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sabato 27 marzo 2021

" Lo specchio macchiato dal tempo " di Stefania Convalle, quando realtà e fantasia coincidono.

 






Ho centellinato le pagine di "Lo specchio macchiato dal tempo" di Stefania Convalle, come faccio sempre con i libri che so in anticipo che mi piaceranno. Sono entrata in punta di piedi nella vita dei personaggi: Alice, Minerva, Vittoria e tutti gli altri. Perché è così che Stefania Convalle ci fa conoscere i suoi personaggi, capitolo dopo capitolo, con profondità introspettiva e leggerezza insieme.

In questo modo, dato che non conosciamo i personaggi fino in fondo dall’inizio (e nemmeno loro conoscono se stessi veramente), si crea un mistero attorno a loro e alle loro vicende.

Alice è una cameriera, non possiede un cellulare ma la notte scrive a macchina (e non sappiamo cosa). Conosce Vittoria, una cliente assidua del ristorante dove lavora, e subito prova per lei affetto, senza sapere nulla della sua vita. Vittoria giocherà un ruolo importantissimo nella vita di Alice, per poi apparentemente sparire nel nulla.

Poi c’è Minerva, detta Minnie, un’attrice che sta interpretando un ruolo in un film che si sta girando, e questo ruolo sembra essere proprio la vita di Alice. Quando le due donne si incontreranno fortunosamente, la realtà e la fantasia della sceneggiatura del film si mischieranno, e il lettore si ritrova di fronte a una matassa un po’ ingarbugliata.

Con grande maestria l’autrice scioglie davanti ai nostri occhi tutti i nodi, e in modo assai verosimile. Così ci lascia meditare, capitolo dopo capitolo, sul senso della vita e sulla possibilità che ciascuno di noi possiede di cambiare il proprio destino.

Come in uno specchio macchiato dal tempo, Alice, Minnie e Vittoria riescono a vedere il proprio passato e scoprono che si può porre rimedio ai propri errori e intanto continuare a vivere in una Milano romantica che fa da contraltare a tutti i personaggi. 

Lungo tutto il romanzo scorre il filo rosso della maternità, a volte rifiutata, a volte cercata a ogni costo, più spesso una maternità che nasce fra persone che non hanno legami di sangue.

Stefania Convalle ci consegna un libro dal quale è difficile staccarsi, perché si ritrova un pizzico di noi stessi in ciascuno dei personaggi, che alla fine rimangono come persone in carne e ossa nei nostri pensieri.


“ Lo specchio macchiato dal tempo “ di Stefania Convalle, Edizioni Convalle, lo potete trovare in edizione cartacea dal sito della casa editrice o su IBS.



venerdì 31 luglio 2020

" A proposito di niente ", la divertentissima autobiografia di Woody Allen.









" A proposito di niente ", l'autobiografia di Woody Allen, non delude i suoi fan, e nemmeno gli appassionati di cinema. A partire dall'esilarante descrizione dei genitori e di tutta la sua famiglia, che pare uscita da una delle sue sceneggiature. Di pari passo scopriamo che il giovanissimo Woody Allen fino a diciassette anni non aveva letto altro che fumetti. 

Era anche un appassionato di radio e di cinema e i suoi film preferiti erano, come le chiama lui, le "champagne comedies". Film ambientati in attici enormi dove uomini molto eleganti corteggiano donne bellissime: insomma quei film in cui recitavano Katharine Hepburn, Spencer Tracy, Cary Grant e così via. Ma il film capolavoro per lui è sempre rimasto " Un tram che si chiama desiderio" (come non dargli ragione?). 

L'incontro di Woody Allen con i libri avviene quando comprende che per fare la corte alle ragazze deve leggere quei libri di cui tutte le ragazze parlano. 

La carriera artistica di Woody Allen inizia invece come illusionista a quattordici anni. Contemporaneamente scrive dei temi scolastici che contengono battute che fanno ridere tutti, e allora comincia a inviarle ai giornali. Da questo a diventare autore di battute per i più famosi comici dell'epoca fino a essere lui stesso stand-up comedian, il passo è breve.

Il lato interessante della narrazione è che non sembra di leggere l'autobiografia di uno dei registi più famosi del mondo, perché l'ironia e la leggerezza con la quale Allen racconta degli incontri fortunati, come del costante, giornaliero lavoro di scrittura, ce lo fanno apparire come uno di noi.

Ovviamente ci sono ampi stralci dedicati alla sua vita privata: dal primo matrimonio, giovanissimo, terminato in modo cordiale, alla relazione con Diane Keaton. E qui è curioso scoprire che uno dei miei film preferiti " Io e Annie " è stato girato quando i due già si erano separati e lei si era trasferita in California, proprio come nel film (c'è molto del Woody Allen privato nei suoi film).

Quindi è davvero illuminante scoprire quali siano i film che lui ha amato di più e che spesso sono quelli che hanno avuto meno successo al botteghino. Poi ci sono i problemi con i produttori, e con gli attori (anche se di questi ultimi Allen parla sempre con grande ammirazione e stima). 

A un certo punto avviene l'incontro con Mia Farrow e una buona parte del libro è dedicata alla relazione e alla causa che ne seguì, con le terribili accuse che la Farrow rivolse al regista.

Questa parte avrebbe potuto essere noiosa, invece è piena di sarcasmo (e di grande amore per tutti i ragazzi coinvolti loro malgrado): alla fine non si può che essere convinti della sua innocenza.

L'ultima parte è dedicata alla sua vita con Soon Yi, con la quale è sposato ormai da 22 anni, e con le due figlie, anch'esse adottive. 

In conclusione, un libro scoppiettante e arguto, che vi farà ridere, sorridere e anche meditare (sui rapporti fra uomini e donne, per esempio). Da leggere assolutamente. 






lunedì 9 novembre 2015

“Suburra", ovvero di come Giacomino Leopardi e una tossica hanno salvato Roma dal diluvio universale.





Ho lasciato passare parecchi giorni dopo la visione del film, prima di scriverne, perché sono uscita dalla sala del cinema piuttosto irritata. La regia di Sollima e, soprattutto, la sceneggiatura di Rulli e Petraglia da un libro di De Cataldo e Bonini, mi parevano ottime garanzie. Errore.
Ci sono in effetti due o tre cose nel film che mi sono piaciute, ma non posso raccontarle ora, altrimenti non arrivereste fino in fondo al post. Partiamo quindi dai difetti, almeno per la cinefila puntigliosa, che andrò a dividere in due categorie, inverosimiglianze e stereotipi.

INVEROSIMIGLIANZE.
1. La scena dell’agguato al piccolo boss di Ostia, Numero 8. Salta agli occhi a tutti gli spettatori di Roma, e dintorni, che la sequenza è stata girata all’interno del Centro Commerciale Porta di Roma. Ma quando vediamo che Numero 8 prende il pizzo dal proprietario del supermercato, è evidente che si tratta di un esercizio commerciale tipo discount: lo notiamo dagli articoli che guarda Viola, la fidanzata di Numero 8. A Porta di Roma non c’è nessun discount. Puntigliosità? Passiamo oltre. Vi pare logico che un boss o futuro boss che controlla la zona di Ostia, vada a chiedere il pizzo in un negozio che sta a Roma Nord, dall'altra parte della capitale? Vabbè, ma gli spettatori di Vigevano o di Canicattì non se ne accorgeranno mai. Come nessuno potrà eccepire sul resto della sequenza, con criminali che sparano all’impazzata all’interno del supermercato, colpendo anche ignari avventori. Segue la fuga di Numero 8 e fidanzata attraverso due piani di scale mobili, al termine delle quali trovano ad attenderli una macchina di loro complici. A voi è mai capitato di non ritrovare (subito) la vostra auto parcheggiata in un centro commerciale? Questi delinquenti sono, invece, molto fortunati: scala mobile, uscita e piano azzeccati, salvataggio telecomandato. Ultima cosa: la sequenza di un delinquente morente (o quasi) sdraiato su una scala mobile, lasciamola per cortesia a Brian de Palma e al suo “Carlito’s way” (questa notazione è del tutto personale).

2. Viola, pur essendo una tossica che passa le sue giornate a farsi e a dormire, si fa portare da uno scagnozzo del fidanzato in un centro estetico, per “farsi la ceretta”. Entra e, pistola in mano, fa strage di gran parte della banda di Anacleti. Insomma lei sa esattamente dove vanno a “farsi i massaggi” i componenti della banda rivale e a che ora… O gli uomini di Anacleti sono dei perfetti imbecilli, o Viola non è una “fattona” come vogliono farci credere.

3. Il Samurai è il superboss che non si sporca mai le mani, non sono mai riusciti a mandarlo in carcere, insomma abbiamo capito a quale personaggio della cronaca nera romana si ispiri il personaggio. Eppure quando è costretto a compiere la vendetta per conto degli Anacleti, va lui stesso a cercare Viola a Ostia, e uccide tutta la banda di Numero 8, lui compreso. (Viola no, è troppo furba…).

4. Un politico come Malgradi, che è abituato a “nottate di sesso e droga”, quando si ritrova nel letto d’albergo una minorenne morta per overdose, scappa e lascia che a risolvere il casino sia l’altra prostituta. Ricattato, va a chiedere aiuto a un suo compagno di partito. Oltre a essere depravato questo Malgradi è anche piuttosto sprovveduto, per non dire di più. NdA per favore, ridatemi Favino vestito e con la barba: quella scena in cui è seduto sul letto, nudo, con le cosce in primo piano, non è che fosse molto “attizzante”. Per non parlare di quell’assurda inquadratura in cui, sempre nudo, piscia dal balcone sotto la pioggia.

Potrei aggiungere altri particolari che trovo abbastanza improbabili nella sceneggiatura del film, e che qualsiasi appassionato di gialli o noir (libri o film che siano) avrà rilevato, penso, come me. Ma passiamo ora agli

STEREOTIPI.
1. Quando il Samurai incontra un suo vecchio compagno di banda, appena uscito dal carcere dopo anni, e gli dice che non avrà nessuna ricompensa per il suo silenzio, subito si pensa:“Questo disgraziato, tempo trenta secondi muore,” e infatti viene travolto da un’auto appena esce dal locale.

2. Il depravato Favino, fra un’orgia e l’altra, trova anche il tempo di tornare a casa e rimboccare le coperte ai figli che dormono, ignari. Altro che Mary Poppins.

3. Il terribile Samurai, senza pietà, che va in moto fino al Ghetto, sotto la pioggia, per comprare la torta per la mamma. Cuore tenero.

3. Alla fine del film tutti o quasi muoiono, o escono sconfitti. Tranne due: Sebastiano e Viola. Sebastiano, un Elio Germano che organizza feste per Vip nella sua discoteca, è come un novello Giacomo Leopardi ma senza poesia né gobba. E’ un ragazzo pavido, menefreghista anche nei confronti del padre (bello, questo sì, il cameo di Antonello Fassari), che arriva a tradire e vendere anche la sua unica amica, per salvarsi la pelle. Ma alla fine riesce a massacrare di botte Manfredi, il crudelissimo capo della banda degli zingari, e lo trascina, ancora vivo, nella gabbia del cane ferocissimo che lo sbrana. Il tutto sempre sotto la pioggia del diluvio universale. Dove sono finiti, nel frattempo, i circa cinquanta famigliari che vivevano sotto lo stesso tetto di Manfredi? Mistero. Bella evoluzione, comunque, per questo personaggio. E che dire di Viola, la fidanzata di Numero 8. Incapace persino di rimanere sveglia fra un buco e l’altro. Nonostante questo è l’unica della banda che si salva dalla furia omicida del Samurai. Così dopo la strage si organizza, pedina, da sola, il Samurai e lo finisce fuori dalla casa della madre. Sempre sotto la pioggia. Altro che Nikita.

E ora quello che mi è piaciuto. No del Vaticano, del papa che si dimette ecc, pietà, non ne voglio parlare. Fra tutti l’interpretazione che più mi ha colpita è stata quella di Alessandro Borghi, un Numero 8 sanguigno e convincente, nella sua eterna lotta per essere degno erede di suo padre. Pierfrancesco Favino è bravo, come sempre, ma il personaggio che gli è stato affidato, con tutte le riserve di cui sopra, non lo trovo adatto a lui. Claudio Amendola se la cava ma, insomma, lo vedo poco come riflesso del vero Carminati. Bravissima invece Greta Scarano nel ruolo di Viola, che avevo amato molto anche  qui   Bella la fotografia livida di Paolo Carnera e la colonna sonora di tutto il film.

Qualcuno potrebbe dirmi: ma tutte queste righe per elencare i difetti di un film che non ti è piaciuto? Non era meglio lasciar perdere e non scriverne? (come faccio spesso per i film che non mi convincono). La risposta, in questo caso, è no. Perché Stefano Sollima aveva in mano un ottimo soggetto, la colpa è forse anche degli sceneggiatori, e questo mi stupisce perché sono fra i migliori che abbiamo in Italia. Però quando mi trovo di fronte a un’occasione mancata per il cinema italiano, mi rimane il dispiacere. Dev’essere la troppa passione. Aspettiamo Sollima al prossimo appuntamento.





martedì 5 maggio 2015

" Se Dio vuole" abbiamo un bel film italiano.





Per tutti quelli che si lamentano della scarsa qualità e ripetitività delle commedie italiane al cinema, ecco finalmente un film che ha tutte le carte in regola per piacere. 

Edoardo Falcone, al suo esordio alla regia, riesce a creare un’alchimia magica fra i due attori protagonisti, Marco Giallini e Alessandro Gassmann.  Per Gassmann una parte diversa dalle ultime interpretate (che pian piano lo fanno avvicinare all’irraggiungibile Vittorio): qui non è il solito sbruffone, senza cultura né principi, ma un prete “di frontiera”. Dove per frontiera si intende la metropoli romana, piena di giovani e meno giovani che hanno tante urgenze inespresse: il lavoro, l’amicizia, la comunicazione con gli altri. La prima apparizione di Gassmann/Don Pietro nel film ce lo mostra come un ibrido fra un divo rapper e un predicatore americano (che parla in romanesco).

Il suo carisma straordinario ha conquistato anche Andrea, il figlio di Marco Giallini/Tommaso, cardiochirurgo di successo con poca empatia e assai meno esitazioni. Andrea è l’unica persona sulla quale Tommaso proietta il suo affetto e le sue aspettative: sta studiando medicina e diventerà un ottimo  medico. L’altra figlia di Tommaso, Bianca, una divertente Ilaria Spada, non è che una povera stupida che passa le giornate dividendosi fra la tv e il marito Gianni, agente immobiliare (definito da Tommaso “il pusillanime”). Nemmeno la moglie di Tommaso, Carla, una sfiorita e intristita Laura Morante, riesce ad avere un suo ruolo come madre e moglie. 

Tutto ruota attorno al figlio perfetto, fino al momento in cui Andrea comincia a chiudersi in se stesso, a non studiare più. Per Tommaso non può che esserci una spiegazione: Andrea è gay, ma non ha il coraggio di fare outing. Per questo Tommaso, che non solo è ateo convinto, ma è anche sinceramente senza pregiudizi in materia di scelte sessuali, prepara tutta la famiglia a questa rivelazione. 

La sorpresa per lui, e per il resto della famiglia, sarà invece assai amara, quando Andrea confesserà che ha deciso di diventare prete e abbandonare gli studi di medicina. A questo punto la commedia poteva scadere nello stereotipo: meglio un figlio gay o un figlio prete nella società di oggi? La regia di Falcone, sorretta da ottimi dialoghi e dalla credibilità dei personaggi di Gasmann e Giallini, scompagina invece tutti i preconcetti sulla fede e sull'agnosticismo, senza mai porsi dalla parte della Chiesa o dei “credenti in altro”. La vocazione di Andrea spingerà tutti i personaggi del film, a partire dallo scettico e sospettoso Tommaso, fino alla moglie Carla e alla figlia Bianca, a rivedere la propria vita e le proprie convinzioni e abitudini. 

Il ritmo del film rimane, per tutta la sua durata, brillante, fresco. Si sorride e si ride di gusto ma con leggerezza, laddove, in altre commedie italiane, le battute su simili temi sarebbero state volgari e scontate. Ad ogni angolo di svolta (e ce ne sono varie), la verosimiglianza non viene a mancare, grazie alla sceneggiatura e ai due attori protagonisti. E nello stesso tempo si lasciano intuire spunti di riflessione, per chi vorrà pensarci dopo essere uscito dal cinema. Ottima anche la colonna sonora, con una bellissima canzone di De Gregori alla fine.

In conclusione una piccola perla di film, che smentisce tutti gli spettatori (e i critici) che ritengono che il cinema italiano sia morto.

sabato 6 dicembre 2014

" Melbourne" un giallo... iraniano.



Film d'apertura alla Settimana Internazionale della Critica alla Mostra di Venezia, l'opera prima del regista iraniano Nima Javidi ha riscosso consensi e premi internazionali. In questi giorni è ancora in programmazione, anche a Roma e Milano purtroppo in poche sale, ma merita di essere visto.

Lontano dalle narrazioni "neorealistiche" iraniane, (le maglie della censura diventano sempre più strette...), "Melbourne" è piuttosto un giallo che mi ha ricordato l'atmosfera e la suspense di "Nodo alla gola", il capolavoro di Hitchcock.

La vicenda si dipana in un appartamento e nell'arco di una giornata: una giovane coppia di Teheran, Amir, interpretato da Payman Maadi, protagonista di "Una separazione", e Sara, impersonata da Negar Javaherian, ha deciso di trasferirsi a Melbourne. 
Fra mobili da consegnare al rigattiere, amici e parenti da salutare, oggetti da impacchettare, telefonate dall'Australia del collega di Amir, si insinua la presenza di un neonato. Il piccolo non è figlio della coppia, ma di vicini di casa che Amir e Sara a malapena conoscono: viene loro affidato dalla babysitter, che deve allontanarsi per un'emergenza.
Risucchiati dal caos dei preparativi, i due si dimenticano del neonato, che dorme placidamente sul loro letto matrimoniale. A un tratto Amir rompe maldestramente un vetro della porta della camera e si accorge che il neonato non si sveglia al rumore....

Da qui si scatena una ridda di accuse, scuse, sensi di colpa, tentativi di negare e nascondere l'accaduto, sia al padre del neonato, separatosi dalla moglie, sia alla babysitter, ritornata dopo ore. 
L'angoscia si fa sempre più insostenibile e lo spettatore si chiede, come nel film di Hitchock, quando "gli altri", parenti e amici della coppia, rigattiere e personaggi vari che entrano ed escono dall'appartamento, si accorgeranno di quanto è successo. E se e quando la giovane coppia avvertirà la polizia, dovendo così rinviare o rinunciare all'agognata partenza verso una vita nuova.

Una regia attenta, nonostante sia il primo lungometraggio dell'autore, e la straordinaria prova di entrambi gli attori protagonisti, fanno in modo che il film scuota la coscienza dello spettatore, indipendentemente da dove vive e in quali valori crede, E nella scena finale Amir e Sara, separatamente, sembrano chiederci: "Voi, al posto nostro, cosa avreste fatto?". 


mercoledì 1 ottobre 2014

Il Festival, cioè la Festa, no il Festaval del Cinema di Roma.






Finalmente abbiamo capito dove voleva arrivare Marco Müller l'anno scorso, nella conferenza stampa di presentazione del Festival del Cinema di Roma.
Aveva accennato, in modo pungente, a un Festival che voleva portare ad essere una Festa del Cinema per Roma, insomma più un Festaval che un Festival.
Ora lo svelamento: quest'anno abbiamo un Festaval che parte con la "Soap Opera" con Abatantuomo e chiude con "Andiamo a quel paese" di e con Ficarra e Picone; premia Tomas Milian con il Marc'Aurelio; organizza una retrospettiva su Mario Bava (ottima idea!)...
Insomma un Festaval che forse non riuscirà a diventare nazional - popolare, quello è solo il Festival di Sanremo, ma di certo sarà pop, vista anche la presentazione del film sugli Spandau Ballet (e la presenza degli stessi sul tappeto rosso).
La sottoscritta, che da ragazzina non aveva dubbi fra Duran Duran e Spandau Ballet, a luglio si è persa il concerto (gratuito) di Tony Hadley al Centro Commerciale Porta di Roma.
Forse mi vedrete in fila, dalle sette di mattina, come le ragazzine per "Hunger games" l'anno scorso... 


mercoledì 17 settembre 2014

" Dalla Laguna con amore. Festival di Venezia 2) "





Se per il film di Abel Ferrara su Pasolini il mio giudizio poteva essere riassunto in un "Sì ma con riserve", al primo lungometraggio di Michele Alhaique, regista italiano a dispetto del cognome, potrei mettere un bel "Ni".

Parliamo subito degli aspetti positivi, uno dei quali è senz'altro la presenza di Pierfrancesco Favino, che non si è limitato a ingrassare di una ventina di chili per girare il film, ma ha reso al meglio il protagonista. Mimmo è un gigante di pochissime parole, capace di estrema crudeltà fisica ma con il cuore di burro. E' costretto dallo zio (Ninetto Davoli) a riscuotere crediti con ogni mezzo, ma vorrebbe fare solo quello che è il suo vero lavoro: il capocantiere, il manovale, tanto capace da poter insegnare ad altri il mestiere.

Il regista ha lavorato ottimamente con gli attori, non solo con Favino ma anche con Claudio Gioè, e con la giovanissima Greta Scarano, così come con Adriano Giannini, il cugino Manuel, tanto logorroico e strafottente quanto Mimmo è silenzioso e servile.

La struttura del racconto è, purtroppo, abbastanza scontata, e dove vediamo un gigante dal cuore tenero, che deve consegnare una ragazzina nelle mani di un un depravato nullafacente, già sappiamo quale piega prenderà la storia. Questo uno dei limiti, la prevedibilità della vicenda e alcuni buchi nella sceneggiatura (perché non prendere subito i soldi? perché attendere alcuni giorni per rientrare nella casa che si sa presidiata?). E anche il finale, date le premesse, non può essere diverso.

Di positivo, oltre agli attori (a parte Ninetto Davoli, a mio parere fuori parte), l'ambientazione, la fotografia e la bella colonna sonora. Una ricerca "pasoliniana" (rieccoci) della spiaggia di Ostia e dei suoi abitanti, fra i quali la colf sudamericana di Mimmo: brava Iris Peynado, che si è lasciata invecchiare per il ruolo (assicuro, l'ho incrociata al Lido ed è ancora bellissima) di una donna determinata e, neppure tanto segretamente, innamorata di Mimmo.

E la fotografia, che ci rende i pensieri di Favino solo attraverso i suoi sguardi (non il sorriso che non appare mai), e la vulnerabilità che accomuna lui e la giovanissima Tania, nei pochi attimi di felicità al mare, sotto il sole.

Accattivante e particolare la colonna sonora: se con tutti questi elementi positivi si fosse lavorato sulla sceneggiatura, "asciugandola" da un eccesso di sentimentalismo, qua e là, nello stesso modo in cui ha lavorato Favino "scarnificando" il suo personaggio, certo avremmo avuto un ottimo film.

Nonostante tutto, essendo una fautrice del "Sosteniamo il cinema italiano quando merita", penso che il film valga la pena di un biglietto al cinema e....attendiamo Alhaique alla sua seconda prova!


venerdì 12 settembre 2014

" Dalla Laguna con amore. Festival di Venezia 1) "



Arduo confrontarsi con la vicenda umana, artistica e intellettuale di Pier Paolo Pasolini. Forse solo un regista italo-americano poteva mettersi alla prova, e solo un attore americano che vive in Italia da anni, come Dafoe, poteva calarsi in modo così "mimetico" nel personaggio Pasolini.
E pare di vedere sullo schermo proprio Pasolini muoversi nei suoi jeans attillati, con le camicie sgargianti, mentre parla (in inglese...) con i suoi interlocutori, quando incontra i suoi "ragazzi" o mentre gioca a pallone.
Almeno così sembra a me, che quando Pasolini morì ero bambina, e l'ho conosciuto solo attraverso i suoi libri, i suoi film e le interviste in tv.
E' riuscita l'impresa ad Abel Ferrara? Non completamente. Se davvero, come ha detto il regista in un'intervista, Dafoe ha recitato in inglese nei passaggi dove si sentiva meno sicuro in italiano (cioè durante quasi tutto il film, a parte qualche battuta in romanesco), perché anche gli attori italiani parlano inglese? Vada per l'intervista con Furio Colombo, che è bilingue, ma sentire Mastandrea parlare in inglese è lievemente straniante (e non per la pronuncia, quasi impeccabile).
E se la presenza di Ninetto Davoli nel film appare quasi doverosa, perché fargli impersonare proprio Eduardo De Filippo che, nei progetti di Pasolini, avrebbe dovuto essere attore in un suo film? E come mai Davoli parla in romanesco prima e poi alla fine in napoletano? Accanto a lui Scamarcio, che interpreta il giovane Ninetto Davoli, appare più credibile (ma parla in romanesco o in pugliese?).
Insomma questo pastrocchio linguistico non so se attribuirlo a una sciatteria, mascherata dalla genialità (presunta, effettiva?) di Abel Ferrara, o se sono errori che verranno poi recuperati nel doppiaggio. Per la cronaca, gli spettatori italiani, all'uscita del film nelle sale, sentiranno Pasolini parlare con la voce di Fabrizio Gifuni.

Abel Ferrara non aggiunge nulla di nuovo sulla morte di Pasolini, così come è pervenuta a noi nelle cronache giudiziarie. E non credo fosse nelle sue intenzioni farlo, nonostante alcune furbe dichiarazioni prima della presentazione del film al Festival di Venezia.

E nel complesso, stendendo un velo sugli errori linguistici e su alcune scelte attoriali poco convincenti, il film merita di essere visto. Soprattutto da chi ha amato e ama Pasolini, perché è lui che esce con forza dallo schermo, ancora così profondamente visionario e attuale insieme, cinico e spavaldo nelle interviste quanto profondamente fragile ed empatico nei rapporti umani.
E questo grazie a una interpretazione davvero straordinaria di Willem Dafoe.



mercoledì 8 maggio 2013

Per chi crede che il cinema non sia arte...

Ad un appassionato di cinema bastano pochi secondi per comprendere che oggi Google celebra Saul Bass. Per chi è più giovane o meno attento un consiglio: cercate su Internet chi era Saul Bass, e scoprirete non solo che, inventando degli straordinari titoli di testa per film, è riuscito a creare un'opera d'arte nell'opera d'arte, ma anche come la sua genialità ha poi influenzato molti maestri del cinema.