi, per colpa delle terapie, e degli acquari vuoti negli ospedali londinesi. E la Diski riesce magnificamente anche in questo.

Lascio a chi leggerà il libro decidere quanta verità sia nel memoir di Jenny Diski e quanta nei libri e nell’autobiografia di Doris Lessing. Alla fine di tutto, rimane al lettore e soprattutto alla lettrice, un’unica domanda, alla quale Jenny Diski, forse, ha saputo rispondere. “Perché cazzo mi è toccata tutta questa merda?”

Un libro da leggere per chi ancora si sta ponendo questa domanda, ma anche per chi non se l’è mai posta nella vita. Un libro necessario per chi ha letto e amato tutti i libri della Lessing, che troverà in Jenny Diski uno stile narrativo rigoroso e un approccio alla vita estremamente distanti da quelli dell’autrice premio Nobel.

Il mio rammarico è di aver conosciuto Jenny Diski solo dopo la sua morte, ma sono grata a NN Editore che, dopo “ In gratitudine ”, pubblicherà anche i suoi due libri reportage di viaggi “Stranger on a Train” e “Skating to Antarctica” .



“ In gratitudine ” di Jenny Diski, intenso e acuto memoir di 272 pagine, tradotto magistralmente da Fabio Cremonesi, può essere acquistato anche direttamente sul sito della NN Editore.






martedì 22 gennaio 2019

" Trascurate Milano " di Luca Ricci, e di come perdersi (e ritrovarsi) nella metropolitana milanese.







Un racconto antinatalizio di Luca Ricci che, dopo “ Gli autunnali ” (potete leggere le mie impressioni sul romanzo qui), torna a pedinare un uomo senza nome in cerca di amore. Stavolta la ricerca non avviene nell’atmosfera pigra e decadente della capitale in autunno, ma nel ventre anonimo e asettico di Milano. Sopra, il buio. “A dicembre il buio è la chiave della città. Le buone maniere, per esempio: la gente per strada non si saluta per gentilezza, ma per farsi coraggio.”

E allora, gioco forza si scende sotto, in metropolitana. Dove le luci artificiali e il vento causato dai treni accolgono una massa di corpi sconosciuti. 

Lui, il protagonista senza nome, ha una moglie e una figlia, che ripassa le tabelline con lui prima di andare a scuola. C’è anche un’amante storica, che l’uomo incontra in hotel che offrono il day use, l’equivalente dell’antico albergo a ore. L’uomo vuole ostinatamente fuggire dall’ipocrita ripetizione dei riti, che siano natalizi o borghesi (lavoro fisso-moglie-figlia-amante). E per farlo non può che cercare uno sguardo, un contatto fisico nella calca indistinta della metro. 

Un corpo sconosciuto che gli apra un varco nel buio invernale. Quanti di noi che lo seguiamo non abbiamo almeno una volta cercato quel varco in uno sguardo fuggevole in metropolitana, in un sorriso distratto al bancone di un bar? Il protagonista trova un appiglio in Martina, giovanissima efebica ragazza che incontra in metro. E che si ostina a pedinare ripetendo lo stesso percorso per vari giorni, osservando altri uomini come lui alla ricerca.

Un’ossessione amorosa che non può aver luogo che a Milano, nella monotona e rassicurante puntualità dei mezzi. Martina è giovane, ma non ingenua: conduce lei il gioco, porta l’uomo in superficie, fra i suoi amici. La sua sicurezza ci fa comprendere che il protagonista non seduce una ragazzina ma, come sempre, è la donna a decidere, scegliere, e a volte usare per scartare.  

Luca Ricci racconta, ancora una volta in modo disperatamente sincero, un universo di pulsioni maschili, ma nel farlo restituisce alle donne una determinazione e una volontà che è in Martina come nelle altre tre figure femminili attorno alle quali ruota la sua vita. 

Non è uno sfondo ma una coprotagonista la città di Milano, che non è più ovviamente la stessa degli anni sessanta in "Un amore" di Buzzati, ma dove uomini e donne sono di nuovo, eternamente, pericolosamente alla ricerca del senso di una vita.


" Trascurate Milano " di Luca Ricci edizioni La nave di Teseo, disponibile in cartaceo e in ebook. 







giovedì 13 dicembre 2018

" L'omicidio della felicità" o della banalità del male: il nuovo giallo di Friedrich Ani.






Con “L’omicidio della felicità”, Friedrich Ani ci presenta il secondo romanzo con protagonista l’ex commissario Jakob Franck. Pur essendo in pensione, Franck collabora ancora con i suoi ex-colleghi e si è preso l’incarico di comunicare le morti delle vittime di crimini ai loro parenti. Ed è proprio in questo frangente che viene in contatto con la famiglia Grabbe: comunicando alla madre e al padre il ritrovamento del cadavere del figlio undicenne Lennard, sparito nel nulla un mese prima.

Friederich Ani crea con i personaggi del romanzo un insolito giallo psicologico. Infatti Jakob Franck è interessato, certo, a trovare il colpevole del brutale omicidio, ma ancor di più vorrebbe capire la psicologia delle persone coinvolte, a partire dalla madre e dallo zio della vittima. 

“L’omicidio della felicità” è un romanzo a più voci, perché entriamo a piccoli passi nell’animo e nella vita dei personaggi, scoprendo segreti terribili e inconfessabili. E’ proprio la mente perspicace dell’ex-commissario Franck a penetrare nella vita di ciascuno, quasi fosse un medium, silenziosamente, mentre tutto intorno c’é un anonimo paese tedesco coperto di neve, che pare assorbire le vicende e le emozioni di tutti gli abitanti. 

E le indagini non sono affatto facili, nonostante le meticolose ricerche di Franck e dei suoi ex-colleghi. Che motivi poteva avere l’assassino per uccidere un ragazzino simpatico, studioso, un astro nascente del calcio nonchè dotato di grande orecchio musicale? L’omicidio di un bambino è quanto di più orribile e insensato possa accadere sulla faccia della terra. 

Franck sente il peso di un caso che potrebbe diventare insoluto, come alcuni altri del suo passato lavorativo. E il suo scrupolo professionale lo costringe a pensare, immaginare, rivedere tutti gli indizi raccolti dagli altri poliziotti. Un metodo lavorativo quasi ossessivo, che è costato al commissario anche il fallimento del suo matrimonio, per quanto i rapporti con l’ex-moglie siano ancora affettuosi e complici.

E mentre indaga, i familiari di Lennard smettono di comunicare fra loro, si isolano, scivolano in una disperazione sempre più folle, come se la morte del ragazzino avesse portato via con sé non solo la felicità ma anche ogni motivo per sperare e vivere.

Ma l’assassino verrà trovato? Ogni giallo che si rispetti termina con la scoperta del colpevole, e “L’omicidio della felicità” non fa eccezione. Ma rimarrete stupiti e dalla scoperta dell’assassino (qualcuno potrebbe citare “la banalità del male”) e dai vari colpi di scena nelle vite dei personaggi. Un giallo introspettivo, insolito, che vi resterà dentro anche quando avrete finito di leggerlo.



Un giallo tedesco della casa editrice Emons, ottimamente tradotto da Fabio Lucaferri, sono 270 pagine ma arriverete in fondo con il fiato sospeso. Lo trovate sia in versione cartacea sia in ebook, potete acquistarlo anche direttamente sul sito della casa editrice  qui


lunedì 19 novembre 2018

" L'abisso " di e con Davide Enia, un racconto che invade l'animo dello spettatore.







Non è facile scrivere de “ L’abisso ”, lo spettacolo che Davide Enia ha portato in scena al teatro India il mese scorso, e ora in tournèe in tutta Italia.  L’autore/attore con questa pièce scardina le nostre difese interiori,  e attraverso il racconto di un naufragio personale e sociale ci interroga e ci coinvolge. 

Dal suo romanzo “ Appunti per un naufragio ”, ed. Sellerio, che consiglio a tutti di leggere, Davide Enia porta sul palcoscenico due drammi, quello degli immigrati che arrivano a Lampedusa, quando non muoiono prima in mare. E poi il dramma di un pugno di uomini e donne di buona volontà che cercano di strapparli alle onde, alle navi malconce e ai barconi fradici per portarli sulla terraferma. In mezzo c’è lui, Davide, giunto a Lampedusa con il padre, e in costante contatto telefonico con lo zio, che sta lottando contro un tumore.

Ascoltando i racconti della coppia di amici che li ospita, dei volontari e dei pescatori di Lampedusa, Enia tace. Lascia scorrere davanti a noi i gesti, le frasi mozzate, le lacrime di chi salva e di chi è salvato. Pare quasi che a narrare “L’abisso” siano più adatte le fotografie del padre, uomo taciturno, che proprio a Lampedusa inizia a riempire i tanti silenzi nel suo rapporto con Davide.

Dopo aver letto “ Appunti per un naufragio ”, avevo visto il nucleo dello spettacolo inserito nel lunghissimo, eterogeneo e discontinuo, “ Ritratto di una nazione. L’Italia al lavoro ”, in scena al Teatro Argentina nell’inverno 2017. Il pezzo di Davide era di gran lunga fra i più incisivi ed emozionanti fra quelli proposti. Rivisto il mese scorso al Teatro India, nella sua interezza e compiutezza, “ L’abisso ”  mi ha colpito al cuore nuovamente. 

E insieme mi pare che Davide Enia abbia affinato nel frattempo il suo “cuntu”, sfrondandolo dall’energia eccessiva che forse tratteneva in sé, in questi undici anni in cui è stato lontano dalle scene per dedicarsi alla scrittura di romanzi tradotti, pubblicati e premiati in tutta Europa.

Accompagnato come sempre dal musicista Giulio Barocchieri, anche lui palermitano, Davide Enia ha asciugato, scolpito, impresso nelle anime degli spettatori il dramma di Lampedusa. Consapevole che “le nostre parole non riescono a cogliere appieno la loro verità…ma la storia della migrazione saranno loro stessi a raccontarla…ci vorranno anni…e saranno loro a spiegarci cosa è diventata l’Europa e a mostrarci, come in uno specchio, chi siamo diventati noi." (cit.“Appunti per un naufragio”).

Ma nel frattempo, noi italiani, noi europei, saremo ancora in grado guardarci allo specchio o troveremo solo l'abisso davanti e attorno a noi?

in tournée nei teatri di tutta Italia


“ L’ABISSO “ tratto da “Appunti per un naufragio” (ed. Sellerio) in 

Spettacolo di e con Davide Enia
Musiche composte ed eseguite da Giulio Barocchieri.
Produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Teatro Biondo di Palermo,
Accademia Perduta – Romagna Teatri

La locandina dello spettacolo è dell'artista Silvia Giambrone.












giovedì 25 ottobre 2018

" L'ultimo risotto con ossobuco ".







Settimana scorsa ho deciso di cucinare un piatto in cui non mi ero mai cimentata: l’ossobuco, da servire con il risotto alla milanese. Non ho mangiato carne per diversi anni e anche da giovane la mangiavo controvoglia (sarebbe lungo spiegarne i motivi…). Anche adesso che vivo a Roma, e mangio la carne più volentieri, non amo cucinarla. Per farla breve, al momento di preparare l’ossobuco, mi sono resa conto che non sapevo da che parte iniziare. Così ho cercato su vari siti internet e anche sui miei vecchi ricettari cartacei. 

Nella mia famiglia di origine (comasca) l’ossobuco lo preparava mia madre, che però lo schiaffava nella pentola a pressione con le patate o i piselli e amen. Con il risultato che, alla fine, io mi lamentavo perché nel piatto ritrovavo l’ossobuco vuoto, senza il midollo. Ero già strana da ragazzina, odiavo la carne ma andavo matta per il midollo dell’ossobuco, la cervella fritta, i nervetti e altri alimenti che disgustano i bambini (e spesso anche gli adulti). A ogni modo seguendo le indicazioni, peraltro controverse, di un paio di siti, ce l'ho fatta.

Per il risotto alla milanese, invece, non ho avuto alcun problema. Anche quello lo cucinava mia madre, preparava il soffritto, buttava il riso nella pentola, faceva evaporare il vino e poi diceva “Dacci un’occhiata tu” e si eclissava per svolgere altre improrogabili faccende. Ma il risotto non è come la pasta, che la getti nell’acqua bollente e poi la scoli quando ti pare cotta (semicit.) Il risotto è un lungo lavoro di attenzione e amore, come il ragù di carne, la lasagna, le melanzane alla parmigiana con la pasta. Insomma, anche se hai a disposizione il miglior Carnaroli e un buon brodo di bollito, bastano un paio di minuti in più, troppo sale o poco burro, parmigiano poco stagionato, ed ecco che esce un risotto imperfetto.

Per questo motivo mio padre, quando si degnava di essere a casa, tipo un sabato ogni tre settimane, se c’era il brodo del bollito e voleva un risotto, chiedeva a me. Così il risotto alla milanese, anche negli miei anni semi-vegetariani, è rimasto il mio cavallo di battaglia.

Giovedì scorso non avevo il brodo di bollito, in compenso c’era una bustina di zafferano biologico dei monaci di Siloe (quella in Maremma, non a Gerusalemme). Che in effetti aveva un profumo e un aroma straordinario; il Carnaroli non era dei migliori ma poteva andare (diffidate di chi vi invita a cena e prepara il risotto alla milanese con il parboiled, eretici!). Insomma il risotto mi è venuto bene, nonostante io sia piuttosto esigente, soprattutto con me stessa. A mezzogiorno avevo preparato l’ossobuco (per favore non ditelo a Cracco…) e l’ho anche cosparso con la gremolada. Inutile spiegare che quest’ultima nella pentola  a pressione di mia madre non è mai entrata. Nonostante le mie apprensioni quando cucino qualcosa per la prima volta, l’ossobuco con il risotto non era malvagio, alla fine per complimentarmi con me stessa ho fotografato il piatto completo e l’ho messo su Instagram. E’ una cosa che non faccio mai, anche perchè non sono nè una chef nè una foodblogger (e non mi interessa diventarlo).

Il pomeriggio del giorno dopo, che era venerdì giorno di magro, ho scoperto che mio padre era improvvisamente morto poche ore prima. E’ stato faticoso scoprire come e dove, e ancor di più sapere se e quando si sarebbe svolto il funerale. Anche qui le spiegazioni sarebbero lunghissime. Soprassediamo.

Diciamo che il giorno del funerale le uniche porte aperte sono state quelle della chiesa della mia infanzia. Ho dovuto subire anche i consigli non richiesti di chi, per affetto ma senza conoscere gli ultimi venti anni della mia vita, mi istruiva su cosa fare. Il peggio è stata una sceneggiata da funerale tipo “Divorzio all’italiana”, di una persona che non mi è parente nè tantomeno amica, e che infatti si è guardata bene dall'avvisarmi che mio padre era morto. Ma i lutti tirano fuori il meglio dalle persone sincere e generose d’animo, il peggio da quelle ipocrite e avide. In questi frangenti, chi ha una fede trova conforto. Chi ha parenti affettuosi, riceve consolazione. La sottoscritta è priva dell’una e degli altri.


Rimane il dubbio laico del perché l'ultima sera che mio padre era in vita, io abbia cucinato due dei suoi piatti preferiti.






martedì 25 settembre 2018

" Una morte perfetta " di Angela Marsons, niente è come sembra anche per Kim Stone.






L’ambientazione scelta da Angela Marsons per il suo nuovo romanzo “ Una morte perfetta ”, quarto thriller con protagonista Kim Stone, non è certo delle più gradevoli. Ci troviamo al laboratorio di Westerly, sempre nella Black Country, dove si studiano all’aperto i cadaveri in decomposizione.

Ma dai cadaveri come oggetto di studio scientifico, si passa ben presto al cadavere di una giovane donna, che è stato abbandonato proprio in quel luogo, nonostante sia molto sorvegliato giorno e notte. Subito dopo un’altra giovane vittima viene ritrovata sul posto, ma stavolta si riesce a strapparla alla morte letteralmente per i capelli. Quando la ragazza si risveglierà in ospedale, non ricorderà nulla dell’accaduto e della sua vita precedente.

Sembra davvero un caso senza uscita: se si tratta di un serial killer, perché la scelta di abbandonare le vittime proprio in quel luogo, rischiando di essere scoperto e arrestato? E quale potrebbe essere il legame fra l’assassino e le sue vittime, e fra le stesse ragazze, che sembrano non avere niente in comune?

Kim Stone, ormai la conosciamo, non si perde d’animo. Al contrario si fa quasi suggestionare da Tracy Frost, la cronista di nera che le sta sempre con il fiato sul collo, fino a riaprire in contemporanea un cold case riguardante il cadavere di un uomo sconosciuto. A dire la verità il ruolo della giornalista non si limita, come nei romanzi precedenti, a quello della guastafeste che rischia di mandare all’aria le indagini delicatissime, e pericolose insieme, di Kim Stone. La quale ha, giustamente, una grande antipatia per Tracy, in parte per il suo insidioso impicciarsi nel suo lavoro, in parte per il suo modo di vestirsi e atteggiarsi.

Due primedonne dal carattere ostico, che hanno già fatto scintille a ogni contatto nei thriller di Angela Marsons. Ma allora perché stavolta Kim Stone, già indaffarata a risolvere il caso del serial killer, si lascia convincere a riaprire un caso che non dipende nemmeno dalla sua squadra? Forse perché il suo intuito le suggerisce che la Frost stavolta ha visto giusto. O forse perché, senza saperlo, le due donne hanno molto più in comune di quanto possano immaginare.

E improvvisamente Tracy Frost si trasforma, da giornalista invadente, a probabile vittima del serial killer su cui sta indagando Kim Stone. La detective dovrà, suo malgrado, lottare contro il tempo per salvare proprio Tracy Frost, e scoprirà durante le indagini qual è il segreto, anzi quali sono i segreti che la giornalista custodisce gelosamente.

Angela Marsons anche in questo romanzo ci tiene con il fiato sospeso fino all’ultimo, e i capovolgimenti di scena sono parecchi: niente è come sembra. Nello stesso tempo l’analisi psicologica dei vari personaggi è come sempre straordinaria, e i flash back nel passato delle due protagoniste non allentano la tensione, anzi la rendono più viscerale. Un ottimo, imperdibile, bestseller per tutti gli appassionati di thriller (e di Kim Stone) come la sottoscritta.



" Una morte perfetta " di Angela Marsons, edizioni Newton Compton, è un avvincente thriller di 380 pagine che leggerete in un soffio, disponibile sia in ebook sia in versione cartacea.





mercoledì 19 settembre 2018

" L'uomo sbagliato " di Salvo Toscano, e di quando in carcere finisce un innocente.







“ L’uomo sbagliato ” di Salvo Toscano è una nuova indagine affidata ai due fratelli Corsaro, l’avvocato Roberto e il giornalista Fabrizio. La coppia di protagonisti funziona bene nella narrazione: Roberto, più malinconico e riflessivo, nonostante la moglie e i figli che adora, mentre Fabrizio è un uomo che si definirebbe in siciliano “un fimminaro”, anche se a volte scivola nella depressione. E parlo di siciliano perché le vicende che narra Salvo Toscano sono ambientate a Palermo e dintorni, a riprova che il giallo siciliano gode di grande attrattiva (e successo di pubblico), in Italia e all’estero, dove i romanzi dello scrittore sono già stati tradotti.

In questo romanzo è il figlio di un ergastolano, Cosimo Pandolfo, a rivolgersi ai due fratelli per ottenere giustizia. E’ convinto che il padre, incarcerato quando lui era solo un bambino, sia innocente: non fu lui a uccidere il vicino di casa. Il colpevole, o presunto innocente, è comunque una persona assai sgradevole al di là del crimine per cui è stato condannato: alcolizzato, picchiava e maltrattava la moglie. 

Ma per questo motivo è giusto che sia condannato all’ergastolo mentre il vero colpevole è forse in circolazione? Fabrizio si sente toccato dalla vicenda, non solo come giornalista, ma perché anche lui in passato è stato ingiustamente accusato di omicidio. E se non fosse stato per il fratello avvocato, magari sarebbe stato condannato e incarcerato a vita...

I due Corsaro, indagando in modo parallelo, cominciano a credere che il figlio di Pandolfo sia nel giusto. La testimonianza di una donna in punto di morte costituisce la svolta nelle loro indagini, che però diventano sempre più complesse e pericolose. Infatti i due fratelli rischiano la loro incolumità e quella dei loro cari, perché il delitto porta a retroscena assai bui e complessi, che toccano soldati mercenari, missioni in Iraq, prostituzione minorile.

Salvo Toscano mette molta carne al fuoco in questo thriller, ma riesce a dosare il materiale con la sottile ironica malinconia che pervade i due protagonisti. Si comprende che Fabrizio (e penso anche l’autore) ha in antipatia la Juve e i suoi tifosi, grazie a un paio di sue frasi sibilline durante una sua trasferta a Genova per incontrare una collega giornalista, che l’aiuta nelle indagini. Ma lo perdono perché il giallo è brillante e si legge con piacere, la suspense è sempre elevata e si prova simpatia per i due fratelli e per gli altri personaggi che entrano nella vicenda.




" L'uomo sbagliato " di Salvo Toscano edizioni Newton Compton, 286 pagine per un romanzo giallo disponibile in cartaceo e in ebook. 


Recensione scritta originariamente per MilanoNera, la potete leggere sul sito cliccando qui




lunedì 27 agosto 2018

"Una casa troppo tranquilla" di Jane Schemilt, e una storia d'amore che non porta redenzione.







" Una casa troppo tranquilla ", il nuovo romanzo di Jane Schemilt, è nel solco del thriller psicologico e dell’ambiente medico a cui ci ha abituato con i libri precedenti. Quando scrivo thriller psicologico non intendo dire che non ci siano delitti e colpevoli in questo libro, ma la bravura dell’autrice è nel farci arrivare alla comprensione del crimine analizzando i personaggi in modo quasi chirurgico, e d’altra parte la Schemilt, oltre a essere scrittrice, è anche un neurochirurgo.

I protagonisti del romanzo sono Beth, una giovane infermiera che ha vissuto un’infanzia disastrosa a causa dei genitori alcolisti, e Albie, un brillante ma troppo timido chirurgo che non si è mai sentito apprezzato dalla sua famiglia di origine e dai suoi colleghi. I due s’innamorano e, apparentemente, sembrano la coppia perfetta dove l’uno supporta l’altro nei suoi obbiettivi.

Si prova simpatia per queste due persone, soprattutto per Beth, che dopo la morte dei genitori ha lottato per formarsi una vita ma ha conosciuto un uomo maturo che le ha letteralmente rubato il futuro. E anche Albie è il classico esempio dello studente secchione che, diventato un promettente neurochirurgo, è comunque sempre pieno di dubbi sulle sue capacità e quindi si sobbarca anche il lavoro dei colleghi meno scrupolosi, non tanto per fare carriera ma perché è abituato a ricercare la perfezione in tutto.

SPOILER: non leggete questo romanzo se siete particolarmente sensibili alle sofferenze provocate dalle ricerche scientifiche sulle cavie. Non ci sono moltissime descrizioni di questo genere nel romanzo, ma sono minuziose allo scopo di mostrarci la puntigliosità del carattere di Albie, che ha il doppio lavoro di ricercatore sui tumori infantili e di chirurgo.

Jane Shemilt è particolarmente brava non solo a creare un vortice di situazioni in cui sarete assorbiti, fino a farvi arrivare al più presto in fondo al libro per comprendere, ma soprattutto è abile nel mostrarci la “banalità del male”.  Fin dall’inizio facciamo il tifo per Beth e Albie, ci sembra che il loro incontro possa ricucire le profonde ferite nell’animo di Beth e, nello stesso tempo, dare ad Albie la spinta giusta per raggiungere i riconoscimenti scientifici e medici che si merita. 

E invece il passato di Beth non può essere dimenticato, anche perché fa parte del presente e del futuro della vita professionale di Albie. Esistono veramente le persone cattive o cattivi si diventa a seguito di dolore, meschinità, sofferenze sopportate invano? Ci si può vendicare per qualcosa che ci è stato tolto per sempre? L’autrice sembra raccontarci che a ciascuno di noi, se troppo e troppo a lungo feriti, può capitare di perdere le basi della convivenza fra esseri umani.

Da parte mia posso dire che Jane Schlemilt è riuscita a farmi immedesimare in entrambi i personaggi della coppia. E farmi arrivare alle ultime pagine del libro con la segreta speranza che tutto si risolvesse al meglio per loro. Un thriller sorprendente, che vi farà riflettere su quanti e quali sono i valori di cui potremmo fare a meno per raggiungere i nostri obiettivi. E lo spostamento delle azioni drammatiche dal paesaggio metropolitano di Londra a quello selvaggio di una sperduta isola scozzese è sicuramente una scelta indovinata dell’autrice. Mi ha fatto subito venire voglia di tornare in Scozia, dove sono già stata più di una volta, nonostante la crudeltà delle vicende narrate.


" Una casa troppo tranquilla " di Jane Schemilt, (ma il titolo originale è assai più adatto e suggestivo "How far we fall"), è ben tradotto da L. Rodinò, è lungo 336 pagine che leggerete d'un fiato e lo potete acquistare sia nella versione ebook sia nella versione cartacea.



Recensione scritta originariamente per il sito di MilanoNera: la potete leggere anche  qui








venerdì 13 luglio 2018

" Sabbia nera " di Cristina Cassar Scalia, una pioggia di cenere sopra un giallo che è anche un cold-case.






“ Sabbia nera “ di Cristina Cassar Scalia, medico chirurgo catanese, ha numerosi elementi di interesse. In primo luogo si tratta di un giallo che racconta un cosiddetto “cold case”: la vittima, infatti, è stata uccisa ben cinquant’anni anni prima del fortuito ritrovamento della suo cadavere, ormai imbalsamato. Poi c’è l’ambientazione: la città di Catania che ci descrive Cristina Cassar Scalia è molto suggestiva e non teme il confronto con Palermo.

Infine la protagonista, il vicequestore Giovanna Guarrasi, detta Vanina. Una poliziotta quasi quarantenne, determinata, anche un pochino scontrosa come Rocco Schiavone e Salvo Montalbano, soprattutto nei rapporti con i suoi colleghi e sottoposti.  Vanina è però anche una donna affascinante e intuitiva, come altre figure di detective femminili italiane create negli ultimi anni e che piacciono molto ai lettori (e alle lettrici).

Il vicequestore Guarrasi ha un passato famigliare e sentimentale doloroso, che l’ha fatta partire dalla natia Palermo per approdare a Milano, e poi ritornare sull’isola a Catania. Questo passato lo scopriamo lentamente, mentre lei affronta le indagini in una città che non è la sua, ma a cui si è già affezionata, nonostante la cenere lavica, la sabbia nera del titolo, sparsa dall’Etna ovunque.E anche noi ci affezioniamo presto a Vanina Guarrasi, una donna che si porta cucita addosso una corazza di durezza per nascondere le ferite ancora aperte nel suo animo.

Il romanzo ha un bel ritmo e uno stile accattivante, e a me è piaciuto molto anche il divagare fra i piatti tipici e i modi di dire catanesi. L’indagine si scoprirà presto non essere facile, e Vanina dovrà scavare tra vecchie storie famigliari di Catania e istituzioni ormai abolite come le case chiuse.

Ma la matassa verrà sciolta da Vanina, grazie all’aiuto della sua eterogenea squadra di poliziotti, fra i quali la bellissima e nordica Marta Bonazzoli, e al provvidenziale aiuto del simpatico  e ottuagenario ex-commissario Patanè. Personaggi che l’autrice ha saputo ben disegnare non solo in funzione dell’indagine ma anche per meglio definire il carattere della protagonista.

Riesco a prevedere, con una certa sicurezza, ulteriori avventure del vicequestore Giovanna Guarrasi, anzi me la immagino già protagonista di una bella serie TV. Se leggerete “Sabbia nera” potremo immaginare insieme quale attrice potrebbe impersonarla al meglio.




" Sabbia nera " di Cristina Cassar Scalia è stato appena pubblicato da Einaudi Stile Libero e lo potete trovare sia nella versone cartacea sia in e-book.


Recensione scritta originariamente per il sito di MilanoNera: lo potete leggere anche qui