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mercoledì 16 marzo 2022

INTERVISTA CON CLARE MACKINTOSH, AUTRICE DI " HOSTAGE " .

 




1. Perché ha scritto un thriller riguardo un dirottamento aereo?

Gli aeroplani sono uno dei pochi posti oggigiorno dove siamo tagliati fuori dal mondo, e questo rende l’aereo il luogo perfetto per un thriller in una camera chiusa. Scrivendo di un dirottamento potevo presentare il mio personaggio principale con un dilemma morale: salvare i passeggeri o salvare la sua famiglia?

 

2. Lei è una persona che vola spesso oppure odia volare?

Prima della pandemia volavo molto per lavoro, per visitare festival letterari nel mondo. Amo tutto ciò che riguarda il volo aereo, dal girare nell’aeroporto ai pasti serviti sull’aereo! Guardo sempre i miei compagni viaggiatori e mi chiedo perché sono su quel volo e chi andranno a incontrare.


3. Che cosa pensa delle politiche sull’ambiente delle nazioni europee?

Amo andare in Scandinavia, dove si impegnano fortemente per proteggere l’ambiente. E’ stata una bella cosa vedere l’Italia in partnership con il Regno Unito durante la Conferenza per il Cambiamento Climatico l’anno scorso, per impegnarsi a ridurre le emissioni e ad agire sul clima.


4. Come è riuscita a immaginare i pensieri dei terroristi?

Sono stata una poliziotta per molti anni ed ero sempre affascinata da cosa spinge la gente a compiere un crimine. Sono fermamente convinta che noi tutti abbiamo il potenziale per fare cose terribili, se ci troviamo nelle condizioni giuste, e volevo esplorare questo fatto nel mio libro. I gruppi estremisti manipolano i membri potenziali identificandoli e sfruttando le loro debolezze.


5. Ha una soluzione personale per il problema dell’impatto ambientale?

Se fosse così semplice! Penso che tutti noi abbiamo la responsabilità di vivere in modo più sostenibile, e questo vuol dire ridurre i viaggi quando possiamo. Il lavoro a distanza durante la pandemia ci ha mostrato che non abbiamo bisogno di stare nella stessa stanza per lavorare insieme.


6. La procedura per l’adozione nel Regno Unito è simile a quella italiana: il bambino vive in una famiglia affidataria per alcuni mesi o addirittura anni, e poi lui/lei va a vivere nella famiglia adottiva. Non pensa che questo sistema può causare problemi affettivi ai bambini, come accade a Sophia?

Nel caso di Sophia non è stato il sistema che ha causato problemi affettivi, ma i pochi mesi che ha passato con la madre biologica, che non si interessava dei suoi problemi fisici ed emozionali. Il trauma sperimentato da un neonato che non è stato curato o è stato abusato non può essere sottostimato, e ci può volere una vita per uscirne. Ho molto rispetto per i genitori affidatari o adottivi, e per il personale che lavora con loro.


7. La relazione tra Adam e Mina manca di dialogo, e questo causa dei problemi fra di loro, Lei è d’accordo?

Assolutamente. Se Adam e Mina avessero parlato a fondo delle loro rispettive problematiche, avrebbero evitato molti problemi. Ma allora non ci sarebbe stato il libro…


8. Ha mai incontrato bambini così intelligenti come Sophia? Forse i suoi figli?

Ho incontrato molti bambini super- intelligenti. Sono particolarmente interessata ai bambini neuroatipici, che spesso vedono il mondo in un modo assai diverso dalle persone neurotipiche. Mia figlia è autistica e io imparo da lei continuamente.


9. Che cosa avrebbe fatto se fosse stata Mina su quell’aereo?

 Avrei salvato il mio bambino, non c’è dubbio.


10. Lei sta già scrivendo un nuovo romanzo e quale sarà il soggetto?

Io sto sempre scrivendo un nuovo romanzo! Quest’estate uscirà nel Regno Unito un libro intitolato “L’ultimo party”, che è il primo di una nuovissima serie di gialli, e ora sto scrivendo il secondo della serie. E’ ambientato nel nord del Galles, dove io vivo, ed ha come protagonista una brillante detective che si chiama Ffion Morgan. 


Ringrazio Clare Mackintosh per la disponibilità e SEM editore per la collaborazione.


Intervista svolta in lingua inglese dalla sottoscritta e successivamente tradotta in italiano sempre da me.







giovedì 27 agosto 2020

" Il mio interesse per i casi insoluti: intervista a Massimo Lugli per MilanoNera. "

 

1. Il prossimo mese di agosto ricorre il trentesimo anno dal delitto di Via Poma. C’è qualche altro motivo per il quale tu e Antonio Del Greco avete deciso di scrivere questo giallo?

Il trentesimo anniversario dell’omicidio di via Poma è stata l’occasione per realizzare un progetto che ci era venuto in mente mentre scrivevamo “Città a mano armata”. Il libro era una sorta di viaggio attraverso una serie di casi eclatanti che avevamo seguito, Antonio come investigatore, io come cronista, su binari paralleli. L’omicidio di Simonetta era uno di quelli che hanno fatto più scalpore e, come per il “Canaro della Magliana” o “Quelli cattivi”, abbiamo pensato di trasformarlo in un romanzo.

2. Secondo te, se non ci fossero stati casi di omertà e depistaggi all’epoca, si sarebbe potuto scoprire il vero colpevole?

Non credo che i depistaggi o le ingerenze abbiamo seriamente compromesso l’inchiesta. Per la maggior parte sono state solo perdite di tempo come avviene spesso in queste circostanze. L’indagine è fallita per una serie di altri motivi tra cui, probabilmente, il ruolo di Pietrino Vanacore, mai chiarito del tutto.

3. Qual è l’elemento che, a tuo parere, ha colpito di più l’immaginario degli italiani, che per tanti anni hanno seguito l’evoluzione delle indagini?

Sicuramente a rendere il caso più clamoroso è stata proprio la vittima, Simonetta: una ragazza giovane, bella, riservata e dalla vita assolutamente priva di ombre. La personalità dell’uccisa, la brutalità dell’omicidio e il fatto che sia avvenuto in un ambiente chiuso hanno suscitato una grande emozione corale e attirato l’interesse dei media. Se ci si fa caso, quasi tutte le grandi storie di cronaca nera sono quelle in cui la vittima è una donna

4. Nel libro c’è un episodio, piuttosto divertente, nel quale il vicequestore Elleni si “libera” di una falsa prova. Erano davvero così “improvvisate” le perquisizioni nei casi di omicidio in quell’epoca?

Teniamo conto che siamo nel primo anno dell’introduzione del nuovo codice di procedura penale. Gli investigatori giocano con regole completamente nuove: la polizia giudiziaria, che in precedenza dirigeva le indagini, viene in qualche modo assoggettata al ruolo del Pm, che diventa titolare dell’inchiesta. Tutto era piuttosto confuso e spesso polizia e carabinieri ricorrevano a metodi usati con disinvoltura fino a pochi mesi prima.

5. “Il giallo di via Poma” evidenzia, come nei tuoi libri precedenti, la collaborazione fra la stampa, con il cronista di nera di Repubblica Marco Scalesi, e la polizia, nella persona del vicequestore Tommaso Elleni. Chi è che ci ha guadagnato di più da questa collaborazione nel frangente dell’omicidio di via Poma?

Il rapporto cronisti-investigatori è centrale in tutti i nostri libri. Era una collaborazione basata sul vantaggio reciproco ma anche su amicizia e stima che si creavano negli anni. Noi giornalisti cercavamo notizie fresche e attendibili, gli inquirenti supporto e visibilità. Una sorta di “do ut des”. Ma il rispetto dei reciproci ruoli e la professionalità nel gestirli erano, a mio parere, più solidi rispetto a quello che avviene oggi. Io e Antonio, in questo, siamo due veterani un po’ nostalgici.

6. Capita spesso che personaggi importanti facciano pesare la loro ostilità quando si cerca di indagare o intervistare i loro parenti?

No, questo avviene piuttosto raramente e di solito senza reali conseguenze. Nel nostro sistema penale, soprattutto a Roma, è molto difficile influenzare e depistare un’indagine, soprattutto per omicidio. C’è stato qualche caso sporadico ma non è certo la regola. Chiaramente una famiglia agiata e potente può mettere in campo una difesa più agguerrita con penalisti di grido ma questo fa parte del gioco.

7. Questo libro è scritto da due autori e la vostra è una collaborazione che dura da parecchio tempo: come riuscite a farla funzionare al meglio?

Il segreto è questo: Antonio e io ci divertiamo da matti. Scrivere insieme è una gioia e una scoperta: ci incontriamo, parliamo, ci telefoniamo diverse volte al giorno manco fossimo fidanzati… Nelle scelte creative, nello stile, nei tempi e nella scansione dei romanzi siamo in perfetta sintonia. Io personalmente ho scritto a quattro mani solo “Lo chiamarono Gladiatore” con Andrea Frediani ma in realtà ognuno di noi ha redatto una parte diversa del testo, quindi non è stata una vera e propria collaborazione. Personalmente mi considero un autore individualista. 

8. I casi di cronaca nera insoluta danno la possibilità a te come autore di scriverne, utilizzando anche la fantasia, come nel romanzo “Il giallo Pasolini”. Ma come giornalista non ti sei mai sentito sconfitto o deluso per non aver potuto mettere la parola “fine” a un caso di cronaca nera? E se sì, in quale o quali casi?

Parecchi casi insoluti mi hanno fatto riflettere per anni. Il più atroce fu l’omicidio di Ida Pischedda, negli anni 70: la ragazza, incinta, fu mutilata e straziata. Il fidanzato e sua madre vennero coinvolti, processati e infine assolti: caso mai risolto. Ma anche il giallo di Pier Paolo Pasolini e alcuni aspetti del delitto di Balsorano (l’assassinio di Cristina Capoccitti, 5 anni, per cui venne condannato lo zio Michele Perruzza) mi sono rimasti indelebilmente nella memoria. Detto questo, in tanti anni di cronaca nera si acquisisce, inevitabilmente, una sorta di impermeabilizzazione alle emozioni, altrimenti non si potrebbe andare avanti nel lavoro. Succede sia ai cronisti sia ai poliziotti.

9. Nel libro c’è un personaggio, di cui non parlo per non fare spoiler, che accusa Marco Scalesi di non aver dato, sul giornale, il giusto spazio alla sua assoluzione. Pensi mai al potere che avete voi giornalisti quando decidete di dare un notizia piuttosto che un’altra, e con maggiore o minore risalto?

Ebbene sì, ci penso spessissimo. Una notizia di due colonne sul giornale può rovinare una vita e spesso chi viene stritolato dai media non ha possibilità di rifarsi. Anche Antonio ne sa qualcosa visto che venne accusato, a torto, di complicità con la Banda della Magliana e poi completamente scagionato. Ho cercato di tener presente questo aspetto durante tutta la mia vita professionale.

10. Nei prossimi mesi è prevista l’uscita di un altro tuo libro: di cosa tratterà e sarai l’unico autore? 

Sì, dovrebbe chiamarsi “L’Avvoltoio” (il titolo provvisorio è Narcoroma) e doveva uscire a marzo ma è stato bloccato dal lockdown. E’ una storia di fantasia su una serie di omicidi sessuali vagamente ispirata a una vicenda del passato ma ambientata ai giorni nostri. Nel romanzo compaiono due personaggi a cui siamo affezionati: Tommaso Elleni, alter ego di Antonio e Angela Blasi, investigatrice di punta che, invece, è di pura fantasia e che, secondo me, è una figura femminile riuscita benissimo, con le sue nevrosi e le sue contraddizioni. Mi innamorerei all’istante di una così, se esistesse.

11. Seguendo la tua pagina Facebook, ho visto che nel periodo di lockdown del Covid hai fatto volontariato. A parte questa scelta ammirevole, come è cambiato, se è cambiato, il tuo punto di vista, come uomo e come scrittore, sul mondo e sulla società italiana?

Il volontariato, con l’Associazione italiana sclerosi multipla e la Croce Rossa è stata una scelta a cui pensavo da tempo. La pandemia mi ha dato l’occasione di agire e scendere in campo: non avrei resistito all’inerzia e sentivo l’obbligo di fare qualcosa. Un’esperienza che mi ha cambiato, mi ha fatto vedere molte cose in prospettive completamente diverse e mi ha fatto riflettere sul dolore, la povertà, il bisogno di aiuto. Questo, probabilmente, si rifletterà anche sul mio piccolo lavoro di scrittore. Ovviamente continuerò a prestare la mia umile opera di volontario, soprattutto con l’Aims.

12. Pensi che tu e i tuoi colleghi autori in futuro sarete costretti a fare i conti con la pandemia del Covid, nelle trame e nello stile delle vostre opere, oppure tutto rimarrà invariato?

Non so quanti scrittori stiano scrivendo romanzi ispirati al Covid. Uno, sicuramente, sì: il sottoscritto. Sono a pagina 110 di un libro ambientato in uno scenario catastrofico, dove l’intera umanità è divisa in due grandi fazioni: chi ha tutte le comodità e la tecnologia e chi è ridotto a livello di cavernicoli. Malattie, carestia, animali feroci, montagne di rifiuti, strade distrutte, ville circondate da eserciti privati ecc…Ho ripreso un pochino le tematiche dei miei primi romanzi, quelli con “Lupo Solitario”, con un tocco di post catastrofismo in più. Speriamo funzioni, inshallah.

13. Se ti proponessero di produrre un film o una serie tv da uno dei tuoi libri, quale pensi sarebbe più adatto a una trasposizione e perché? 

Sicuramente la trilogia “Stazione omicidi” su cui ha lavorato una produzione televisiva. I diritti de “Il Criminale” sono stati invece acquistati da un giovane e talentuoso regista e potrebbero diventare una serie tv. Ma il libro più “cinematografico” tra i miei 21 romanzi pubblicati è certamente “Il Guardiano” cui sono particolarmente affezionato perché è incentrato sulle arti marziali, seconda grande passione della mia piccola vita. La prima è la scrittura.


domenica 10 maggio 2020

Intervista a Raul Montanari realizzata per MilanoNera.








Raul Montanari, in libreria con "La seconda porta", Baldini + Castoldi Editore, ha cortesemente accettato di rispondere a qualche nostra domanda sul suo libro e sulla narrativa al tempo del Covid.


Nei tuoi romanzi c’è spesso l’incontro –scontro fra un adulto e alcuni adolescenti, tanto che io considero i tuoi libri anche dei romanzi di formazione. Perché in quest’ultimo hai scelto di narrare di adolescenti arrivati in Italia con i barconi?

La narrativa dovrebbe sempre cercare di raccontare il generale dentro il particolare, proporre storie che abbiano alle spalle qualcosa di più grande. La “seconda porta” della casa del protagonista, attraverso la quale entra un adolescente magrebino in fuga, è l’emblema dell’Italia, porta di accesso impossibile da chiudere in faccia ai migranti.

Il protagonista Milo, un pubblicitario di successo che si occupa di campagne sociali, prova una sorta di supremazia “etica” sul suo socio Pietro, che si occupa invece delle campagne normali, quelle “che portano soldi”. E’ solo una mia impressione, almeno all’inizio del romanzo?

L’atteggiamento di Milo somiglia a quello di uno scrittore adorato dalla critica che però vende poco, davanti a un collega che non è artisticamente alla sua altezza ma piace al pubblico. Per fortuna, però, l’enorme carica di autoironia di Milo (ai limiti dell’autodenigrazione) gli impedisce di diventare antipatico: più che un benefattore e un guru della comunicazione progressista, lui ha finito per considerarsi un procacciatore di alibi per chi vuole sentirsi buono e avere la coscienza a posto. È il tema etico alla base di tutto il libro: è davvero possibile fare del bene, nelle piccole cose e in quelle grandi?

La porta segreta che si trova nel nuovo appartamento che Milo acquista, non è forse un varco attraverso il quale si intrufola non solo Adam, ma anche tutti i pensieri negativi e il senso di insoddisfazione di Milo?

La porta è un simbolo della nostra ossessione di controllo. Noi facciamo la guardia a tutti gli accessi da cui possono arrivarci imprevisti: il nostro corpo, le nostre emozioni, il nostro lavoro, la nostra posizione nella società… ma ce n’è sempre uno che rimane sguarnito e da lì l’inatteso si fa strada. Non è detto che sia un male. La vita di Milo, prima dello sconvolgimento che viene a portargli Adam, che vita era? Irrigidita, ripetitiva, percorsa da crepe profonde (i sensi di colpa e di inadeguatezza, l’insonnia, l’alcol, il vizio notturno di cercare video atroci nel deep web, la sfiducia nel proprio lavoro, la mancata paternità, il rapporto inesistente con la famiglia…). Quando arriva Adam, arriva l’avventura! E la vita di Milo, finalmente, si rimescola e prende una nuova direzione.

Milo compie un doppio tradimento nei confronti dell’amico Luca Pandoro: non gli racconta la storia di Adam e non gli rivela che è nascosto a casa sua. Luca è forse l’unico personaggio visceralmente buono nel romanzo: essere traditi è forse il destino di tutti i buoni?

È verissimo quello che dici. Aggiungerei che Milo è un traditore nato. Oltre all’amico tradisce la sua ex moglie quando questa gli chiede di avere un figlio, tradisce la fiducia del suo socio nell’agenzia pubblicitaria, tradisce lo stesso Adam quando la storia si avvia verso il finale che non vogliamo rivelare. Tradisce Vera, la giovane architetta di cui si sta innamorando, quando le nasconde la presenza di Adam, ma prima ancora quando mortifica l’orgoglio professionale della ragazza perché lui vuole ben altro da lei. D’altronde ha tradito anzitutto se stesso, i suoi ideali di quando era ragazzo, ciò per cui ha studiato e lavorato.

E’ incredibile come Milo non si ponga mai dei dubbi sulla storia di Adam: è il suo senso di paternità mancato a renderlo, a tratti, così ingenuo?

Certamente sì, però la storia di Adam mi sembra anche molto verosimile. In un certo senso si potrebbe dire che nella Seconda porta la narrazione procede al ritmo con cui Milo scopre le bugie (poche ma fondamentali) che Adam gli ha raccontato: sono queste rivelazioni progressive a introdurre le svolte, i colpi di scena. A parte questo, l’omosessualità di Adam crea fra lui e Milo una relazione asimmetrica: Milo vede in Adam il figlio che non ha avuto, Adam vede in Milo (almeno all’inizio) l’ideale di un amante maturo, affascinante, duro ma protettivo. Sono come due che vorrebbero abbracciarsi ma non ci riescono, afferrano l’aria.

Il personaggio di Ric Velardi ormai è una conoscenza fissa per i tuoi lettori, ma in quest’ultimo libro ha un compito davvero sgradevole: gli hai affidato le sorti di Adam. Perché a lui?

Velardi è un personaggio così particolare che è stato definito in molti modi. Anzitutto è un detective anomalo, perché non è mai il protagonista delle storie: interviene solo da un certo momento in avanti ed è sempre descritto dall’esterno, non sappiamo nulla dei suoi pensieri. Sembra che venga da un altro pianeta. È un deus ex machina capace di risolvere i nodi “noir” delle vicende, ma non risolve mai quelli esistenziali del protagonista: addirittura li aggrava, li mette a nudo. Quando è comparso la prima volta nel 2009, nel romanzo Strane cose, domani che considero uno dei miei migliori, non pensavo che sarebbe tornato. La sua originalità sta nel fatto che combina due aspetti contraddittori. Da una parte sembra dotato di qualità davvero divine, come onniscienza e onnipresenza. Dall’altra è un dio improbabile, comico e quasi grottesco (quell’impermeabile, la salsa di soia in tasca, il tic che lo tormenta…), un dio minore, diciamo. È il vicino di casa che tutti vorremmo avere, o forse il fratello maggiore, quello che ci risolve i problemi, ma con qualcosa di misterioso e inafferrabile. Nemmeno io so chi è Velardi… non so nemmeno da dove è arrivato! Una curiosità: compare anche nel romanzo Nero a Milano del mio caro amico Romano De Marco.

E’ abbastanza sintomatico che Milo desideri raccontare subito la vicenda di Adam non a Vera, di cui si sta innamorando, ma alla ex compagna Elisa: è come se volesse dirle “vedi, potevo essere un buon padre.”

Hai ragione. Credo che il momento in cui Milo, esausto dopo tutte le emozioni che ha provato, prende il telefono e fa il numero di Elisa sia forse una delle cose più belle del libro, perché è un momento di verità. Prima di sentirsi libero di amare Vera, Milo deve chiudere i conti con questo passato tenace, ostinato, che gli è rimasto attaccato addosso.

Al posto di Milo, avresti denunciato Adam?

No, mi sarei comportato proprio come lui. In generale, per me immaginare un protagonista significa mettermi nella sua situazione, come in un gioco di ruolo o in un set di realtà virtuale, e domandarmi: io cosa farei? Il protagonista delle storie che scrivo sono sempre io, il divertimento è proprio quello di mettermi alla prova infilandomi dentro corpi, identità, vite che non sono la mia. D’altronde si è detto che chi non legge vive solo la propria vita, mentre chi legge vive tutte le vite dei personaggi che trova nei libri. Vale anche per chi scrive.

Milo aiuta economicamente Adam, in fondo si tratta di una paternità “a distanza”. C’è spazio in lui, adesso, per un figlio?

Milo non avrà mai un figlio. Come me, d’altronde. Si accontenterà di fare il padre con i giovani creativi della sua agenzia, come io lo faccio con i giovani autori che da più di vent’anni vengono alla mia scuola di scrittura.

Secondo te esistono uomini che non hanno avuto figli che sentono, al pari delle donne, un senso di vuoto, di inadeguatezza, di mancanza di stimoli per il futuro?

Questa è una bellissima domanda. Per quello che ho osservato in me stesso e negli altri non c’è paragone fra l’impulso alla maternità e quello alla paternità. Il corpo di una donna è, sul piano biologico e fisiologico, una macchina per riprodurre. È impossibile che una donna non senta profondamente, dentro di sé, questo senso del corpo che la spinge a immaginare la maternità fin da bambina, a fare i conti con essa – il che non toglie che possa scegliere di non essere madre. Direi che invece i maschi si dividono in due gruppi: la maggior parte di loro ha un desidero di paternità più o meno intenso, ma ce ne sono molti che fanno figli solo perché questo è il desiderio della donna che hanno accanto… salvo poi magari innamorarsi del cucciolo.


Tu dici che la letteratura dovrebbe sempre cercare di raccontare il generale dentro il particolare, pensi che questa situazione di pandemia con annessa quarantena, possa in qualche modo cambiare la prospettiva? Intendo, in una situazione in cui tutti stiamo più o meno vivendo la stessa realtà, non sarebbe normale per la narrativa concentrarsi sul particolare?

Sì, nel senso che siamo abbastanza sicuri che quello che capita a uno di noi capita a tutti. Quindi è più che mai verosimile l’idea che raccontare semplicemente qualcosa di personale abbia un valore rappresentativo generale.



MilanoNera e la sottoscritta ringraziano Raul Montanari per la disponibilità




mercoledì 30 ottobre 2019

Intervista ad Andrée Michaud, autrice di "L'ultima estate".





Incontriamo Andrée Michaud dopo l’uscita in Italia di “L’ultima estate”, il suo ultimo romanzo giallo che ha ricevuto il premio canadese Governor General per la letteratura.

1. “L’ultima estate” è ambientato a Bondrée, un’area all’interno del Quèbec vicino al confine con gli Stati Uniti, durante l’estate del 1967. Perché ha scelto questo bellissimo luogo boschivo di villeggiatura e questo anno per il suo romanzo giallo?

Ho conosciuto Boundary quando ero bambina, quindi molto tempo fa, e ho sempre mantenuto di questo luogo dei ricordi pieni di odori, di ombre e di luci che mi ritornano alla memoria con il solo pensare al luogo. Nel momento in cui ho cominciato a scrivere questo romanzo, soggiornavo, grazie a una borsa di studio, nella casa di campagna di Gabrielle Roy, una dei nostri grandi autori, e faticavo a trovare il soggetto che mi poteva attirare. Fino alla sera in cui, seduta nella veranda, un odore di foglie morte mi ha portato alla memoria i profumi di Bondrée. A partire da quel momento, ho saputo che il mio romanzo poteva avere come cornice quel luogo selvaggio che, all’epoca, non aveva che due o tre riserve di caccia. Naturalmente il personaggio di Pierre Landry, che sopravviveva mettendo trappole per gli animali per avere le loro pellicce, è il primo che si è presentato in quella cornice. Del resto la Bondrée che avevo conosciuto assomigliava di più a quella in cui aveva vissuto Pierre Landry piuttosto che a quella in cui hanno luogo gli avvenimenti descritti nel romanzo. In seguito ho fatto di Landry un fantasma la cui leggenda abita quei luoghi e si perpetua fino agli anni sessanta, periodo nel quale tenevo a situare l’intrigo perché sono gli anni della mia infanzia, che io associo inevitabilmente a Bondrée.


2. “L’ultima estate” è raccontata da vari punti di vista, anche se la voce preponderante è quella di Andrée, una ragazzina di dodici anni. C’è un motivo particolare per il quale ha scritto il romanzo con questo stile?

Il motivo è che desideravo che l’intrigo del romanzo si sviluppasse negli anni della mia infanzia, e siccome volevo ritrovarci gli stessi colori, è stato naturale per me che la narratrice principale fosse una bambina. In corso d’opera, la presenza di questa bambina mi ha permesso di parlare del suo primo incontro con la morte, e della perdita dell’innocenza e del confine fragile che esiste fra l’infanzia e il dramma, che può farla precipitare proprio dove la spensieratezza perde il suo senso. Il mio obiettivo, in effetti, era di opporre il punto di vista di questa bambina, che non era ancora stata segnata dai pregiudizi che circolavano attorno a Sissy Morgan e a Zaza Mulligan, al punto di vista degli adulti che la circondavano. Ho dovuto quindi far ricorso a un narratore onnisciente che si prende in carico tutti gli altri personaggi, ivi compreso l’ispettore Michaud e il suo collega Jim Cusak. 


3. Andrée, una dei protagonisti del romanzo, ha il suo nome di batteismo, mentre l’ispettore Michaud ha il suo cognome. Forse la ragazzina impersona la sua giovinezza e l’ispettore il  punto di vista della sua maturità?

All'inizio il fatto di dare il mio nome e il mio cognome a questi due personaggi è stato semplicemente come strizzare l’occhio al lettore, per dirgli che l’autrice di nascondeva dietro ciascuno dei suoi personaggi, qualsiasi essi fossero, e, al limite, tutti i miei personaggi avrebbero potuto avere il mio nome, ma questo avrebbe potuto creare una certa confusione. Tuttavia mi rendo conto oggi che ho donato a questi due personaggi, e in modo assolutamente inconscio, molte delle mie caratteristiche. Lei ha quindi ragione nel supporre che l’infanzia della giovane Andrée ha dei legami con la mia infanzia, e che la figura dell’ispettore Michaud è la figura della maturità, con tutti i tormenti e gli interrogativi che vi si possono associare. Io aggiungerei in effetti, che condivido i tormenti dell’ispettore Michaud, anche se non mi sono mai confrontata con una violenza quotidiana come accade a lui, e che invece certi ricordi che gli presto sono anche i miei.


4. Ci sono molte frasi scritte in inglese che non sono state tradotte, come per rimarcare una certa differenza fra i personaggi americani e quelli canadesi. Lei pensa che le persone pensino o si comportino in modo diverso a seconda della loro nazionalità, o forse era così negli anni Sessanta?

Per me è chiaro che la lingua parlata influenza in parte il nostro modo di pensare, anche se ci sono numerosi altri fattori che vanno considerati. So che ci sono molte scuole di pensiero su quest’argomento, ma personalmente aderisco a questo: sì, la lingua di comunicazione naturale di un individuo, la sua lingua materna forgia fino a un certo punto la sua visione del mondo. Detto questo, ho inserito qua e là nel testo dei passaggi in inglese per assicurare la verosimiglianza del racconto. In effetti, dato che le azioni si svolgono in un luogo di frontiera dove si confrontano degli anglofoni e dei francofoni, la verosimiglianza esigeva che questa distinzione linguistica fosse indicata, in un modo o nell’altro. Questa differenza è anche visibile nei discorsi di Andrée, nel suo modo di storpiare l’inglese, nel rimorso dell’ispettore Michaud, che è dispiaciuto di aver perso la lingua dei suoi antenati, nell’intervento di Brian Larue, che farà da interprete per la polizia, ecc. “L’ultima estate” costituisce poi il terzo libro di quella che ho intitolato la mia trilogia americana, che è cominciata con “Mirror Lake” e “Lazy Bird”, due altri miei romanzi. Questa trilogia non è fondata sul ritorno di certi personaggi da un romanzo all’altro o sulla continuità di una narrazione, ma proprio sui temi che affronto, in particolare sulla situazione dei francofoni nel Québec e negli Stati Uniti. In questi romanzi volevo interrogarmi su quanto, al di là della lingua, ci avvicina e quanto ci distingue dai nostri “vicini del sud”, gli americani, che con noi condividono numerosi tratti culturali che, tuttavia, si definiscono in modo differente nel Québec. Si tratta di una trilogia sulla nostra “Americanità”, essendo canadesi del Québec, e sulla nostro situazione particolare essendo francofoni in America.


5. La storia di “L’ultima estate” avviene in una piccola comunità di famiglie americane che sono in vacanza in un campeggio isolato nel Québec. Lei pensa che questo tipo di comunità possono essere sconvolte più facilmente da crimini e violenza?

E’ strano, perché questa domanda mi è stata posta due volte recentemente e io non l’avevo mai pensata in questi termini. Io non credo che i campeggi o i luoghi di villeggiatura siano luoghi più propizi al crimine o alla violenza piuttosto che i luoghi urbani. Credo al contrario che l’isolamento di questi luoghi e la presenza della natura siano dei terreni fertili per costruire una storia che si concluderà in un dramma. Ironicamente una gran parte del mio romanzo più recente, “Tempête”, che è appena stato pubblicato nel Québec, si svolge nello stesso modo in un campeggio dove si sviluppano degli avvenimenti a dir poco violenti. In questo caso preciso, ho scelto ancora il luogo in funzione del suo isolamento, ma anche perché in questo genere di luogo si trova una piccola comunità che, nell’arco di poche settimane, vive una specie di anarchia, staccata dal resto del mondo e sottomessa alla promiscuità.





6. Gli avvenimenti che succedono a Bondrée nell’estate del 1967 cambiano la vita di tutti i personaggi giovani del suo romanzo. Ho amato la sua abilità nel descrivere l’ultima estate dell’infanzia delle quattro ragazza: Zaza, Sissi, Frenchie e Andrée. Penso che il suo romanzo noir sia decisamente anche un Bildungsroman che racconta il passaggio dall’innocenza all’esperienza. Lei è d’accordo con me?

In effetti sono d’accordo con lei. Come dicevo prima, nel caso preciso della giovane Andrèe, l’estate del ’67 segna la fine dell’innocenza e il passaggio a un’età che non è ancora l’età adulta, ma non è più nemmeno quella dell’infanzia. E’ un momento di transizione, una frontiera poco certa dalla quale Andrée ormai guarda il suo avvenire. D’altra parte la questione della frontiera è onnipresente nel mio romanzo: frontiera geografica, frontiera linguistica, frontiera fra l’infanzia e l’età adulta, frontiera fra il bene e il male, fra l’inferno e il paradiso. Nel caso di Frenchie il passaggio sarà ugualmente molto brusco, perché lei perderà nel corso di quell’estate due ragazze delle quali voleva essere amica.  Per quel che riguarda Zaza e Sisy, loro conosceranno solo la spensieratezza di quell’estate senza sapere che sarà la loro ultima estate.


7. “L’ultima estate” sottolinea il potere dell’amore ma anche i suoi aspetti devastanti: Pierre Landry e il suo amore non corrisposto agiscono come un fantasma lungo tutto il romanzo. Jim Cusack, l’assistente di Pierre Michaud, è davvero innamorato di sua moglie ma non capisce che le investigazioni lo stanno portando lontano da lei. Lei ha veramente un’opinione così negativa dell’amore? 

Peccato che questa intervista non sia stata registrata, perché mi avrebbe sentito ridere. E’ vero che non do all’amore un’immagine molto positivo, ma le storie d’amore che durano sono, sfortunatamente, molto poche. Non ho a priori un’immagine negativa dell’amore, ma sono cosciente che si tratta di un sentimento complesso, che unisce individui che essi stessi portano con loro un carico di complessità, e che, a partire da questo fatto, l’amore è un sentimento molto fragile che non può sopravvivere a certe situazioni. L’amore di Pierre Landry, ad esempio, è votato all’eccesso fin dall’inizio, perché si tratta di un amore immaginario. Nel caso di Cusack non mi sono inventata nulla, ho solo ripreso uno dei vecchi clichés che dicono che l’amore non resiste all’assenza. Al contrario, credo di donare un’immagine piuttosto positiva dell’amore nel caso dell’ispettore Michaud e di sua moglie Dottie. Questa coppia è fondata sull’accettazione dell’altro così come è e, proprio per questa ragione, è stato in grado di durare ai venti e alle mareggiate. Dal mio punto di vista, Michaud e Dottie sono l’esempio perfetto dell’amore che, grazie al tempo e alla saggezza, si trasforma in un’unione incondizionata.


8. La musica e le canzoni degli anni Sessanta sono spesso evocate nel suo romanzo. Come fan dei Beatles, mi è piaciuto il tema ricorrente di “Lucy in the Sky with Diamonds”. Quale importanza ha la musica per lei, come donna e come scrittrice?

Quando scrivo mi servo innanzitutto della musica che può testimoniare di un’epoca. I pezzi musicali che attraversano “L’ultima estate” mi sono serviti a situare il momento dove si svolge l’azione e a far entrare il lettore in un certo ambiente e in una certa atmosfera. I pezzi musicali permettono anche di parlare della cultura musicale di miei personaggi, il che corrisponde proprio a uno dei miei propositi della mia trilogia americana: sapere che francofoni e anglofoni di uno stesso continente possono ricongiungersi o distinguersi, non fosse altro che per la musica che ascoltano. Ho anche parlato molto della musica nel mio “Lazy Bird”, il cui titolo è preso da un pezzo musicale di John Coltrane, e il cui personaggio principale è un disc-jokey. La musica, in quel romanzo, occupa uno spazio molto importante ed è grazie alla musica che raggiungo lo stile della narrazione. Detto questo, non sono assolutamente un’esperta di musica e per “Lazy Bird” ho dovuto fare numerose ricerche.


Grazie per il suo tempo e il suo interesse nel rispondere alle mie domande sul suo romanzo.

Ringrazio lei per la sua lettura molto pertinente de “L’ultima estate”.

Ringrazio Marsilio Editore per la collaborazione. Risposte di Andrée Michaud tradotte dal francese dalla sottoscritta, intervista da me ideata per MilanoNera, la potete leggere anche qui







venerdì 4 agosto 2017

Intervista a Rosa Teruzzi: scopriamo di più sull'autrice de "La fioraia del Giambellino"







Il caldo torrido imperversa in tutta Italia. Istruzioni di sopravvivenza: bere molta acqua, non uscire nelle ore più calde e..... scegliere libri con i brividi: gialli, noir, thriller. E magari leggere anche le mie INTERVISTE DA BRIVIDO. Una nuova rubrica, un nuovo tag del mio blog, dove troverete riunite le mie interviste ad autrici e autori di questi generi letterari, effettuate dalla sottoscritta grazie alla collaborazione con MilanoNera. 
Partiamo subito con Rosa Teruzzi, la bravissima (e simpatica) scrittrice milanese, che ci parla del suo ultimo romanzo "La fioraia del Giambellino". Se non avete ancora letto la mia recensione del giallo, la potete trovare sia sul sito di MilanoNera sia sul blog cliccando qui

P.s. Persone bene informate mi dicono che Rosa Teruzzi è già al lavoro sul prossimo libro con le tre scatenate investigatrici. Siete ancora in tempo per mettervi alla pari con le puntate precedenti...

In questo romanzo giallo le protagoniste sono tre donne: pensi che la figura dell’investigatrice sia ancora poco sfruttata dagli autori italiani?
Alcuni dei miei detective letterari preferiti sono donne: la Precious Ramotswe di Alexander Mc Call Smith, per esempio. Oppure Agatha Raisin, Petra Delicado, per non parlare dell’inarrivabile Miss Marple. E ci sono figure di investigatrici donne nei romanzi di Carlo Lucarelli, Grazia Verasani, Elisabetta Bucciarelli e tra i Bastardi di De Giovanni, per citarne solo alcuni. Forse però mancava un terzetto di detective composto da mamma (Libera), nonna (Iole) e figlia (Vittoria).  Non c’è stata nessuna scelta ideologica o di marketing  nel formare un trio così. Le mie donne mi si sono semplicemente presentate e trovo affascinante farle interagire. Spesso sono io la prima ad essere sorpresa dalle loro uscite.

Nel romanzo seguiamo anche le vicende sentimentali di Iole, Libera e Vittoria. Ritieni che i tuoi romanzi gialli siano più adatti a un pubblico di lettrici o pensi che anche uomini amanti del genere possano affezionarsi a questi tre personaggi?
Alcuni lettori maschi mi hanno confessato di trovare intrigante l’indecisione sentimentale di Libera tra Gabriele, il poliziotto, e Furio, il cuoco e ancora di più la faccia tosta di Iole con i suoi amanti. Ho ricevuto commenti piuttosto pepati su quest’argomento. Però sì, sono convinta di avere molte più lettrici donne. Alcune di loro si immedesimano nelle storie incasinate di mamma, nonna e figlia.

La tua esperienza come giornalista di cronaca nera per La Notte e come caporedattore di Quarto Grado è stata indispensabile per scrivere i tuoi romanzi, oppure hai cercato di servirtene solo come spunto di partenza?
In realtà io scrivo gialli da prima di diventare giornalista, ho sempre e solo scritto gialli perché amavo leggerli. Nei miei romanzi non mi sono mai ispirata a una storia di cronaca che ho seguito per lavoro. Troverei ripugnante attribuire alla vittima, alla sua famiglia (ma anche ai carnefici) pensieri, propositi o emozioni di fantasia. Ma è indubbio che tanti anni passati sui faldoni di documenti legali e a contatto diretto con le persone coinvolte nei fatti di cronaca siano entrati nel mio bagaglio di scrittore. E naturalmente lo stesso è successo per le tecniche di investigazione: Libera e Iole non hanno a disposizione provette di Dna o tabulati telefonici. Devono basare le loro inchieste sull’osservazione dei luoghi e l’ascolto delle persone, proprio come facevamo noi, vecchi cronisti di nera.


A volte si dice che gli scrittori mettano un po’ di sé in ogni personaggio che descrivono. Se è così, quali caratteristiche del tuo carattere si possono ritrovare nelle tre donne di “La fioraia del Giambellino” ?
A Vittoria, la giovane poliziotta, ho prestato la mia sete di giustizia e il mio rigore che mi fanno talvolta passare per una rompiscatole. A Libera, l’indole romantica e sognatrice e la passione per i romanzi e la natura. Iole è il mio personaggio preferito: le ho attribuito la leggerezza che non ho, la capacità di giocare il gioco della vita con l’intensità dei bambini e la loro gioia.

Nelle descrizioni accurate di Milano si percepisce nettamente il tuo amore per la città in cui vivi e lavori. Riesci a immaginare di poter scrivere, in futuro, un giallo con le stesse protagoniste ma ambientato altrove?
Una parte del prossimo romanzo sarà ambientato sui monti della Sila, in Calabria e una parte sul lago di Como, nel paese che ho scelto come luogo della scrittura. Io so raccontare solo quello che conosco: per “La fioraia del Giambellino” ho visitato più volte Pasturo, il piccolo centro della Valsassina dov’e’ sepolta una poetessa che amo, Antonia Pozzi. Forse in futuro Libera, Vittoria e Iole indagheranno in trasferta, non lo escludo. Ma il loro cuore (e il mio) resta a Milano, la città severa e generosa che mi ha accolto a vent’anni dandomi l’occasione di conoscere persone straordinarie e di realizzare molti dei miei obiettivi. Una città lontana dallo stereotipo di capitale della finanza, della moda e degli happy hour, dove vecchio e nuovo si mescolano e c’è spazio per inaspettati angoli di poesia.

Attendiamo con curiosità la pubblicazione del tuo prossimo romanzo, avremo forse alcune risposte precise sulla morte di Saverio, il marito di Libera?
Penso che le avrete. Io le ho avute. E mi hanno sorpreso.



Intervista per MilanoNera, la potete leggere anche in originale sul sito cliccando qui