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venerdì 31 luglio 2020

" A proposito di niente ", la divertentissima autobiografia di Woody Allen.









" A proposito di niente ", l'autobiografia di Woody Allen, non delude i suoi fan, e nemmeno gli appassionati di cinema. A partire dall'esilarante descrizione dei genitori e di tutta la sua famiglia, che pare uscita da una delle sue sceneggiature. Di pari passo scopriamo che il giovanissimo Woody Allen fino a diciassette anni non aveva letto altro che fumetti. 

Era anche un appassionato di radio e di cinema e i suoi film preferiti erano, come le chiama lui, le "champagne comedies". Film ambientati in attici enormi dove uomini molto eleganti corteggiano donne bellissime: insomma quei film in cui recitavano Katharine Hepburn, Spencer Tracy, Cary Grant e così via. Ma il film capolavoro per lui è sempre rimasto " Un tram che si chiama desiderio" (come non dargli ragione?). 

L'incontro di Woody Allen con i libri avviene quando comprende che per fare la corte alle ragazze deve leggere quei libri di cui tutte le ragazze parlano. 

La carriera artistica di Woody Allen inizia invece come illusionista a quattordici anni. Contemporaneamente scrive dei temi scolastici che contengono battute che fanno ridere tutti, e allora comincia a inviarle ai giornali. Da questo a diventare autore di battute per i più famosi comici dell'epoca fino a essere lui stesso stand-up comedian, il passo è breve.

Il lato interessante della narrazione è che non sembra di leggere l'autobiografia di uno dei registi più famosi del mondo, perché l'ironia e la leggerezza con la quale Allen racconta degli incontri fortunati, come del costante, giornaliero lavoro di scrittura, ce lo fanno apparire come uno di noi.

Ovviamente ci sono ampi stralci dedicati alla sua vita privata: dal primo matrimonio, giovanissimo, terminato in modo cordiale, alla relazione con Diane Keaton. E qui è curioso scoprire che uno dei miei film preferiti " Io e Annie " è stato girato quando i due già si erano separati e lei si era trasferita in California, proprio come nel film (c'è molto del Woody Allen privato nei suoi film).

Quindi è davvero illuminante scoprire quali siano i film che lui ha amato di più e che spesso sono quelli che hanno avuto meno successo al botteghino. Poi ci sono i problemi con i produttori, e con gli attori (anche se di questi ultimi Allen parla sempre con grande ammirazione e stima). 

A un certo punto avviene l'incontro con Mia Farrow e una buona parte del libro è dedicata alla relazione e alla causa che ne seguì, con le terribili accuse che la Farrow rivolse al regista.

Questa parte avrebbe potuto essere noiosa, invece è piena di sarcasmo (e di grande amore per tutti i ragazzi coinvolti loro malgrado): alla fine non si può che essere convinti della sua innocenza.

L'ultima parte è dedicata alla sua vita con Soon Yi, con la quale è sposato ormai da 22 anni, e con le due figlie, anch'esse adottive. 

In conclusione, un libro scoppiettante e arguto, che vi farà ridere, sorridere e anche meditare (sui rapporti fra uomini e donne, per esempio). Da leggere assolutamente. 






lunedì 19 novembre 2018

" L'abisso " di e con Davide Enia, un racconto che invade l'animo dello spettatore.







Non è facile scrivere de “ L’abisso ”, lo spettacolo che Davide Enia ha portato in scena al teatro India il mese scorso, e ora in tournèe in tutta Italia.  L’autore/attore con questa pièce scardina le nostre difese interiori,  e attraverso il racconto di un naufragio personale e sociale ci interroga e ci coinvolge. 

Dal suo romanzo “ Appunti per un naufragio ”, ed. Sellerio, che consiglio a tutti di leggere, Davide Enia porta sul palcoscenico due drammi, quello degli immigrati che arrivano a Lampedusa, quando non muoiono prima in mare. E poi il dramma di un pugno di uomini e donne di buona volontà che cercano di strapparli alle onde, alle navi malconce e ai barconi fradici per portarli sulla terraferma. In mezzo c’è lui, Davide, giunto a Lampedusa con il padre, e in costante contatto telefonico con lo zio, che sta lottando contro un tumore.

Ascoltando i racconti della coppia di amici che li ospita, dei volontari e dei pescatori di Lampedusa, Enia tace. Lascia scorrere davanti a noi i gesti, le frasi mozzate, le lacrime di chi salva e di chi è salvato. Pare quasi che a narrare “L’abisso” siano più adatte le fotografie del padre, uomo taciturno, che proprio a Lampedusa inizia a riempire i tanti silenzi nel suo rapporto con Davide.

Dopo aver letto “ Appunti per un naufragio ”, avevo visto il nucleo dello spettacolo inserito nel lunghissimo, eterogeneo e discontinuo, “ Ritratto di una nazione. L’Italia al lavoro ”, in scena al Teatro Argentina nell’inverno 2017. Il pezzo di Davide era di gran lunga fra i più incisivi ed emozionanti fra quelli proposti. Rivisto il mese scorso al Teatro India, nella sua interezza e compiutezza, “ L’abisso ”  mi ha colpito al cuore nuovamente. 

E insieme mi pare che Davide Enia abbia affinato nel frattempo il suo “cuntu”, sfrondandolo dall’energia eccessiva che forse tratteneva in sé, in questi undici anni in cui è stato lontano dalle scene per dedicarsi alla scrittura di romanzi tradotti, pubblicati e premiati in tutta Europa.

Accompagnato come sempre dal musicista Giulio Barocchieri, anche lui palermitano, Davide Enia ha asciugato, scolpito, impresso nelle anime degli spettatori il dramma di Lampedusa. Consapevole che “le nostre parole non riescono a cogliere appieno la loro verità…ma la storia della migrazione saranno loro stessi a raccontarla…ci vorranno anni…e saranno loro a spiegarci cosa è diventata l’Europa e a mostrarci, come in uno specchio, chi siamo diventati noi." (cit.“Appunti per un naufragio”).

Ma nel frattempo, noi italiani, noi europei, saremo ancora in grado guardarci allo specchio o troveremo solo l'abisso davanti e attorno a noi?

in tournée nei teatri di tutta Italia


“ L’ABISSO “ tratto da “Appunti per un naufragio” (ed. Sellerio) in 

Spettacolo di e con Davide Enia
Musiche composte ed eseguite da Giulio Barocchieri.
Produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Teatro Biondo di Palermo,
Accademia Perduta – Romagna Teatri

La locandina dello spettacolo è dell'artista Silvia Giambrone.












giovedì 9 novembre 2017

" Copenaghen" , verità imperfette e ricerche scientifiche che distruggono il genere umano.





“Penso che sarebbe stato un errore imperdonabile pensare di dar vita a una Compagnia teatrale che porti il mio nome senza pensare all’opportunità di rimettere in scena uno spettacolo come Copenaghen“ racconta Umberto Orsini, interprete con Massimo Popolizio e Giuliana Lojodice del celebre testo di Michael Frayn

Con questa frase Orsini ha motivato la scelta di portare a teatro una piéce già rapresentata una decina di anni fa dallo stesso trio di attori. Il testo continua a risultare estremamente attuale per due motivi: perché analizza il dilemma etico che dilaniò (forse) gli scienziati che progettavano la bomba atomica e perché ce lo racconta attraverso tre narrazioni differenti di un evento avvenuto nel passato. L’episodio che è il fulcro della pièce è avvenuto nel 1941 a Copenhagen, nella Danimarca occupata dai nazisti.  Il fisico danese Niels Bohr e sua moglie Margrethe accolgono Werner Haisenberg, fisico tedesco dapprima allievo poi collega di Bohr.

Richiamandosi alle teorie fisiche dell’indeterminazione i tre personaggi evocano l’incontro in modo assai diverso, con un metodo che ricorda la narrazione dei testimoni di Rashomon. Chi ha impedito davvero l’utilizzo della bomba atomica da parte della Germania nazista? Heisenberg che, volontariamente o per incapacità, tergiversò su importanti scoperte di altri suoi colleghi? O Bohr, che fuggì dalla Danimarca occupata per rifugiarsi negli Stati Uniti, dove però contribuì alla costruzione della bomba atomica che distrusse Hiroshima? Il gioco dialettico fra i 3 protagonisti è intenso ma frizzante, colmo di sottintesi dove l’ironia di Popolizio fa propendere gli spettatori per la tesi di Heisenberg.


Il palcoscenico è costruito come un’aula universitaria, arredata solo con 3 sedie ed enormi lavagne dove formule incomprensibili (per chi è digiuno di fisica come la sottoscritta) vengono spiegate e poi modificate dei due fisici. 

L’impianto drammaturgico è classico, austero ma non algido grazie al ritmo e all’intensità espressiva dei tre straordinari attori. Giuliana Lojodice raccoglie l’empatia del pubblico femminile sia raccontando aneddoti sulla vita famigliare, sia mostrando un distacco critico verso entrambi gli uomini. Massimo Popolizio e Umberto Orsini, sull’altro fronte, si rimproverano errori nella ricerca e mancanze etiche, in un crescendo di dialogo fra allievo e maestro che ci lascia alla fine con il dubbio irrisolto “Chi è stato davvero sincero? “ e ancora “ Esiste un’unica verità?” ...


Uno spettacolo superbo da vedere per poi riflettere; al Teatro Argentina fino a domenica 12 novembre e poi in tournée.


Copenhagen

di Michael Frayn
traduzione Filippo Ottoni e Maria Teresa Petruzzi
regia Mauro Avogadro
con Umberto Orsini, Massimo Popolizio e Giuliana Lojodice 



mercoledì 4 maggio 2016

“Carne” : siamo ciò che mangiamo, o mangiamo perché siamo?








Testo di Fabio Massimo Franceschelli
Diretto e interpretato da Elvira Frosini e Daniele Timpano.

Due settimane fa, in prima nazionale al Teatro dell’Orologio, il nuovo spettacolo di Elvira Frosini e Daniele Timpano, una coppia anche nella vita. Durante lo spettacolo ho intravisto una mise en abîme della rappresentazione, un racconto nel racconto, con due cerchi concentrici che uniscono i punti di snodo drammaturgici.

A unire le due cornici, il disegno sonoro e le musiche di Ivan Talarico. In una scenografia inesistente, a parte i due microfoni ad asta, le musiche sono pervase da suoni e rumori, cercano di ricostruire ambienti e aggiungere spazio alla scena. Sottolineano e rispondono dialetticamente ai due personaggi, quasi a interpretare i pensieri del pubblico, venendo a creare così un terzo personaggio, invisibile ma ben presente. 

cornice-cerchio – fermo immagine dei due attori davanti al microfono – inizio e fine dello spettacolo .

Elvira Frosini e Daniele Timpano sono vestiti di nero, in abiti eleganti, quasi a sottolineare l’importanza delle discussioni e la pregnanza del testo. Lo spettacolo inizia e finisce con un fermo immagine dei protagonisti di fronte ai due microfoni ad asta. Alla fine lei spiega che l’immagine vuole rimandare alle opere d’arte di Gunter von Hagen. Il discusso artista/antropologo tedesco ha creato Bodyworld, una mostra itinerante di cadaveri "plastinati" attraverso un complesso procedimento, che da anni raccoglie milioni di visitatori in tutta Europa.

All’interno di questa cornice assistiamo allo scambio vivace di insulti e battute fra i due: più ironici quelli di lui: “Lattugaia, frulla-frutta, crudaiola”, più crudi e offensivi quelli di lei “Zombie, genocida, necrofilo”. Ascoltiamo le spiegazioni etico-filosofiche di lei, che motiva la sua scelta vegetariana con assunti che partono dalla bioetica per arrivare all’ecologia e alla compassione per gli animali, visti come uguali a noi. 

Lei giunge anche a narrare un intermezzo poetico: il racconto indiano dell’uomo che smise di andare a caccia, quando una tigre lo fece riflettere sulla possibilità di scelta dell’essere umano. Ridiamo, al contrario, delle prese in giro ironiche di lui. Speculare al racconto dell’uomo indiano c’è l’aneddoto, palesemente falso e paradossale, di lui e del suo cane che sacrifica due zampe per l’armonioso vivere.

In questa cornice possiamo pensare che i due abbiano cominciato a convivere, pur conoscendo bene le rispettive diverse visioni della vita. E che poi il quotidiano abbia portato a non armonizzare le due opposte filosofie ma anzi a estremizzarle.

2° cornice - cerchio –   prima cena ristorante: filetto al sangue - rivolo di sangue bocca di lui –  dopo la nascita del figlio: bistecca cruda nella bocca di lei – rivolo di sangue dalla bocca di lei.

Dal racconto in flashback del primo incontro dei due protagonisti, comprendiamo che la dialettica fra i due e, soprattutto, l’intransigenza di lei verso le scelte alimentari di lui, sono sempre state le stesse. Il resoconto vivido e ironico del loro primo appuntamento al ristorante, ci mostra un lui che ordina un filetto al sangue e una lei che non riesce a trattenere il disgusto per quel rivolo di sangue che gli scende dalla bocca.

Eppure i due hanno continuato a frequentarsi, dopo quella prima cena disastrosa, anzi ora vivono insieme, anche da alcuni anni. E i litigi sulla carne continuano ad alimentare la loro vita a due, di cui nulla altro sappiamo, né del lavoro, né di amici o parenti. La diatriba sulla carne pare essere il collante stesso, se non l’unico motivo di incontro/scontro della coppia. Vi è una coesistenza degli opposti che non possono stare l’uno senza l’altro.

Ma a un certo punto la seconda cornice interna alla narrazione drammaturgica si chiude. Si giunge infatti a una svolta: la coppia sta per diventare una famiglia. Lei scopre di essere incinta e rivela che il medico le ha consigliato una dieta con carne per una carenza di ferro. 

Da una rassegnata accettazione di un diktat alimentare per motivi medici, lei passa immediatamente a ordinare, in modo perentorio, una serie infinita di piatti di carne, i più eterogenei e assurdi (tranne il maiale “che provoca toxoplasmosi”) . Sentiamo solo la sua voce stentorea dietro una tenda, con una luce rossa sul palco ad alludere al sangue della carne. Lo spettatore si aspetta la rivelazione delle contraddizioni retoriche di lei, mentre lui corre affannato, le spalle al pubblico, cercando di portarle tutti i piatti di carne. Sembra di assistere a una capitolazione di lei, vittima sacrificale nel nome di una gravidanza e di un figlio sano.

Ma ecco un nuovo ribaltamento dei ruoli e l'ennesimo punto di crisi: lei rientra in scena dopo il parto, camminando con movenze animalesche quasi fosse un cane/lupo, reggendo fra i denti una enorme bistecca cruda. O forse un piccolo cucciolo. O un neonato. Arriva davanti a lui e agli spettatori e lascia cadere il neonato/bistecca davanti ai suoi/nostri piedi. “Ecco nostro figlio, ecco il nostro filetto.” E ora un rivolo di sangue invisibile pare scendere dalla bocca di lei, quasi ad accusare silenziosamente lui, il maschio della coppia, per questa ennesima sopraffazione.

Come ripete spesso lui durante lo spettacolo: “ La morte fa quello che vuole, quando vuole e come vuole.” Allora forse il rifiuto della carne per alimentarsi, la gravidanza sentita come imposizione, non sono altro che segni di una paura di lei per la morte, una chiusura totale verso il ciclo biologico naturale di ciascuno di noi. 


A questo punto negli spettatori, dopo il tourbillon di accuse, insulti, prese in giro, vorticosi ordini di carne, nasce un dubbio. Il tema dello spettacolo è davvero quello se essere vegetariani o carnivori? Ci si avvia all’uscita, dopo aver anche riso e applaudito, con meno certezze e più dubbi di quando si era entrati nella sala Gassman del Teatro dell’Orologio.










domenica 10 aprile 2016

TEATRO VERSUS FEDE b) “ Yesus Christo Vogue ” o dell’essere umano privato della morte e del divino.







Avevo molte aspettative quando ho scelto di vedere lo spettacolo della compagnia Vuccirìa Teatro, al suo debutto nazionale nella Sala Orfeo del Teatro dell’Orologio, poiché avevo letto articoli lusinghieri sui loro precedenti spettacoli. Non ho quindi altri termini di paragone personali su questa giovane compagnia teatrale palermitana. La coincidenza della rappresentazione nella settimana precedente la Pasqua ha accresciuto la mia curiosità (Teatro versus Fede, una nuova opportunità di verifica drammaturgica). 

Prima di poter entrare nella Sala Orfeo, la più grande del Teatro, con gli altri spettatori mi sono dovuta soffermare nel corridoio antistante, a guardare immagini che scorrevano su due piccoli schermi appesi al muro. Corpi dilaniati da bombe, culturisti che si esibivano su un palco, e altri orrori. Non mi vergogno ad ammettere che all’ennesima immagine di cadaveri “esplosi”, ho abbassato lo sguardo. 

Dopo essere entrata in sala e aver preso posto, ho trovato ad accoglierci Joele Anastasi, attore, autore del testo drammaturgico e regista dello spettacolo. Vestito (o svestito) come Cristo in croce, corona di spine compresa, il corpo e il volto coperto di fango, appollaiato su una sporgenza nel muro a sinistra della sala. Con noncuranza apparente verso gli spettatori, Il Yesus Christo dei Vuccirìa ripeteva un mantra: “predisposto all’infelicità incapace di suicidio”. E fra una ripetizione e l’altra inghiottiva con il vino capsule, probabilmente sonniferi. Poi è sceso dal gradino e, camminando nel corridoio centrale della sala, è salito sul palcoscenico per finire dietro il fondale, sparendo alla nostra vista.

Ecco così ad attirare la nostra attenzione gli altri due attori Enrico Sortino, anche aiuto regista, e Federica Carruba Toscano. La loro recitazione molto intensa è stata inframmezzata dal riapparire del Christo, dietro una tenda/garza nera sul fondo, che enunciava proclami messianici in modo stentoreo. In alternanza ai proclami venivano proiettati sulla tenda passaggi del Nuovo e Vecchio Testamento, il più delle volte impossibili da leggere perché impallati dai due attori in scena. Enrico Sortino e Federica Carruba Toscano, novelli Adamo ed Eva post-Apocalisse, hanno declamato con rabbiosa disperazione la scomparsa di amore, futuro e morte, affrontandosi, avvinghiandosi e spruzzandosi con l’acqua delle pozze per tutto il tempo. Anche loro sporchi di fango, vestiti con costumi fra il peplo e il gladiatorio, hanno addentato più volte e si sono contesi con ferocia dei corvi. 

La mia perplessità si è intensificata con lo scorrere dello spettacolo: la totale assenza di speranze e di orizzonti è stata l’unica chiave interpretativa che ho saputo trovare, anche riflettendoci dopo giorni. Poco giustificate le pozzanghere con acqua, dal fondo ricoperto di materiale riflettente simile a carta stagnola, incastonate nella croce utilizzata dai due attori come camminamento. Ancora meno plausibili le balle di fieno gettate qua e là, a fianco della croce e sotto il palcoscenico. Tutto molto simile al presepio che allestivamo a casa mia quando ero ragazzina. Era poi necessario alla drammaturgia il microfono auricolare fissato al viso di Joele Anastasi con un cerotto molto visibile sotto il nerofumo? E il microfono ad asta con cui enuncia dietro la tenda nera trasparente, è perché si tratta di un Yesù Vogue? Vorrei poter aggiungere qualcosa sul significante e sul significato del testo drammaturgico, dato che è stato definito da un critico “un’opera ambiziosa di concetto, di filosofia, di psicopatologia collettiva”, e la regia di Joele Anastasi “coraggiosa, impavida, tagliente, viscerale e coltissima”. Vorrei avere almeno compreso quale era il target di spettatori al quale lo spettacolo era diretto (quelli presenti al Teatro dell’Orologio erano forse ancora più sconcertati della sottoscritta). 

La mia impressione complessiva è che il testo sia stato scritto e messo in scena con grandi ambizioni, che non sono bastate però a renderlo fruibile e comprensibile, nemmeno al pubblico aperto alle sperimentazioni del Teatro dell’Orologio. Molti erano forse i messaggi impliciti che tali sono rimasti. La recitazione, fra lo ieratico e il rabbioso, pur dimostrando l’impegno profuso, non ha giovato. Mi ha convinto di più la prova attoriale di Enrico Sortino rispetto a quella di Federica Carruba Toscano, perennemente affannata come se fosse stata reduce da una corsa. Data la giovane età dei componenti la compagnia, li rimando a settembre, sperando di poterli ri-vedere con uno testo meno pretenzioso e una regia più attenta alla messinscena.




giovedì 31 marzo 2016

TEATRO VERSUS FEDE a) “ Lourdes ” ovvero la conversione come miracolo drammaturgico.





Nel periodo pasquale mi è capitato di riflettere su due spettacoli che più diversi non si può, entrambi rappresentati e visti al Teatro dell'Orologio. L'unico aspetto che li avvicina è il rapporto con il Divino o, se preferite, con il Sacro. A dire la verità volevo creare una specie di ring pugilistico, dove fare "combattere" virtualmente i due spettacoli, ma ho avuto paura che qualche critico teatrale vero e serio, come pure qualcuno delle persone coinvolte nei due spettacoli, venisse a cercarmi per....prendermi a male parole. 

In fondo sono solo una spettatrice curiosa e attenta, come alcuni di voi che leggete. E quelli che leggono soltanto, sarebbe ora che cominciassero ad andare a teatro, perché non è che sono qui a scrivere tanto per farvi passare il tempo. Ora basta con il preambolo, leggetevi cosa ha suscitato in me il primo spettacolo. Il secondo? Intanto meditate su questo....


La pièce teatrale "Lourdes" è un adattamento del regista Luca Ricci dall'omonimo romanzo d'esordio di Rosa Matteucci; è lo spettacolo vincitore de "I teatri del sacro 2015". Una donna, Maria Angulema, Andrea Cosentino, è in mutande, su un rialzo sopra il palcoscenico; c’è una  sedia e sullo schienale sono appesi alcuni indumenti. Maria li usa per vestirsi come dama della carità. Deve accompagnare a Lourdes, in pullman, un gruppo di malati e anziani di Orvieto. 

Lo spazio scenico è diviso in due: una parte sopraelevata dove Andrea Cosentino/Maria Angulema narra in un flusso inarrestabile, con un verace accento umbro, la sua esperienza come dama di carità, il suo incontro con le persone del gruppo e il pellegrinaggio a Lourdes. Sotto il sopralzo Danila Massimi,  con voce e strumenti dal vivo, sembra richiamare Maria e gli spettatori a un “altrove”, che non è né narrato né rappresentato, ma irrompe a tratti nel racconto. Il monologo di Maria tratteggia i vari personaggi in modo comico, sarcastico, sfiorando a volte il cinismo: è grazie a questo sguardo disincantato che scopriamo l’umanità varia di chi partecipa a un pellegrinaggio a Lourdes.

Ma c’è una dimensione altra, appunto, che è quella del divino, o meglio della ricerca di un Dio che deve dare una risposta a tutti quelli che vanno alla Grotta: perché sono al mondo? Perché soffro? Perché, nel caso di Maria, mio padre è morto? Danila Massimi, con voce e suoni mistici, a volte quasi arcaici, pare ricordare alla protagonista che esiste un “senso” del suo pellegrinaggio e del suo dolore, così come esiste un senso per il dolore di tutti gli altri.

Nello spettacolo c’è una desacralizzazione apparente del luogo narrato e anche dei simboli sacri: quando Danila canta o suona, Andrea/Maria interrompe il racconto e beve da una Madonnina di plastica, una di quelle che i pellegrini usano per riempirla di acqua santa. Pare quasi che tutto il narrare di Maria sia teso a cancellare negli spettatori l’idea dell’esistenza di Dio.

Tutto il cinismo di cui la narrazione è pervasa provoca negli spettatori dapprima una risata, e poi un sentimento di empatia per Maria e per chi sta accompagnando. Un cinismo che non è altro che uno scudo, con il quale Maria vuole proteggersi dal dolore per una morte, quella del padre, che reputa insensata.

E’ all’interno delle piscine che tutte le difese di Maria cadono. Sana tra i malati, dubbiosa tra i credenti, ecco che davanti al mistero del sacro si compie in lei il vero miracolo: l’accettazione del dolore. E solo accettando il mistero del divino, il dolore e la vita stessa riacquistano significato.

Non so quanti tra gli spettatori del Teatro dell'Orologio siano mai stati a Lourdes: io ci sono stata tre volte, circa 25 anni fa, da pellegrina e da guida di gruppo. Difficile non ridere di fronte alle miserie umane dei personaggi che Maria incontra, perché davvero sono caratteristiche rilevabili fra i partecipanti a quella drammaturgia fra il sacro e il profano che si svolge intorno alla Grotta di Massabielle.

Da credente, quale ero, ho provato a volte la stessa irritazione, ma anche la stessa pena, malcelata, di Maria verso persone che spesso non avevano mai visto altro che il proprio paese. Lourdes era quindi per loro un pellegrinaggio, ma anche un’occasione mondana, un viaggio in una realtà diversa dal quotidiano triste e greve. Anche io sono stata nelle piscine, con lo stesso scetticismo e paura che prova Maria. E alla fine mi sono immersa in un mistero che non si può narrare.


Questo è il punto dove avviene lo scarto nella narrazione di Maria e nello spettacolo, dove l’uomo non può più spiegare, ma si deve arrendere a un mistero superiore, che lo accoglie e lo consola. E la resa di Maria, simile a una conversione, è perfettamente plausibile seguendo tutta l’evoluzione del racconto.




giovedì 17 marzo 2016

" Sherlock Holmes e il mastino dei Baskerville " e di come un classico possa diventare moderno.





Lo spettacolo in scena al Teatro Stabile del Giallo è tratto da una delle opere più famose di Arthur Conan Doyle. La trama è nota: sir Charles Baskerville viene trovato morto. James Mortimer, il suo medico personale, teme che responsabile della morte sia un'orribile creatura, un mastino enorme che si aggira nella brughiera. La leggenda narra infatti che gli eredi della famiglia Baskerville siano oggetto di una maledizione, che li destina a una morte violenta. Per proteggere Henry, l'ultimo dei Baskerville tornato in Inghilterra per entrare in possesso dell'eredità dello zio Charles, il dottor Mortimer chiede aiuto a Sherlock Holmes.

L’inizio della pièce è fulminante nel suo dinamismo: il dualismo Sherlock Holmes/Watson è abilmente caratterizzato, segno di recenti suggestioni cinematografiche ben metabolizzate dalla regista Anna Masullo. Mentre Sherlock Holmes ragiona ad alta voce sugli effetti della cocaina, e ne dà una dimostrazione pratica piroettando a torso nudo sul palco, Watson lo aiuta a ragionare e a calmarsi. 

A questo punto entra in scena il dottor Mortimer, che inizia a leggere la lettera che spiega la leggenda del mastino dei Baskerville. Ho trovato molto suggestiva l’idea di narrare la leggenda attraverso un video, anziché farla raccontare, e questo artificio drammaturgico avvolge gli spettatori nell’atmosfera noir, quasi gotica del racconto. Altra scelta intensa e originale è il cambio scena successivo, quando Holmes, che rimane a Londra, resta solo sul palcoscenico e suona il violino: dietro di lui si intravedono le sagome dei quattro personaggi che incontreremo nella dimora dei Baskerville,  mentre seguono “fisicamente” la partitura musicale. 

La scenografia essenziale non cambia dalla casa londinese di Holmes alla dimora nella brughiera, salvo i quattro ritratti di altrettanti membri dei Baskerville, quadri che scendono dall’alto resi inquietanti dalla luce che ne illumina il volto. Notevole la scelta di utilizzare di nuovo la tenda/porta, dove si era visto scorrere il video della leggenda, per illuminare la scena con un camino, come per rendere in modo psichedelico la visione dell’incubo che sogna Watson. 

Il mastino non si vede mai, ma la sua presenza inquietante e quasi sovrannaturale è ben chiara a tutti gli spettatori: il suo ululato più volte terrorizza e pietrifica i presenti in sala. Da notare che fra gli spettatori, domenica scorsa, c’erano una cinquantina di ragazzini della adiacente scuola media, tutti attenti e con il fiato sospeso fino alla fine.

Non aggiungo altro, perché sempre di un giallo si tratta, se non che le musiche originali di Carlo Venezia sono azzeccate, bellissimi i costumi d’epoca di Francesca Mescolini. Complimenti soprattutto ad Anna Masullo, al suo esordio come regista: ha vivacizzato e modernizzato uno fra i testi più classici fra i classici del giallo. Bravi tutti gli attori, da parte mia ho particolarmente apprezzato Alessandro Parise, uno Sherlock Holmes energico e magnetico nelle capriole sul palco come nelle apparizioni a sorpresa, Mauro Racanati, un Watson misurato e in sintonia con il co-protagonista, e Andrea Ruggieri nel ruolo dell’elegante e scettico dottor Mortimer. 





domenica 21 febbraio 2016

" Cock " o dell'impossibilità di uscire dagli schemi.







“ Cock ”, visto al Teatro dell'Orologio il mese scorso e ora in scena al Teatro Franco Parenti a Milano, è un testo pluripremiato del giovane drammaturgo inglese Mike Bartlett. L’autore mette in scena il dramma di una coppia omosessuale quando uno dei due uomini si innamora di una donna. John, l’unico dei personaggi ad avere un nome, il suo compagno è solo M (Man) e la donna W (Woman), si trova coinvolto in qualcosa di più importante di un’avventura di una notte, e non sa decidersi fra M e W.

I tre personaggi si ritrovano quindi a casa di M, dove giunge anche il padre di M, che “tifa” per il figlio e la coppia collaudata da anni. E il termine tifo è quanto mai adatto perché assistiamo a un incontro di boxe verbale, senza esclusioni di colpi e battute crude e crudeli: il palcoscenico è un ring dove non esistono altri elementi di scenografia. I personaggi compiono percorsi geometricamente rigidi all’interno del ring, e i cambi di scena sono scanditi da un colpo di gong.

John, l’anello debole nel triangolo fra M e W, pare essere l’eterno adolescente che non sa operare una scelta: gli altri hanno sempre scelto per lui, dai vestiti al suo ruolo nella società. Anche il suo outing al college sembra il frutto di una ricerca di identità all’interno di un gruppo, piuttosto che di una matura consapevolezza. Forse per questo motivo è nata l’attrazione di John per W, non tanto per la ricerca di una vita più semplice o più banale, ma perché la donna, reduce da un matrimonio fallito, lo accetta così come lui è.

Ma la scelta fra un passato da omosessuale e un futuro, del tutto ignoto, da eterosessuale non è così facile. Il padre di M incarna questa difficoltà: l’uomo, vedovo, è convinto che suo figlio e John abbiano compiuto una scelta di identità sessuale, prima di diventare una coppia, dalla quale non si può “evadere”. Il regista Silvio Peroni vuole forse suggerirci che per John è troppo difficile ammettere di amare, in modo diverso ma ugualmente intenso, un uomo e una donna. La schematicità dei ruoli etero e omosessuale nella nostra società viene disegnata dai passi che i personaggi compiono dentro il “ring”, ciascuno chiuso in corridoi e stanze dai muri invisibili, senza la possibilità di un vero incontro.

Alla fine John, per paura del futuro incognito impersonato da W, rimane con M. W, delusa e amareggiata, se ne va dall’appartamento. Il padre di M, tranquillizzato dalla non scelta di John, va a dormire nella camera degli ospiti.

Ci si aspetta però che John, dopo lo scontro verbale e i duri rimproveri mossi a M, chieda almeno al compagno un relazione più matura e paritaria. Ma la pièce termina con gli “ordini” impartiti da M a John per riordinare il terrazzo. John incassa e pare eseguire le istruzioni, lasciando poche speranze in questo senso allo spettatore.

Una buona prova per tutti gli attori: da Sara Putignano, che porta scompiglio nella coppia, a Jacopo Venturiero, il broker che perde tutte le sue sicurezze quando viene abbandonato dal compagno, a Enrico di Troia, il padre che mette la stabilità sentimentale del figlio sopra tutti. In particolare è difficile non provare empatia per John, il personaggio più debole emotivamente, interpretato con pathos, senza cadere mai nel patetico, dal sempre più bravo  Fabrizio Falco.






sabato 30 gennaio 2016

" Il Ballo " di Irène Némirovsky, raccontato e interpretato da Sonia Bergamasco.






Lo spettacolo, in scena al Teatro Vascello, è liberamente ispirato al racconto omonimo di Irène Némirovsky, ed è ideato e interpretato da Sonia Bergamasco. 

L’attrice/autrice è riuscita non solo a mantenere la scarna e realistica crudeltà del racconto, ma anche a interpretare con bravura e verosimiglianza tutti i personaggi del racconto stesso: Antoinette, la giovanissima protagonista, la madre Rosine, il padre Alfred, la governante inglese Miss Betty e l’insegnante di pianoforte, la cugina povera Isabelle. Una prova di grande talento istrionico, dove ogni personaggio viene riconosciuto dal pubblico grazie a un cambiamento di timbro espressivo della voce e di mimica facciale. 

Mentre gli spettatori prendono posto a teatro, l’attrice è già in scena, sdraiata in penombra su una dormeuse, corpo e viso coperti da un cellophane leggero e bianco, come la tuta elegante di raso che indossa scalza per tutto lo spettacolo.  

La scena, di Barbara Petrecca, è costruita attorno alla dormeuse e a due specchi appoggiati a terra, di cui uno rappresenta la Senna, dove Antoinette compirà la sua vendetta. Tutto attorno una serie di specchi di varie forme, sempre coperti da cellophane. Lenzuoli leggeri che verranno man mano tolti dall’attrice, a simboleggiare un progressivo disvelamento della verità.

Una tragedia che viene ritmata solo dagli inquietanti rintocchi di un carillon e di un metronomo, a cadenzare le ore che passano senza veder arrivare alcun invitato. Solo alcune note di un valzer e di un charleston a ricordare che ad Antoinette i balli, e la festa intera, sono stati proibiti.

La catarsi dello spettacolo è il riavvicinamento fra madre e figlia, apparentemente uno squarcio di sincerità e di affetto fra le due, mentre Antoinette non racconta alla madre di essere lei l’artefice della disfatta. La giovane si lascia abbracciare dalle madre, mentre gode della terribile vendetta. Antoinette ha perso ormai l’innocenza ed è entrata con prepotenza nella vita adulta.

Uno spettacolo che consiglio a chi, come la sottoscritta, ha amato il racconto di Irène Némirovsky, ma anche a coloro che non l’hanno letto; a tutte le madri e le figlie, che potranno riconoscersi, qua e là, sia nella melanconica Antoinette sia nella gretta Rosine.





giovedì 2 luglio 2015

" L' Esposizione Universale" al Teatro India e le premonizioni di Luigi Squarzina .







Il mese scorso è andato in scena al Teatro India un testo inedito di Luigi Squarzina, scritto nel 1946, "L'esposizione Universale". Il titolo dell'opera si riferisce proprio a quell'Esposizione Universale, meglio conosciuta come E42, con la quale Mussolini avrebbe voluto celebrare il ventennale della marcia su Roma.

La prima rappresentazione teatrale del testo, dopo quasi settant'anni dalla scrittura (e censura), coincide non casualmente con l'evento EXPO 2015 a Milano. Esiste un filo conduttore che unisce il testo, lo spettacolo oggi e l'Esposizione di Milano?  
Da lombarda, che non ha ancora visitato l'EXPO, la prima assonanza che provo è con l'analoga speranza di creare una città nuova, abitazioni moderne, ricchezza, attrazione per i turisti stranieri, laddove ci sono periferia, abbandono, mancanza di risorse economiche. Mussolini prima della guerra all' EUR. Il Comune di Milano, il comitato organizzatore dell' Expo 2015, e tanti enti e investitori a vario titolo, nella zona di Rho-Pero. Questo per parlare solo degli aspetti positivi...

Il progetto di Mussolini non è stato portato a termine, come sappiamo, e infatti la pièce è ambientata nell'immediato dopoguerra, presso il cantiere dell' E42, dove sono accampati promiscuamente sfollati romani, che hanno perso la casa sotto i bombardamenti, come pure immigrati da varie parti d'Italia. Ed ecco il secondo nodo che lega all'oggi il testo di Luigi Squarzina: immigrati italiani, sul palcoscenico del Teatro India, senza lavoro, senza casa, che si arrabattano con mille mezzi, più o meno legali, per riuscire a sopravvivere. 
Nella realtà odierna migranti stranieri, sopravvissuti anche loro a guerre e persecuzioni come gli sfollati dell' E42, che cercano di arrivare in Italia nella speranza di una nuova vita. E come sui barconi troviamo l'umanità più varia, anche sul palcoscenico del Teatro India gli sfollati sono assai diversi fra loro.

C'è la vedova disperata con due figlie, una gravemente malata; la coppia di innamorati; il fotografo che non ha più pellicola per poter lavorare; l'idealista testa calda, che però si lascerà corrompere; il poliziotto ambiguo e viscido; e molti ancora. Due personaggi sugli altri, a rappresentare l'Italia che stava cambiando, il professore ex-fascista che ha perso un figlio durante la guerra, interpretato da Luciano Virgilio. E lo scrittore fallito, anche lui ex-fascista ma già riciclatosi, che vuole speculare su quell'area, attirando investitori stranieri che vogliono costruire alberghi di lusso. Per questo corrompe il giovane idealista affinché convinca i profughi (sempre italiani, ricordatelo) che è necessario lo sgombero. Lo scrittore, emblema di un' Italietta sempre pronta a salire sul carro del vincitore, è magistralmente interpretato da Stefano Santospago, che appare in scena, in mezzo agli sfollati vestiti quasi di stracci, in completo di lino bianco, accompagnato dalla figliastra, di cui sperpera il patrimonio in quanto tutore.

Squarzina, e con lui il regista Piero Maccarinelli, non lasciano vincere facilmente lo scrittore-speculatore: gli abitanti di E42 si rivoltano contro la polizia, animati dal giovane corrotto ma poi rinsavito. Ma alla fine gli sfollati si dovranno incamminare verso un vero e proprio campo profughi, il Campo Parioli (verrebbe da sorridere, se non fosse che questo campo, poi bidonville, è esistito davvero fino al 1958, quando si è cominciato a costruire il Villaggio Olimpico).

La scenografia povera, formata da letti e tavoli grezzi, rende bene l'ambiente in cui potevano vivere gli sfollati. Sullo sfondo dei grandi schermi, dove scorrono le immagini dell' Eur "incompleto". Bravissimi tutti gli altri attori giovani, allievi della "Silvio d'Amico" e del Centro Sperimentale di Cinematografia.

Uno spettacolo che meritava di essere finalmente scoperto, e non solo perché del grande Squarzina, ma per i tanti spunti di riflessione che offre allo spettatore italiano.

Mi auguro che venga riproposto nella prossima stagione, possibilmente al Teatro Argentina, dove le due ore e mezza senza intervallo saranno più "godibili" rispetto al Teatro India. Anche la spettatrice curiosa e appassionata rischia un crollo fisico, a causa delle poltroncine incollate le une alle altre e scomodissime, dove non è possibile né appoggiare i piedi a terra, né spostare un braccio. Per non parlare della mancanza di aria condizionata e dell'esterno in semi abbandono. Buona l'idea di allestire un aperitivo gratuito nel foyer, ma non basta per colmare queste carenze davvero essenziali. 

Speriamo che il direttore del Teatro di Roma Antonio Calbi, o chi per lui, ci metta mano prima dell'inizio della prossima stagione.




domenica 7 giugno 2015

" Der Park" ovvero le ragioni del fallimento della società contemporanea secondo Peter Stein....




"Der Park" ( Il Parco), scritto nel 1983 da Botho Strauss per essere messo in scena da Peter Stein, è tornato dopo trent'anni sul palcoscenico, dopo tanti altri tentativi mai andati in porto. 

Strauss si è ispirato al "Sogno di una notte di mezza estate" di Shakespeare, laddove del bosco delle fate rimane solo un groviglio di cespugli secchi e spinosi. 

Oberon e Titania, trasposti dalla commedia del Bardo, continuano a litigare per il giovane servo, ma hanno anche l'importante compito di risvegliare nei passanti del parco metropolitano (Berlino '83? Roma 2015?) una passione erotica irrimediabilmente persa. Il folletto sbadato Puck viene trasformato in un artista gay, Cypriano, che crea e vende feticci sessuali, utili a scombussolare le relazioni coniugali fra le coppie, come quelle di Georg ed Helen, Wolf ed Herma, versione borghese dei giovani innamorati del Sogno shakespeariano.

Anche nella pièce di Strauss, Titania subisce un incantesimo: poiché non riesce a frenare il suo desiderio sessuale, finisce per innamorarsi, non di un asino come nel Sogno, bensì di un toro. Nella messinscena di Peter Stein, Titania utilizza il posticcio di una mucca per poter essere "montata" dal toro, come nel mito greco di Pasifae, per partorire infine il Minotauro.

C'era tutto questo e c'era molto altro ancora nello spettacolo di Peter Stein, della durata di circa 5 ore (con 3 intervalli di dieci minuti scarsi ciascuno), andato in scena per tutto il mese di maggio al Teatro Argentina.

Il regista ha trasformato il Sogno shakesperiano in una crudele previsione sulla società contemporanea, dove i rapporti umani sono regolati solo dalle convenzioni e dagli interessi economici. Uomini e donne convivono senza condividere alcuna convinzione etica o politica, pronti a lasciarsi o a scambiarsi grazie a qualche feticcio sessuale, creato da un artista che ha abdicato al suo ruolo per avere soldi e potere.

Nei ruoli principali spiccano le superbe interpretazioni di Paolo Graziosi e Maddalena Crippa, moglie di Peter Stein. Graziosi, visto solo poche settimane fa nel dramma "Il ritorno a casa" di Pinter, è ambiguamente straordinario nell'impersonare un Oberon sconfitto, che non riesce a risvegliare gli istinti erotici degli umani, a conquistare per sé il giovane servo nero, e nemmeno a fermare l'inesauribile desiderio sessuale di Titania. Finisce così per incarnarsi in un borghese qualunque, un pochino rimbambito e preso in giro dai conoscenti, seduti ai tavolini da night club posti sotto il palcoscenico, davanti al pubblico.

Maddalena Crippa, straordinaria Titania dall'inesauribile passione erotica, non riesce a sedurre nessuno dei tre giovani, pur mostrandosi nuda, e deve fingersi mucca, con un artificio, per essere concupita dal toro. Anche lei, alla fine, si trasforma in una signora borghese, nell'ultima parte dello spettacolo, quando il figlio Minotauro organizza una festa per il venticinquesimo del suo matrimonio, disertata da quasi tutti gli invitati. 

Di tutto il rutilante, fantastico, avvincente, caotico, sorprendente spettacolo, con scenografie ricercate che si chiudono e si aprono verticalmente quasi a inghiottire magicamente lo spettatore, giovani punk, costumi bellissimi, evocazione di epoche distanti eppure ancora presenti in noi, alternanza di linguaggio aulico, borghese e proletario, forse proprio l'ultima parte è il punto zoppicante (e non per via degli zoccoli taurini del Minotauro). Quel lungo, troppo lungo e spesso incomprensibile monologo del Minotauro di fronte alla madre Titania, a me, e non solo a me, è parso barocco, inutile se non fuorviante. 

Uno spettacolo che è stato comunque energico, contraddittorio, a volte urticante, ma sempre volto a scuotere lo spettatore, il cittadino, l'uomo contemporaneo, che ha smesso di credere nel potere dell'amore, del'impulso erotico (nel senso alto del termine) e dell'arte. 

Sarà per questo motivo che la nostra società occidentale è alla deriva? Botho Strauss e Peter Stein, nel 1983 come oggigiorno, sembrano suggerirci una risposta in tal senso. 


martedì 7 aprile 2015

" Il ritorno a casa ", ovvero lo scandalo ancora attuale di Pinter .





Dopo circa tre ore di spettacolo al Teatro Vascello, la spettatrice attenta non si stupisce che "Il ritorno a casa" di Harold Pinter abbia scandalizzato alla sua prima rappresentazione, cinquant'anni fa. Ma oggi rimane solo l'eco di quello scandalo o, a distanza di alcuni giorni, il testo di Pinter ha scavato nel conscio (e nell'inconscio) della stessa spettatrice? 

Il regista Peter Stein ha mantenuto l'ambientazione della pièce: scenografie, costumi e oggettica in scena sono gli stessi logori e stantii del proletariato inglese inizio anni '60. Una famiglia che ha cercato disperatamente di diventare piccolo-borghese, ma a nulla sono serviti gli sforzi del padre-patriarca Max (uno straordinario Paolo Graziosi), macellaio per tutta la vita.

La famiglia di Pinter, tutta al maschile, si barcamena fra i servizi di Sam, fratello di Max, autista di limousine; gli sforzi da facchino e da pugile del figlio idiota Joey; e le pretenziosità di atteggiamento e abbigliamento dell'altro figlio Lenny, all'apparenza nullafacente, in realtà sfruttatore di prostitute. Quattro uomini che convivono in equilibrio precario, grazie al disprezzo reciproco e all'odio condiviso verso le donne (tutte puttane).

A sconvolgere quest'apparente equilibrio arriva il figlio maggiore Teddy, con la moglie Ruth. Teddy è riuscito a sfuggire ai tentacoli famigliari: si è laureato in filosofia e ora insegna, con successo, negli Stati Uniti; ha una moglie, due figli maschi, una villa con piscina. La coppia arriva di notte, nella casa paterna, senza avvertire nessuno. L'inaspettato ritorno a casa, dopo anni, di Teddy, ma ancor più l'ingresso in scena della moglie Ruth, innesca varie sequenze di svelamenti, sfide, minacce, e terribili insulti verso la donna. Tutto sembra preannunciare un esito drammatico. 

I crimini peggiori avvengono nelle famiglie, pensava Harold Pinter. Ruth, come tutte le altre donne, compresa la moglie defunta del patriarca Max, è una puttana. E una puttana è adatta solo a soddisfare tutti gli istinti repressi dei cognati, a tenere in ordine la casa, a cucinare, anzi dovrà contribuire al suo mantenimento prostituendosi, come le altre donne al servizio di Lenny. 

E il marito Teddy? Torna a casa, dai suoi figli e dalle sue lezioni al College. Quello che accade alla moglie Ruth è inevitabile: una prostituta come moglie vale quanto una prostituta per mestiere, che sia per strada o in casa della sua famiglia. Lui ha i suoi alti concetti filosofici a cui badare.

Ma Ruth, da vittima sacrificale della famiglia, comincia a dettare regole a Max, Lenny e Joey: sugli orari, sull'appartamento nel quale si dovrà prostituire, sulla cameriera che esige al suo servizio. Ecco che si fa strada, in modo imprevedibile e crudele, la teoria di Peter Stein: quando la donna comincia a dominare, perde le sue caratteristiche femminili. 

Così Ruth arriva, con un guizzo, a sedersi sulla poltrona, fino allora intoccabile, del padre-padrone Max. Inginocchiati attorno a lei, Max, Joey e Lenny, comprendono troppo tardi di aver messo le loro vite nelle mani di una donna (ancorché puttana). 

Il silenzio sospeso degli spettatori giovani e la malcelata condivisione del pubblico più adulto, mostrano che il dramma di Pinter, pur riprodotto senza alcun ammodernamento, è caustico e sferzante come negli anni Sessanta. Merito di Peter Stein, ma anche di una compagnia di attori affiatati e convincenti nel mostrare le quotidiane perversioni della famiglia tradizionale. Sopra tutti, oltre al già menzionato Paolo Graziosi (la parte di Max sembra scritta addosso a lui), Alessandro Averone, nel ruolo di Lenny: bravissimo nella sua inquietante e ambigua perversità. Straordinaria nello sconvolgere i piani (e gli spettatori) Arianna Scommegna, premiata come migliore attrice italiana agli UBU 2014 proprio per questa parte. 



venerdì 9 gennaio 2015

"La tela del ragno" ovvero un giallo brillante...







In questi ultimi giorni si fatica è davvero difficile trovare spunti per sorridere e meno ancora per ridere.
La spettatrice attenta, che in genere predilige gli spettacoli seriosi, magari anche un pochino "noiosi", stavolta consiglia "La tela del ragno" di Agatha Christie, in scena fino a domenica al Teatro Vittoria.

Un giallo di Agatha Christie, quindi un classico, eppure nello stesso tempo diverso da altre opere della scrittrice, perché non solo si sorride alle battute sempre ironiche, ma addirittura si ride per quasi tutta la durata dello spettacolo.

Nell'ottima traduzione di Edoardo Erba, con la regia di Stefano Messina, i personaggi entrano ed escono dalle porte nel salotto dove è avvenuto l'omicidio (che sempre di giallo si tratta), con tempi perfetti anche nelle battute, e il pubblico apprezza molto.
La suspense non viene meno, nonostante l'apparenza di commedia brillante, e il colpevole, almeno per la spettatrice attenta, rimane avvolto nel mistero fin quasi alla fine della pièce.

Gli attori della compagnia tutti bravissimi, a parte qualche "sbavatura" qua e là nelle battute (ma la spettatrice attenta ha assistito a una delle primissime repliche).
Menzione speciale per Viviana Toniolo, una giardiniera dal passato "equivoco", e per Kataklò, il primo cane attore mai visto sul palcoscenico: senz'altro più bravo di tanti attori umani.

Uno spettacolo ben fatto, ironico, spumeggiante ma mai volgare, che consente di dimenticare per un paio d'ore tutto il mondo fuori, e di uscire da teatro con il sorriso sulle labbra. E non è poco. 





mercoledì 31 dicembre 2014

" Natale in casa Cupiello"... senza Eduardo.






Eccomi, buona ultima, con le mie impressioni sullo spettacolo diretto da Antonio Latella al Teatro Argentina. Nel frattempo sono uscite molte recensioni, alcune negative altre entusiastiche, ma io ancora aspettavo che la visione dello spettacolo si “sedimentasse” in me, per essere il più possibile obiettiva. L’altra sera ho casualmente rivisto in tv, per l’ennesima volta, lo spettacolo originale con Eduardo, Luca de Filippo, Pupella Maggio e Lina Sastri. A quel punto, non potevo più rinviare.

Prima di arrivare al Teatro Argentina ero a conoscenza che la versione di Latella sarebbe stata “rivoluzionaria”: mi era stato detto che il regista ama “provocare”. D’altro canto, non avendo mai visto uno spettacolo con la sua regia, ero nella condizione migliore per giudicare.

Primo atto: all’inizio lascia spiazzati la presentazione dei personaggi. Tutti in piedi, al limite del proscenio, vestiti di nero in varie fogge (anche due attori vestiti da donna), indossano una mascherina nera, di quelle che si utilizzano per dormire. Solo Luca (Francesco Manetti) ha una giacca bianca. Man mano che i personaggi iniziano a recitare, si levano la maschera. Fin qui la scelta del regista è quasi rigorosamente aderente al testo: gli attori declamano i dialoghi e anche le didascalie, mentre Luca pare scrivere nell’aria ogni singola parola con un’invisibile penna. Il pubblico è attento, incuriosito, chi sa le battute del testo a memoria aspetta di vedere se e quando gli attori si muoveranno sul palcoscenico. Alle loro spalle una enorme stella cometa luminosa: fin qui la magia di Eduardo è salva.

Secondo atto: cambio scena. La cometa scompare, una musica indiavolata, fra il Rocky Horror Picture Show e un concerto heavy metal invade e pervade il palcoscenico e gli attori, che si muovono come invasati, portandosi dietro enormi fantocci di animali, che rappresentano il pranzo di Natale, capponi, tacchini ecc, ma anche gli animali del presepio, cammello compreso. La spettatrice attenta si chiede: ma è lo stesso spettacolo di prima? Nel mezzo del sabba avanza Concetta (Monica Piseddu), la moglie di Luca, trascinando un carretto (questa immagine mi ha fatto subito pensare a Madre Coraggio di Brecht). Un carretto che in verità è una carrozza, o un cocchio funebre dorato, dalle pareti di vetro trasparente. Attorno al cocchio i vari personaggi si rincorrono, si confrontano, mentre Luca appare sempre più avulso dalla realtà che lo circonda e continua a scrivere le battute dei dialoghi all’interno delle pareti del cocchio. Alla fine Concetta rimane dentro il cocchio, sepolta sotto i fantocci animaleschi.

Terzo atto: nuovo cambiamento di scena e di registro (anzi, verrebbe da dire cambio di regista, data l’assoluta eterogeneità e mancanza di armonia fra i tre atti). Ad ogni modo, al centro della scena la mangiatoia del presepio, ma dentro non c’è il bambinello, bensì Lucariello, malato, incosciente, seminudo. Da un lato Concetta, con un abito a metà strada fra la dama del Seicento in lutto e la monaca. A sinistra, anche loro vestiti a lutto, i personaggi secondari (gli amici in visita) intonano una nenia funebre, forse un madrigale, mentre l’attore en travesti sembra il cantante dei Tazenda. L’angelo dell’annuncio scende dall’alto e altri non è che il portiere. Tommasino (Lino Musella) rimane assorto, seduto ai piedi della mangiatoia. Finalmente l’ultimo personaggio rimasto con la mascherina, fermo in un angolo del proscenio, si rivela: è il dottore, ovviamente. Reggendo un fantoccio a forma di scimmia ( non vedo, non parlo, non sento?) visita Lucariello, ma anziché recitare, canta le sue battute come in un minuetto. La spettatrice attenta comincia ad augurarsi la fine dello spettacolo, che si suppone imminente, perché in fondo al palcoscenico si apre il fondale, appaiono il bue e l’asinello (vivi, come si può capire dall’odore che arriva fino alla platea).

Ma ancora non è finita: mentre Concetta si sposta dietro la mangiatoia, come la Madonna della Pietà, Tommasino prende due secchi ripieni di foglie (d’alloro paiono alla spettatrice attenta), e con quelle foglie ricopre il padre, rimasto nudo nella mangiatoia. Da un altro secchio sparge della polvere accanto alla mangiatoia, che non è cenere ma mangime per attirare fino a lì il bue e l’asinello.

E mentre ci si aspetta che cali il sipario, ecco un altro colpo di scena/genio del regista: Tommasino prende un cuscino e soffoca il padre (che peraltro già era soffocato dalle foglie). Ma perché? Quale dovrebbe essere il significato simbolico di questo parricidio?

Applausi dalla maggioranza degli spettatori (gli attori sono in effetti tutti bravissimi), qualche fischio. La spettatrice attenta, ancora sconvolta dal parricidio, esce perplessa dall’Argentina. E’ lecito rivoluzionare un  testo ormai classico? Certo che sì, ma l’operazione deve avere un motivo di fondo, deve aggiungere altri significati (dove ce ne siano) e non cancellare quelli esistenti e ben conosciuti. Altrimenti rischia di evolversi in un esercizio anche divertente, ma fine a se stesso, un ennesimo "épater le bourgeois" del quale la spettatrice attenta non sentiva il bisogno. 

domenica 7 dicembre 2014

" Il Mercante di Venezia" .... orfano di Shylock.







Dopo aver portato in scena “Romeo e Giulietta” e “La tempesta”, Valerio Binasco con la sua compagnia “The Popular etc…” affronta un altro pezzo forte del Bardo “Il Mercante di Venezia”. Agli attori della compagnia questa volta si è aggiunto Silvio Orlando, proprio nel ruolo di Shylock.

Vi dico subito che tanto la rappresentazione  de “La Tempesta” la scorsa stagione, mi aveva positivamente stupito ed emozionato, tanto questa versione de “Il Mercante di Venezia” mi lascia soddisfatta a metà e con una serie di interrogativi. Il primo dei quali riguarda proprio la scelta di Silvio Orlando: un nome di richiamo per il cartellone del Teatro Argentina? (“La Tempesta” andò in scena al Teatro Vascello). O una scelta voluta per sottolineare l’estraneità dell’attore alla compagnia, così come Shylock era straniero a Venezia?
Complice la cadenza da Europa dell’Est con la quale  recita Silvio Orlando (ma non si capisce che lingua vorrebbe essere, non certo yiddish né polacco, forse rumeno, ma perché?), quello che ne risulta è lo straniamento totale del personaggio.

Gli attori della compagnia di Binasco sono anche stavolta brillanti e la commedia, a tratti, è anche molto divertente. La satira sui nobili ricchi (e meno ricchi) veneziani, colpisce invero il bersaglio. Bassanio è il giovane che vive al di sopra dei suoi pochi mezzi, grazie all’aiuto costante di Antonio che, da buon cattolico, presta i soldi a tutti senza chiedere interessi.
La figlia di Shylock detesta il padre, lo inganna e fugge con l’innamorato portandosi via tutti i gioielli, frutto dei prestiti ad usura del padre. Salvo poi tornare dopo pochi mesi a Venezia, avendo già scialacquato tutto il patrimonio rubato.
Porzia, la ricca patrizia di cui Bassanio è innamorato, pare sottomessa, suo malgrado, alle ultime volontà del padre morto, pronta a sposare il “povero ma bello”, se solo potesse. Seguendo l’autore, si riscatta travestendosi da uomo, per salvare Antonio dal pagare la penale del prestito a Shylock. E qui l’astuzia femminile sovrasta quella di Shylock, che così non può vendicarsi su Antonio e perde di fatto tutte le sue proprietà.

Fin qui non c’è nulla di discordante o innovativo rispetto al testo originale, ma, appunto, da Valerio Binasco era lecito aspettarsi altro. E’ vero che vediamo in Antonio e Bassanio non solo l’odio verso Shylock in quanto ebreo e usuraio, ma anche il rifiuto quasi xenofobo di tutti gli stranieri, ma questo aspetto forse meritava un approfondimento o maggiore enfasi.

E Silvio Orlando, nel celeberrimo monologo, non riesce a farci sentire “tutti uguali”, tutti esseri umani che soffrono nello stesso modo. Certo Silvio Orlando non è Al Pacino, ma durante lo spettacolo sembra che lui stesso sia poco convinto della parte affidatagli. O forse il regista non ha scelto bene l’attore protagonista, che infatti protagonista non diventa né durante il monologo né durante il processo ad Antonio. Troppo dimesso, quando chiede la libbra di carne di Antonio, per provocare disprezzo e orrore in noi. Troppo umiliato e vinto, quando perde tutte le sue ricchezze,  per farci provare compassione. Forse solo per un attimo lo spettatore prova empatia con lui: quanto lo si costringe a baciare il crocifisso.

Per il resto la colonna sonora è azzeccata, la scenografia, come sempre, ridotta all’essenziale ma efficace, i costumi sono ben scelti, dal pop anni 60 di Porzia e Nerissa (una sempre bravissima Merigliani)  fino all’eleganza misurata dei personaggi maschili. Solo Shylock rimane in scena, fin quasi alla fine,  con un impermeabile grigio, a marcare una diversità che non suscita, comunque, nello spettatore quella immedesimazione che Shakespeare avrebbe voluto.
Peccato. Con un’opera così attuale e piena di spunti di riflessione, Valerio Binasco avrebbe dovuto osare di più.