martedì 22 gennaio 2019

" Trascurate Milano " di Luca Ricci, e di come perdersi (e ritrovarsi) nella metropolitana milanese.






Un racconto antinatalizio di Luca Ricci che, dopo “ Gli autunnali ” (potete leggere le mie impressioni sul romanzo qui), torna a pedinare un uomo senza nome in cerca di amore. Stavolta la ricerca non avviene nell’atmosfera pigra e decadente della capitale in autunno, ma nel ventre anonimo e asettico di Milano. Sopra, il buio. “A dicembre il buio è la chiave della città. Le buone maniere, per esempio: la gente per strada non si saluta per gentilezza, ma per farsi coraggio.”

E allora, gioco forza si scende sotto, in metropolitana. Dove le luci artificiali e il vento causato dai treni accolgono una massa di corpi sconosciuti. 

Lui, il protagonista senza nome, ha una moglie e una figlia, che ripassa le tabelline con lui prima di andare a scuola. C’è anche un’amante storica, che l’uomo incontra in hotel che offrono il day use, l’equivalente dell’antico albergo a ore. L’uomo vuole ostinatamente fuggire dall’ipocrita ripetizione dei riti, che siano natalizi o borghesi (lavoro fisso-moglie-figlia-amante). E per farlo non può che cercare uno sguardo, un contatto fisico nella calca indistinta della metro. 

Un corpo sconosciuto che gli apra un varco nel buio invernale. Quanti di noi che lo seguiamo non abbiamo almeno una volta cercato quel varco in uno sguardo fuggevole in metropolitana, in un sorriso distratto al bancone di un bar? Il protagonista trova un appiglio in Martina, giovanissima efebica ragazza che incontra in metro. E che si ostina a pedinare ripetendo lo stesso percorso per vari giorni, osservando altri uomini come lui alla ricerca.

Un’ossessione amorosa che non può aver luogo che a Milano, nella monotona e rassicurante puntualità dei mezzi. Martina è giovane, ma non ingenua: conduce lei il gioco, porta l’uomo in superficie, fra i suoi amici. La sua sicurezza ci fa comprendere che il protagonista non seduce una ragazzina ma, come sempre, è la donna a decidere, scegliere, e a volte usare per scartare.  

Luca Ricci racconta, ancora una volta in modo disperatamente sincero, un universo di pulsioni maschili, ma nel farlo restituisce alle donne una determinazione e una volontà che è in Martina come nelle altre tre figure femminili attorno alle quali ruota la sua vita. 

Non è uno sfondo ma una coprotagonista la città di Milano, che non è più ovviamente la stessa degli anni sessanta in "Un amore" di Buzzati, ma dove uomini e donne sono di nuovo, eternamente, pericolosamente alla ricerca del senso di una vita.


" Trascurate Milano " di Luca Ricci edizioni La nave di Teseo, disponibile in cartaceo e in ebook. 







giovedì 13 dicembre 2018

" L'omicidio della felicità" o della banalità del male: il nuovo giallo di Friedrich Ani.






Con “L’omicidio della felicità”, Friedrich Ani ci presenta il secondo romanzo con protagonista l’ex commissario Jakob Franck. Pur essendo in pensione, Franck collabora ancora con i suoi ex-colleghi e si è preso l’incarico di comunicare le morti delle vittime di crimini ai loro parenti. Ed è proprio in questo frangente che viene in contatto con la famiglia Grabbe: comunicando alla madre e al padre il ritrovamento del cadavere del figlio undicenne Lennard, sparito nel nulla un mese prima.

Friederich Ani crea con i personaggi del romanzo un insolito giallo psicologico. Infatti Jakob Franck è interessato, certo, a trovare il colpevole del brutale omicidio, ma ancor di più vorrebbe capire la psicologia delle persone coinvolte, a partire dalla madre e dallo zio della vittima. 

“L’omicidio della felicità” è un romanzo a più voci, perché entriamo a piccoli passi nell’animo e nella vita dei personaggi, scoprendo segreti terribili e inconfessabili. E’ proprio la mente perspicace dell’ex-commissario Franck a penetrare nella vita di ciascuno, quasi fosse un medium, silenziosamente, mentre tutto intorno c’é un anonimo paese tedesco coperto di neve, che pare assorbire le vicende e le emozioni di tutti gli abitanti. 

E le indagini non sono affatto facili, nonostante le meticolose ricerche di Franck e dei suoi ex-colleghi. Che motivi poteva avere l’assassino per uccidere un ragazzino simpatico, studioso, un astro nascente del calcio nonchè dotato di grande orecchio musicale? L’omicidio di un bambino è quanto di più orribile e insensato possa accadere sulla faccia della terra. 

Franck sente il peso di un caso che potrebbe diventare insoluto, come alcuni altri del suo passato lavorativo. E il suo scrupolo professionale lo costringe a pensare, immaginare, rivedere tutti gli indizi raccolti dagli altri poliziotti. Un metodo lavorativo quasi ossessivo, che è costato al commissario anche il fallimento del suo matrimonio, per quanto i rapporti con l’ex-moglie siano ancora affettuosi e complici.

E mentre indaga, i familiari di Lennard smettono di comunicare fra loro, si isolano, scivolano in una disperazione sempre più folle, come se la morte del ragazzino avesse portato via con sé non solo la felicità ma anche ogni motivo per sperare e vivere.

Ma l’assassino verrà trovato? Ogni giallo che si rispetti termina con la scoperta del colpevole, e “L’omicidio della felicità” non fa eccezione. Ma rimarrete stupiti e dalla scoperta dell’assassino (qualcuno potrebbe citare “la banalità del male”) e dai vari colpi di scena nelle vite dei personaggi. Un giallo introspettivo, insolito, che vi resterà dentro anche quando avrete finito di leggerlo.



Un giallo tedesco della casa editrice Emons, ottimamente tradotto da Fabio Lucaferri, sono 270 pagine ma arriverete in fondo con il fiato sospeso. Lo trovate sia in versione cartacea sia in ebook, potete acquistarlo anche direttamente sul sito della casa editrice  qui


lunedì 19 novembre 2018

" L'abisso " di e con Davide Enia, un racconto che invade l'animo dello spettatore.







Non è facile scrivere de “ L’abisso ”, lo spettacolo che Davide Enia ha portato in scena al teatro India il mese scorso, e ora in tournèe in tutta Italia.  L’autore/attore con questa pièce scardina le nostre difese interiori,  e attraverso il racconto di un naufragio personale e sociale ci interroga e ci coinvolge. 

Dal suo romanzo “ Appunti per un naufragio ”, ed. Sellerio, che consiglio a tutti di leggere, Davide Enia porta sul palcoscenico due drammi, quello degli immigrati che arrivano a Lampedusa, quando non muoiono prima in mare. E poi il dramma di un pugno di uomini e donne di buona volontà che cercano di strapparli alle onde, alle navi malconce e ai barconi fradici per portarli sulla terraferma. In mezzo c’è lui, Davide, giunto a Lampedusa con il padre, e in costante contatto telefonico con lo zio, che sta lottando contro un tumore.

Ascoltando i racconti della coppia di amici che li ospita, dei volontari e dei pescatori di Lampedusa, Enia tace. Lascia scorrere davanti a noi i gesti, le frasi mozzate, le lacrime di chi salva e di chi è salvato. Pare quasi che a narrare “L’abisso” siano più adatte le fotografie del padre, uomo taciturno, che proprio a Lampedusa inizia a riempire i tanti silenzi nel suo rapporto con Davide.

Dopo aver letto “ Appunti per un naufragio ”, avevo visto il nucleo dello spettacolo inserito nel lunghissimo, eterogeneo e discontinuo, “ Ritratto di una nazione. L’Italia al lavoro ”, in scena al Teatro Argentina nell’inverno 2017. Il pezzo di Davide era di gran lunga fra i più incisivi ed emozionanti fra quelli proposti. Rivisto il mese scorso al Teatro India, nella sua interezza e compiutezza, “ L’abisso ”  mi ha colpito al cuore nuovamente. 

E insieme mi pare che Davide Enia abbia affinato nel frattempo il suo “cuntu”, sfrondandolo dall’energia eccessiva che forse tratteneva in sé, in questi undici anni in cui è stato lontano dalle scene per dedicarsi alla scrittura di romanzi tradotti, pubblicati e premiati in tutta Europa.

Accompagnato come sempre dal musicista Giulio Barocchieri, anche lui palermitano, Davide Enia ha asciugato, scolpito, impresso nelle anime degli spettatori il dramma di Lampedusa. Consapevole che “le nostre parole non riescono a cogliere appieno la loro verità…ma la storia della migrazione saranno loro stessi a raccontarla…ci vorranno anni…e saranno loro a spiegarci cosa è diventata l’Europa e a mostrarci, come in uno specchio, chi siamo diventati noi." (cit.“Appunti per un naufragio”).

Ma nel frattempo, noi italiani, noi europei, saremo ancora in grado guardarci allo specchio o troveremo solo l'abisso davanti e attorno a noi?

in tournée nei teatri di tutta Italia


“ L’ABISSO “ tratto da “Appunti per un naufragio” (ed. Sellerio) in 

Spettacolo di e con Davide Enia
Musiche composte ed eseguite da Giulio Barocchieri.
Produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Teatro Biondo di Palermo,
Accademia Perduta – Romagna Teatri

La locandina dello spettacolo è dell'artista Silvia Giambrone.












giovedì 25 ottobre 2018

" L'ultimo risotto con ossobuco ".







Settimana scorsa ho deciso di cucinare un piatto in cui non mi ero mai cimentata: l’ossobuco, da servire con il risotto alla milanese. Non ho mangiato carne per diversi anni e anche da giovane la mangiavo controvoglia (sarebbe lungo spiegarne i motivi…). Anche adesso che vivo a Roma, e mangio la carne più volentieri, non amo cucinarla. Per farla breve, al momento di preparare l’ossobuco, mi sono resa conto che non sapevo da che parte iniziare. Così ho cercato su vari siti internet e anche sui miei vecchi ricettari cartacei. 

Nella mia famiglia di origine (comasca) l’ossobuco lo preparava mia madre, che però lo schiaffava nella pentola a pressione con le patate o i piselli e amen. Con il risultato che, alla fine, io mi lamentavo perché nel piatto ritrovavo l’ossobuco vuoto, senza il midollo. Ero già strana da ragazzina, odiavo la carne ma andavo matta per il midollo dell’ossobuco, la cervella fritta, i nervetti e altri alimenti che disgustano i bambini (e spesso anche gli adulti). A ogni modo seguendo le indicazioni, peraltro controverse, di un paio di siti, ce l'ho fatta.

Per il risotto alla milanese, invece, non ho avuto alcun problema. Anche quello lo cucinava mia madre, preparava il soffritto, buttava il riso nella pentola, faceva evaporare il vino e poi diceva “Dacci un’occhiata tu” e si eclissava per svolgere altre improrogabili faccende. Ma il risotto non è come la pasta, che la getti nell’acqua bollente e poi la scoli quando ti pare cotta (semicit.) Il risotto è un lungo lavoro di attenzione e amore, come il ragù di carne, la lasagna, le melanzane alla parmigiana con la pasta. Insomma, anche se hai a disposizione il miglior Carnaroli e un buon brodo di bollito, bastano un paio di minuti in più, troppo sale o poco burro, parmigiano poco stagionato, ed ecco che esce un risotto imperfetto.

Per questo motivo mio padre, quando si degnava di essere a casa, tipo un sabato ogni tre settimane, se c’era il brodo del bollito e voleva un risotto, chiedeva a me. Così il risotto alla milanese, anche negli miei anni semi-vegetariani, è rimasto il mio cavallo di battaglia.

Giovedì scorso non avevo il brodo di bollito, in compenso c’era una bustina di zafferano biologico dei monaci di Siloe (quella in Maremma, non a Gerusalemme). Che in effetti aveva un profumo e un aroma straordinario; il Carnaroli non era dei migliori ma poteva andare (diffidate di chi vi invita a cena e prepara il risotto alla milanese con il parboiled, eretici!). Insomma il risotto mi è venuto bene, nonostante io sia piuttosto esigente, soprattutto con me stessa. A mezzogiorno avevo preparato l’ossobuco (per favore non ditelo a Cracco…) e l’ho anche cosparso con la gremolada. Inutile spiegare che quest’ultima nella pentola  a pressione di mia madre non è mai entrata. Nonostante le mie apprensioni quando cucino qualcosa per la prima volta, l’ossobuco con il risotto non era malvagio, alla fine per complimentarmi con me stessa ho fotografato il piatto completo e l’ho messo su Instagram. E’ una cosa che non faccio mai, anche perchè non sono nè una chef nè una foodblogger (e non mi interessa diventarlo).

Il pomeriggio del giorno dopo, che era venerdì giorno di magro, ho scoperto che mio padre era improvvisamente morto poche ore prima. E’ stato faticoso scoprire come e dove, e ancor di più sapere se e quando si sarebbe svolto il funerale. Anche qui le spiegazioni sarebbero lunghissime. Soprassediamo.

Diciamo che il giorno del funerale le uniche porte aperte sono state quelle della chiesa della mia infanzia. Ho dovuto subire anche i consigli non richiesti di chi, per affetto ma senza conoscere gli ultimi venti anni della mia vita, mi istruiva su cosa fare. Il peggio è stata una sceneggiata da funerale tipo “Divorzio all’italiana”, di una persona che non mi è parente nè tantomeno amica, e che infatti si è guardata bene dall'avvisarmi che mio padre era morto. Ma i lutti tirano fuori il meglio dalle persone sincere e generose d’animo, il peggio da quelle ipocrite e avide. In questi frangenti, chi ha una fede trova conforto. Chi ha parenti affettuosi, riceve consolazione. La sottoscritta è priva dell’una e degli altri.


Rimane il dubbio laico del perché l'ultima sera che mio padre era in vita, io abbia cucinato due dei suoi piatti preferiti.






martedì 25 settembre 2018

" Una morte perfetta " di Angela Marsons, niente è come sembra anche per Kim Stone.






L’ambientazione scelta da Angela Marsons per il suo nuovo romanzo “ Una morte perfetta ”, quarto thriller con protagonista Kim Stone, non è certo delle più gradevoli. Ci troviamo al laboratorio di Westerly, sempre nella Black Country, dove si studiano all’aperto i cadaveri in decomposizione.

Ma dai cadaveri come oggetto di studio scientifico, si passa ben presto al cadavere di una giovane donna, che è stato abbandonato proprio in quel luogo, nonostante sia molto sorvegliato giorno e notte. Subito dopo un’altra giovane vittima viene ritrovata sul posto, ma stavolta si riesce a strapparla alla morte letteralmente per i capelli. Quando la ragazza si risveglierà in ospedale, non ricorderà nulla dell’accaduto e della sua vita precedente.

Sembra davvero un caso senza uscita: se si tratta di un serial killer, perché la scelta di abbandonare le vittime proprio in quel luogo, rischiando di essere scoperto e arrestato? E quale potrebbe essere il legame fra l’assassino e le sue vittime, e fra le stesse ragazze, che sembrano non avere niente in comune?

Kim Stone, ormai la conosciamo, non si perde d’animo. Al contrario si fa quasi suggestionare da Tracy Frost, la cronista di nera che le sta sempre con il fiato sul collo, fino a riaprire in contemporanea un cold case riguardante il cadavere di un uomo sconosciuto. A dire la verità il ruolo della giornalista non si limita, come nei romanzi precedenti, a quello della guastafeste che rischia di mandare all’aria le indagini delicatissime, e pericolose insieme, di Kim Stone. La quale ha, giustamente, una grande antipatia per Tracy, in parte per il suo insidioso impicciarsi nel suo lavoro, in parte per il suo modo di vestirsi e atteggiarsi.

Due primedonne dal carattere ostico, che hanno già fatto scintille a ogni contatto nei thriller di Angela Marsons. Ma allora perché stavolta Kim Stone, già indaffarata a risolvere il caso del serial killer, si lascia convincere a riaprire un caso che non dipende nemmeno dalla sua squadra? Forse perché il suo intuito le suggerisce che la Frost stavolta ha visto giusto. O forse perché, senza saperlo, le due donne hanno molto più in comune di quanto possano immaginare.

E improvvisamente Tracy Frost si trasforma, da giornalista invadente, a probabile vittima del serial killer su cui sta indagando Kim Stone. La detective dovrà, suo malgrado, lottare contro il tempo per salvare proprio Tracy Frost, e scoprirà durante le indagini qual è il segreto, anzi quali sono i segreti che la giornalista custodisce gelosamente.

Angela Marsons anche in questo romanzo ci tiene con il fiato sospeso fino all’ultimo, e i capovolgimenti di scena sono parecchi: niente è come sembra. Nello stesso tempo l’analisi psicologica dei vari personaggi è come sempre straordinaria, e i flash back nel passato delle due protagoniste non allentano la tensione, anzi la rendono più viscerale. Un ottimo, imperdibile, bestseller per tutti gli appassionati di thriller (e di Kim Stone) come la sottoscritta.



" Una morte perfetta " di Angela Marsons, edizioni Newton Compton, è un avvincente thriller di 380 pagine che leggerete in un soffio, disponibile sia in ebook sia in versione cartacea.





mercoledì 19 settembre 2018

" L'uomo sbagliato " di Salvo Toscano, e di quando in carcere finisce un innocente.







“ L’uomo sbagliato ” di Salvo Toscano è una nuova indagine affidata ai due fratelli Corsaro, l’avvocato Roberto e il giornalista Fabrizio. La coppia di protagonisti funziona bene nella narrazione: Roberto, più malinconico e riflessivo, nonostante la moglie e i figli che adora, mentre Fabrizio è un uomo che si definirebbe in siciliano “un fimminaro”, anche se a volte scivola nella depressione. E parlo di siciliano perché le vicende che narra Salvo Toscano sono ambientate a Palermo e dintorni, a riprova che il giallo siciliano gode di grande attrattiva (e successo di pubblico), in Italia e all’estero, dove i romanzi dello scrittore sono già stati tradotti.

In questo romanzo è il figlio di un ergastolano, Cosimo Pandolfo, a rivolgersi ai due fratelli per ottenere giustizia. E’ convinto che il padre, incarcerato quando lui era solo un bambino, sia innocente: non fu lui a uccidere il vicino di casa. Il colpevole, o presunto innocente, è comunque una persona assai sgradevole al di là del crimine per cui è stato condannato: alcolizzato, picchiava e maltrattava la moglie. 

Ma per questo motivo è giusto che sia condannato all’ergastolo mentre il vero colpevole è forse in circolazione? Fabrizio si sente toccato dalla vicenda, non solo come giornalista, ma perché anche lui in passato è stato ingiustamente accusato di omicidio. E se non fosse stato per il fratello avvocato, magari sarebbe stato condannato e incarcerato a vita...

I due Corsaro, indagando in modo parallelo, cominciano a credere che il figlio di Pandolfo sia nel giusto. La testimonianza di una donna in punto di morte costituisce la svolta nelle loro indagini, che però diventano sempre più complesse e pericolose. Infatti i due fratelli rischiano la loro incolumità e quella dei loro cari, perché il delitto porta a retroscena assai bui e complessi, che toccano soldati mercenari, missioni in Iraq, prostituzione minorile.

Salvo Toscano mette molta carne al fuoco in questo thriller, ma riesce a dosare il materiale con la sottile ironica malinconia che pervade i due protagonisti. Si comprende che Fabrizio (e penso anche l’autore) ha in antipatia la Juve e i suoi tifosi, grazie a un paio di sue frasi sibilline durante una sua trasferta a Genova per incontrare una collega giornalista, che l’aiuta nelle indagini. Ma lo perdono perché il giallo è brillante e si legge con piacere, la suspense è sempre elevata e si prova simpatia per i due fratelli e per gli altri personaggi che entrano nella vicenda.




" L'uomo sbagliato " di Salvo Toscano edizioni Newton Compton, 286 pagine per un romanzo giallo disponibile in cartaceo e in ebook. 


Recensione scritta originariamente per MilanoNera, la potete leggere sul sito cliccando qui




lunedì 27 agosto 2018

"Una casa troppo tranquilla" di Jane Schemilt, e una storia d'amore che non porta redenzione.







" Una casa troppo tranquilla ", il nuovo romanzo di Jane Schemilt, è nel solco del thriller psicologico e dell’ambiente medico a cui ci ha abituato con i libri precedenti. Quando scrivo thriller psicologico non intendo dire che non ci siano delitti e colpevoli in questo libro, ma la bravura dell’autrice è nel farci arrivare alla comprensione del crimine analizzando i personaggi in modo quasi chirurgico, e d’altra parte la Schemilt, oltre a essere scrittrice, è anche un neurochirurgo.

I protagonisti del romanzo sono Beth, una giovane infermiera che ha vissuto un’infanzia disastrosa a causa dei genitori alcolisti, e Albie, un brillante ma troppo timido chirurgo che non si è mai sentito apprezzato dalla sua famiglia di origine e dai suoi colleghi. I due s’innamorano e, apparentemente, sembrano la coppia perfetta dove l’uno supporta l’altro nei suoi obbiettivi.

Si prova simpatia per queste due persone, soprattutto per Beth, che dopo la morte dei genitori ha lottato per formarsi una vita ma ha conosciuto un uomo maturo che le ha letteralmente rubato il futuro. E anche Albie è il classico esempio dello studente secchione che, diventato un promettente neurochirurgo, è comunque sempre pieno di dubbi sulle sue capacità e quindi si sobbarca anche il lavoro dei colleghi meno scrupolosi, non tanto per fare carriera ma perché è abituato a ricercare la perfezione in tutto.

SPOILER: non leggete questo romanzo se siete particolarmente sensibili alle sofferenze provocate dalle ricerche scientifiche sulle cavie. Non ci sono moltissime descrizioni di questo genere nel romanzo, ma sono minuziose allo scopo di mostrarci la puntigliosità del carattere di Albie, che ha il doppio lavoro di ricercatore sui tumori infantili e di chirurgo.

Jane Shemilt è particolarmente brava non solo a creare un vortice di situazioni in cui sarete assorbiti, fino a farvi arrivare al più presto in fondo al libro per comprendere, ma soprattutto è abile nel mostrarci la “banalità del male”.  Fin dall’inizio facciamo il tifo per Beth e Albie, ci sembra che il loro incontro possa ricucire le profonde ferite nell’animo di Beth e, nello stesso tempo, dare ad Albie la spinta giusta per raggiungere i riconoscimenti scientifici e medici che si merita. 

E invece il passato di Beth non può essere dimenticato, anche perché fa parte del presente e del futuro della vita professionale di Albie. Esistono veramente le persone cattive o cattivi si diventa a seguito di dolore, meschinità, sofferenze sopportate invano? Ci si può vendicare per qualcosa che ci è stato tolto per sempre? L’autrice sembra raccontarci che a ciascuno di noi, se troppo e troppo a lungo feriti, può capitare di perdere le basi della convivenza fra esseri umani.

Da parte mia posso dire che Jane Schlemilt è riuscita a farmi immedesimare in entrambi i personaggi della coppia. E farmi arrivare alle ultime pagine del libro con la segreta speranza che tutto si risolvesse al meglio per loro. Un thriller sorprendente, che vi farà riflettere su quanti e quali sono i valori di cui potremmo fare a meno per raggiungere i nostri obiettivi. E lo spostamento delle azioni drammatiche dal paesaggio metropolitano di Londra a quello selvaggio di una sperduta isola scozzese è sicuramente una scelta indovinata dell’autrice. Mi ha fatto subito venire voglia di tornare in Scozia, dove sono già stata più di una volta, nonostante la crudeltà delle vicende narrate.


" Una casa troppo tranquilla " di Jane Schemilt, (ma il titolo originale è assai più adatto e suggestivo "How far we fall"), è ben tradotto da L. Rodinò, è lungo 336 pagine che leggerete d'un fiato e lo potete acquistare sia nella versione ebook sia nella versione cartacea.



Recensione scritta originariamente per il sito di MilanoNera: la potete leggere anche  qui








venerdì 13 luglio 2018

" Sabbia nera " di Cristina Cassar Scalia, una pioggia di cenere sopra un giallo che è anche un cold-case.






“ Sabbia nera “ di Cristina Cassar Scalia, medico chirurgo catanese, ha numerosi elementi di interesse. In primo luogo si tratta di un giallo che racconta un cosiddetto “cold case”: la vittima, infatti, è stata uccisa ben cinquant’anni anni prima del fortuito ritrovamento della suo cadavere, ormai imbalsamato. Poi c’è l’ambientazione: la città di Catania che ci descrive Cristina Cassar Scalia è molto suggestiva e non teme il confronto con Palermo.

Infine la protagonista, il vicequestore Giovanna Guarrasi, detta Vanina. Una poliziotta quasi quarantenne, determinata, anche un pochino scontrosa come Rocco Schiavone e Salvo Montalbano, soprattutto nei rapporti con i suoi colleghi e sottoposti.  Vanina è però anche una donna affascinante e intuitiva, come altre figure di detective femminili italiane create negli ultimi anni e che piacciono molto ai lettori (e alle lettrici).

Il vicequestore Guarrasi ha un passato famigliare e sentimentale doloroso, che l’ha fatta partire dalla natia Palermo per approdare a Milano, e poi ritornare sull’isola a Catania. Questo passato lo scopriamo lentamente, mentre lei affronta le indagini in una città che non è la sua, ma a cui si è già affezionata, nonostante la cenere lavica, la sabbia nera del titolo, sparsa dall’Etna ovunque.E anche noi ci affezioniamo presto a Vanina Guarrasi, una donna che si porta cucita addosso una corazza di durezza per nascondere le ferite ancora aperte nel suo animo.

Il romanzo ha un bel ritmo e uno stile accattivante, e a me è piaciuto molto anche il divagare fra i piatti tipici e i modi di dire catanesi. L’indagine si scoprirà presto non essere facile, e Vanina dovrà scavare tra vecchie storie famigliari di Catania e istituzioni ormai abolite come le case chiuse.

Ma la matassa verrà sciolta da Vanina, grazie all’aiuto della sua eterogenea squadra di poliziotti, fra i quali la bellissima e nordica Marta Bonazzoli, e al provvidenziale aiuto del simpatico  e ottuagenario ex-commissario Patanè. Personaggi che l’autrice ha saputo ben disegnare non solo in funzione dell’indagine ma anche per meglio definire il carattere della protagonista.

Riesco a prevedere, con una certa sicurezza, ulteriori avventure del vicequestore Giovanna Guarrasi, anzi me la immagino già protagonista di una bella serie TV. Se leggerete “Sabbia nera” potremo immaginare insieme quale attrice potrebbe impersonarla al meglio.




" Sabbia nera " di Cristina Cassar Scalia è stato appena pubblicato da Einaudi Stile Libero e lo potete trovare sia nella versone cartacea sia in e-book.


Recensione scritta originariamente per il sito di MilanoNera: lo potete leggere anche qui







domenica 10 giugno 2018

" La borsa " di Solène Bakowski, un romanzo noir spiazzante.








E’ difficile classificare “ La borsa ”, originale romanzo di Solène Bakowki pubblicato da Edizioni Le Assassine, casa editrice nata da poco a Milano. Non è un giallo né un thriller, forse potremmo definirlo un noir dai tratti gotici. E’ ambientato nella Parigi dei giorni nostri, ma potrebbe essere in un’epoca altra. La protagonista, Anna-Marie Caravelle, più che un’eroina è una vittima che poi diventa carnefice. Ma come potrebbe essere altrimenti? Il padre si è ucciso, prima della sua nascita, e la madre ha rifiutato Anna-Marie prima ancora che nascesse, come se fosse lei la responsabile della morte dell’uomo.

Già queste prime righe ci fanno pensare a un dramma stile “ I miserabili ”, con una bambina che deve lottare contro il mondo intero per la sua sopravvivenza. Ma la vita di Anna-Marie ha un andamento grottesco che sfiora il grand-guignol: allevata da una donna vedova, che l’ha strappata alla madre ormai impazzita, vive da reclusa i primi anni della sua vita.

Incuriositi da questa insolita piega degli eventi? E lo sarete ancora di più nel seguire le gesta terribili della protagonista e di tutti i personaggi che entreranno a far parte della sua vita disperata.

Solène Bakowki descrive in modo crudo, quasi verista, le vicende della protagonista, in un monologo quasi ininterrotto come un flusso di coscienza. O come una confessione che lei, Anna-Marie, rivolge a noi lettori, con i monumenti e i parchi di Parigi a fare da testimoni. E l’autrice riesce a mantenere la tensione narrativa e le curiosità del lettore anche quando si vorrebbe dire “no, questo è troppo”, e poi chiudere il libro.

Alla fine non si riesce né a condannare la protagonista né a giustificare le sue azioni terribili. A mio parere " La borsa ” costituisce un’esperienza di lettura davvero singolare, forse più adatta a chi ama i classici francesi o russi piuttosto che i romanzi thriller e noir contemporanei. Un appunto lo voglio fare sul titolo, che quasi identico all'originale francese, pur avendo una sua motivazione, è piuttosto banale e poco accattivante per una scrittrice e una casa editrice emergenti.



" Le assassine " di Solène Bakowski, tradotto da R.Sabatini, è pubblicato dall'Editore Le Assassine, ed è disponibile sia in brossura sia in ebook. 



Recensione scritta originariamente per MilanoNera.







giovedì 12 aprile 2018

" Gli autunnali " di Luca Ricci, o dell'impossibilità di un amore duraturo all'interno di una coppia.





Luca Ricci, autore di racconti e drammaturgo, scrive sul “Messaggero “ e insegna scrittura, arriva con “ Gli autunnali “ alla sua prima prova come romanzo, dove confluiscono spunti dei suoi racconti precedenti, come spiega lui stesso nella nota al libro.

Il protagonista di “ Gli autunnali ” è un uomo senza nome e senza alcuna passione. Vaga in una Roma autunnale, dolente e sfatta. E’ l’unico periodo dell’anno nel quale un perdente si possa sentire accolto e compreso in una città che da eterna è diventata ormai morente.

Ossessionato dal disamore verso la moglie, nonostante sia ancora bella, il nostro uomo alla deriva è uno scrittore che ha smesso di scrivere, se non recensioni a pagamento sui libri altrui. Nel suo camminare attraverso una Roma distratta, il protagonista è accompagnato spesso dal suo amico Gittani, che come lui si è “ licenziato dal lavoro immane che è stato fare gli scrittori.”  

La ricerca di un amore (perché a questo mirano  le lunghe oziose passeggiate) porta il protagonista in un mercatino di libri usati, dove trova un vecchio libro sul pittore Modigliani. All’interno ecco il colpo di fulmine: una foto di Jeanne Hébuterne, la compagna di Modigliani. L’innamoramento diventa subito ossessione e il protagonista “sente” in casa la presenza della donna, mentre fa l’amore con la moglie. Ben presto incontra una donna, Gemma, cugina di sua moglie, in cui crede di trovare incarnato il fantasma della Hébuterne… (e non portiamo forse in ogni nuovo amore anche i fantasmi degli amori precedenti?)

Il fatto che Gemma abbia come compagno un pittore (fallito) di cui ben presto si scopre essere incinta, convince ancora di più il protagonista che Gemma sia la “reincarnazione” della compagna di Modigliani. Jeanne Hèbuterne, infatti, era all’ultimo mese di gravidanza quando si suicidò subito dopo la morte di Modigliani. Una storia di amor fou, l’unica che avrebbe potuto scuotere la fantasia e i sensi del nostro scrittore fallito. Così il protagonista senza nome inizia a vivere una vita segreta e parallela, prendendo il posto del pittore compagno di Gemma, fino ad accompagnarla anche agli esami di routine per la gravidanza.

In un crescendo di situazioni grottesche e oniriche, lo scrittore comprende che Gemma non è né potrebbe mai essere la reincarnazione della compagna di Modigliani. Viene abbandonato dalla donna e qui la sua ossessione amorosa prende strade oscure che lo portano verso un finale drammatico che non rivelo.

“ Gli autunnali ” è un romanzo che narra l’afasia amorosa all’interno di un rapporto affettivo di lunga durata e, nello stesso tempo, la passione che solo al di fuori di quel rapporto si può ricreare. Come ci spiega l’autore: “Ci si capiva alla perfezione unicamente tra sconosciuti, ecco perché gli inizi erano sempre belli. Ed ecco la fregatura dell’amore: c’era solo quando non c’importava davvero che ci fosse.”

L’essere umano è condannato alla ricerca di una passione che colmi il vuoto che avverte dentro di sé ogni giorno. Un vuoto che per il protagonista rappresenta il disamore per la moglie, l’impossibilità di continuare a scrivere, il fantasma del figlio nella cui stanza vuota dorme. Un figlio che se ne è andato, o è morto, e forse è anche questa la voragine di assenza inespressa in questa coppia.




“ Gli autunnali “ di Luca Ricci edito da La nave di Teseo, acquistabile sia in cartaceo sia in ebook.







giovedì 8 marzo 2018

" La ferrovia sotterranea " di Colson Whitehead, un romanzo ancora oggi necessario.







“ La ferrovia sotterranea ” è il romanzo di Colson Whitehead vincitore lo scorso anno del premio Pulitzer e del National Book Award.  

Nella Georgia della prima metà dell’Ottocento, la giovane schiava nera Cora decide di tentare la fuga dalla piantagione di cotone in cui vive e insieme all’amico Caesar inizia un duro viaggio verso il Nord e la libertà. Cora e Caesar si servono di una segreta e misteriosa ferrovia sotterranea, e fanno tappa in vari stati del Sud dove la persecuzione dei neri ha forme diverse, dalle più simili alle condizioni nelle piantagioni di cotone ad altre molto più subdole ammantate di paternalismo. 

E’ singolare il motivo della ferrovia sotterranea che, portando in salvo schiavi fuggiti dalle piantagioni, attraversa il ventre degli stati del Sud. Forse metafora di una coscienza nera che scorre sotto terra come un fiume carsico per poi emergere molto lentamente cent’anni dopo. Oppure questa “Underground Railroad” (titolo originale), esistita come rete clandestina di abolizionisti che, nella prima metà dell’Ottocento, cercavano di far fuggire decine di migliaia di schiavi, è stata dall’autore semplicemente “materializzata”. 

Rendendola una creatura di ferro, binari, vagoni e scambi, stazioni fantasma, Colson Whitehead ha realizzato un romanzo storico e distopico nel contempo. Le vicende di Cora e dei suoi compagni, nelle piantagioni prima e nella fuga poi, sono verosimili. E altrettanto realistiche sono le figure dei bianchi, schiavisti crudeli e sadici da una parte, la maggioranza, e pochi illuminati abolizionisti dall’altra, a loro volta divisi fra ingenui idealisti e  furbi paternalisti preoccupati dal sopravvento numerico dei neri liberi.

Nonostante il romanzo sia colmo di avvenimenti orribili e raccapriccianti, non è riuscito ad appassionarmi o smuovere i miei sentimenti. E dire che a distanza di quasi 40 anni ricordo ancora con emozione la lettura di “Radici” (e la visione dello sceneggiato omonimo), che lasciò un marchio a fuoco nel mio animo. A favore del romanzo ascrivo la mancanza assoluta di cadute nel patetico.

Al termine della lettura di “ La ferrovia sotterranea ” ho avuto l’impressione che il romanzo sia stato ideato e costruito dall’autore, con coerenza stilistica, come “libro necessario”, e della sua necessità odierna negli Stati Uniti o nella nostra Italia non credo sia necessario argomentare. Comprendo come molti lettori afroamericani anche illustri ne siano stati toccati nel profondo, dall’ex presidente Barack Obama a Ophrah Winfrey.

Tuttavia, a malincuore, lo considero più un testo sociologico o pamphlet filosofico, in forma di romanzo, ottimamente tradotto da Martina Testa, che un capolavoro letterario come attesterebbero i vari premi conseguiti. Consiglio comunque la lettura a tutti, specialmente ai giovani.




“ La ferrovia sotterranea ” di Colson Whitehead, edizioni SUR, romanzo di 376 pagine  splendidamente tradotte da Martina Testa, è disponibile sia in versione cartacea sia in versione ebook.






sabato 17 febbraio 2018

" Era il mio migliore amico " di Gilly MacMillan e di come la verità possa avere molte facce diverse.







Gilly MacMillan con il suo terzo romanzo " Era il mio migliore amico " ci presenta un thriller davvero unico per lo stile e le tematiche che affronta all’interno della vicenda. I protagonisti sono due adolescenti: Abdi, figlio di rifugiati somali, e il suo migliore amico Noah. Quest’ultimo ha un serio problema di salute, ma non vado oltre per non creare spoiler.

La vicenda è ambientata in Inghilterra a Bristol, città dove vive l’autrice. La particolarità dello stile di questo thriller è che ci addentriamo nella vicenda attraverso vari punti di vista.  Sentiamo subito le voci di Abdi e Noah, i diretti interessati, e poi quelli di Sofia, che studia per diventare ostetrica, Nur, tassista, e Maryan, casalinga, rispettivamente sorella e genitori di Abdi. Dall’altro lato gli sguardi sono quelli dei genitori di Noah: il padre Ed è un fotografo molto famoso, sempre in giro per il mondo, mentre la madre Fiona si è dedicata alla famiglia.

Interessante è vedere le reazioni contrastanti dei vari personaggi, così come le interazioni fra le due famiglie, che velocemente si modificano con il precipitare degli eventi. O forse i rapporti fra le due famiglie erano già artificiosi in partenza: troppe differenze etniche, sociali, culturali. Il thriller prende avvio da una mostra di Ed, nella quale sono esposte molte fotografie fatte in Etiopia, anche nel campo rifugiati dove si trovavano i genitori di Abdi.

Ma sempre di un thriller con la ricerca di un colpevole si tratta: e abbiamo anche il punto di vista dell’osservatore esterno, Jim Clemo, il detective incaricato del caso. Appena rientrato in servizio dopo un congedo forzato per un caso complesso, Clemo si ritrova a gestire indagini e rapporti umani particolarmente conflittuali, anche perché i due protagonisti sono adolescenti.

Gilly MacMillian sembrerebbe mettere troppa carne al fuoco in questo romanzo: le diversità etniche e culturali, le classi sociali inglesi, le malattie gravi degli adolescenti, il problema dei rifugiati politici. Ma a fare da collante in mezzo a questi temi importanti c’è proprio l’amicizia intensa, a tratti ossessiva, fra i due ragazzi Noah e Abdi, come il titolo del romanzo indica. E questo thriller è la prova che si possono toccare temi scottanti e delicati insieme in modo incisivo, ma con sensibilità, anche in un romanzo di genere.

“Era il mio migliore amico” ha un ritmo serrato, ed è ottimamente tradotto da Tullio Dobner (non potrebbe essere diversamente, visto che Dobner è IL traduttore di Stephen King). E’ un thriller atipico che mi ha positivamente colpito per l’introspezione nei personaggi e per la profondità dei temi toccati. Lo consiglio a chi cerca un romanzo avvincente ma che faccia anche riflettere dopo averlo terminato. 




" Era il mio migliore amico " di Gilly MacMillian è un romanzo di 332 pagine che leggerete d’un fiato, domandandovi fino all’ultimo chi sia davvero il colpevole. Pubblicato da Newton Compton sia in cartaceo sia in ebook.





giovedì 16 novembre 2017

" La donna nella pioggia" di Marina Visentin e di una donna alla ricerca delle proprie radici.







“La donna nella pioggia” di Marina Visentin, è un romanzo che spariglia le carte in tavola più volte, mantenendo però la  suspense  necessaria a definirlo un thriller. In effetti la protagonista e voce narrante, Stella, ci racconta di una serie di piccoli incidenti e traumi che fanno pensare a un giallo psicologico. Lei, illustratrice di libri per bambini, è una donna apparentemente realizzata, con due bambine, un marito che la ama e una bellissima casa nel centro di Milano.

Gli incidenti apparentemente banali sembrano il campanello d’allarme di una crisi interiore, di una frustrazione irrisolta o di traumi del passato che non vogliono riemergere dall’inconscio. Stella comincia a sentirsi estranea alla sua vita quotidiana, perde contatto con la realtà, non è più in grado di svolgere il suo lavoro e seguire le bambine. Non bastano né l’aiuto psicologico di farmaci né la presenza in casa di Nina, una cameriera ucraina anche troppo efficiente, a farla stare meglio.

La pioggia incessante su Milano sembra far presagire un esaurimento nervoso al limite del borderline. Improvvisamente l’autrice vira e ci stupisce: Stella non è poi così visionaria, e la sua vita non è così perfetta come sembrava: il marito la tradisce da anni e proprio con la sua migliore amica, la scrittrice per la quale crea i suoi disegni.

In verità assistiamo solo all’apertura del vaso di Pandora, perché Stella comincia  a dubitare anche del suo padre adottivo, del passato che le è stato raccontato, della verità sulla morte di sua madre.E’ proprio qui che inizia, a parer mio, la parte più interessante e meglio riuscita del romanzo: Marina Visentin accompagna Stella a ritroso nella sua vita di bambina, facendole incontrare persone che appartengono a un passato famigliare che non ha avuto modo di conoscere. 

Per scoprire la verità sulla morte della madre, la protagonista deve anche indagare sul suo vero padre, che forse non è morto, contrariamente a quanto raccontato dal padre adottivo. Le indagini di Stella le fanno affrontare un passato storico che affonda le radici nel terrorismo nero, a volte colluso con le forze dell’ordine.

A un certo punto Stella affida le figlie al quasi ex marito e parte per l’Argentina. Quest’ennesima svolta nel romanzo mi è piaciuta molto, forse perché l’Argentina e la Terra del Fuoco sono due luoghi che desidero visitare da sempre. Marina Visentin è abile nel descriverci il cambiamento dei paesaggi in contrasto con l’evoluzione della protagonista: da mamma ansiosa e priva di fiducia in se stessa, a donna coraggiosa che non ha più paura né di viaggiare sola né di scoprire la verità sul suo passato.  I colpi di scena non mancano, e fino all’ultimo si rimane con il fiato sospeso: non aggiungo nulla sul finale a Ushuaia, perché il cerchio si chiude in maniera violenta ma perfetta.

Un romanzo che mi ha stupito davvero, per la scrittura attenta ai dettagli psicologici ma capace di mantenere un ritmo e una tensione elevati fino alla fine. E nella figura della protagonista molte donne potranno rintracciare elementi in cui rispecchiarsi.

" La donna nella pioggia " di Marina Visentin edito da PIEMME è disponibile sia in ebook sia in versione cartacea.



Recensione scritta originariamente per MilanoNera: la potete leggere anche sul sito cliccando qui



giovedì 9 novembre 2017

" Copenaghen" , verità imperfette e ricerche scientifiche che distruggono il genere umano.





“Penso che sarebbe stato un errore imperdonabile pensare di dar vita a una Compagnia teatrale che porti il mio nome senza pensare all’opportunità di rimettere in scena uno spettacolo come Copenaghen“ racconta Umberto Orsini, interprete con Massimo Popolizio e Giuliana Lojodice del celebre testo di Michael Frayn

Con questa frase Orsini ha motivato la scelta di portare a teatro una piéce già rapresentata una decina di anni fa dallo stesso trio di attori. Il testo continua a risultare estremamente attuale per due motivi: perché analizza il dilemma etico che dilaniò (forse) gli scienziati che progettavano la bomba atomica e perché ce lo racconta attraverso tre narrazioni differenti di un evento avvenuto nel passato. L’episodio che è il fulcro della pièce è avvenuto nel 1941 a Copenhagen, nella Danimarca occupata dai nazisti.  Il fisico danese Niels Bohr e sua moglie Margrethe accolgono Werner Haisenberg, fisico tedesco dapprima allievo poi collega di Bohr.

Richiamandosi alle teorie fisiche dell’indeterminazione i tre personaggi evocano l’incontro in modo assai diverso, con un metodo che ricorda la narrazione dei testimoni di Rashomon. Chi ha impedito davvero l’utilizzo della bomba atomica da parte della Germania nazista? Heisenberg che, volontariamente o per incapacità, tergiversò su importanti scoperte di altri suoi colleghi? O Bohr, che fuggì dalla Danimarca occupata per rifugiarsi negli Stati Uniti, dove però contribuì alla costruzione della bomba atomica che distrusse Hiroshima? Il gioco dialettico fra i 3 protagonisti è intenso ma frizzante, colmo di sottintesi dove l’ironia di Popolizio fa propendere gli spettatori per la tesi di Heisenberg.


Il palcoscenico è costruito come un’aula universitaria, arredata solo con 3 sedie ed enormi lavagne dove formule incomprensibili (per chi è digiuno di fisica come la sottoscritta) vengono spiegate e poi modificate dei due fisici. 

L’impianto drammaturgico è classico, austero ma non algido grazie al ritmo e all’intensità espressiva dei tre straordinari attori. Giuliana Lojodice raccoglie l’empatia del pubblico femminile sia raccontando aneddoti sulla vita famigliare, sia mostrando un distacco critico verso entrambi gli uomini. Massimo Popolizio e Umberto Orsini, sull’altro fronte, si rimproverano errori nella ricerca e mancanze etiche, in un crescendo di dialogo fra allievo e maestro che ci lascia alla fine con il dubbio irrisolto “Chi è stato davvero sincero? “ e ancora “ Esiste un’unica verità?” ...


Uno spettacolo superbo da vedere per poi riflettere; al Teatro Argentina fino a domenica 12 novembre e poi in tournée.


Copenhagen

di Michael Frayn
traduzione Filippo Ottoni e Maria Teresa Petruzzi
regia Mauro Avogadro
con Umberto Orsini, Massimo Popolizio e Giuliana Lojodice