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lunedì 27 agosto 2018

"Una casa troppo tranquilla" di Jane Schemilt, e una storia d'amore che non porta redenzione.







" Una casa troppo tranquilla ", il nuovo romanzo di Jane Schemilt, è nel solco del thriller psicologico e dell’ambiente medico a cui ci ha abituato con i libri precedenti. Quando scrivo thriller psicologico non intendo dire che non ci siano delitti e colpevoli in questo libro, ma la bravura dell’autrice è nel farci arrivare alla comprensione del crimine analizzando i personaggi in modo quasi chirurgico, e d’altra parte la Schemilt, oltre a essere scrittrice, è anche un neurochirurgo.

I protagonisti del romanzo sono Beth, una giovane infermiera che ha vissuto un’infanzia disastrosa a causa dei genitori alcolisti, e Albie, un brillante ma troppo timido chirurgo che non si è mai sentito apprezzato dalla sua famiglia di origine e dai suoi colleghi. I due s’innamorano e, apparentemente, sembrano la coppia perfetta dove l’uno supporta l’altro nei suoi obbiettivi.

Si prova simpatia per queste due persone, soprattutto per Beth, che dopo la morte dei genitori ha lottato per formarsi una vita ma ha conosciuto un uomo maturo che le ha letteralmente rubato il futuro. E anche Albie è il classico esempio dello studente secchione che, diventato un promettente neurochirurgo, è comunque sempre pieno di dubbi sulle sue capacità e quindi si sobbarca anche il lavoro dei colleghi meno scrupolosi, non tanto per fare carriera ma perché è abituato a ricercare la perfezione in tutto.

SPOILER: non leggete questo romanzo se siete particolarmente sensibili alle sofferenze provocate dalle ricerche scientifiche sulle cavie. Non ci sono moltissime descrizioni di questo genere nel romanzo, ma sono minuziose allo scopo di mostrarci la puntigliosità del carattere di Albie, che ha il doppio lavoro di ricercatore sui tumori infantili e di chirurgo.

Jane Shemilt è particolarmente brava non solo a creare un vortice di situazioni in cui sarete assorbiti, fino a farvi arrivare al più presto in fondo al libro per comprendere, ma soprattutto è abile nel mostrarci la “banalità del male”.  Fin dall’inizio facciamo il tifo per Beth e Albie, ci sembra che il loro incontro possa ricucire le profonde ferite nell’animo di Beth e, nello stesso tempo, dare ad Albie la spinta giusta per raggiungere i riconoscimenti scientifici e medici che si merita. 

E invece il passato di Beth non può essere dimenticato, anche perché fa parte del presente e del futuro della vita professionale di Albie. Esistono veramente le persone cattive o cattivi si diventa a seguito di dolore, meschinità, sofferenze sopportate invano? Ci si può vendicare per qualcosa che ci è stato tolto per sempre? L’autrice sembra raccontarci che a ciascuno di noi, se troppo e troppo a lungo feriti, può capitare di perdere le basi della convivenza fra esseri umani.

Da parte mia posso dire che Jane Schlemilt è riuscita a farmi immedesimare in entrambi i personaggi della coppia. E farmi arrivare alle ultime pagine del libro con la segreta speranza che tutto si risolvesse al meglio per loro. Un thriller sorprendente, che vi farà riflettere su quanti e quali sono i valori di cui potremmo fare a meno per raggiungere i nostri obiettivi. E lo spostamento delle azioni drammatiche dal paesaggio metropolitano di Londra a quello selvaggio di una sperduta isola scozzese è sicuramente una scelta indovinata dell’autrice. Mi ha fatto subito venire voglia di tornare in Scozia, dove sono già stata più di una volta, nonostante la crudeltà delle vicende narrate.


" Una casa troppo tranquilla " di Jane Schemilt, (ma il titolo originale è assai più adatto e suggestivo "How far we fall"), è ben tradotto da L. Rodinò, è lungo 336 pagine che leggerete d'un fiato e lo potete acquistare sia nella versione ebook sia nella versione cartacea.



Recensione scritta originariamente per il sito di MilanoNera: la potete leggere anche  qui








sabato 18 maggio 2013

Psicanalisi per tutti.

La mia amica Marta mi racconta che, seguendo le puntate di "In treatment" su Sky, ha capito sé stessa molto di più che negli incontri con la psicologa della ASL. Le chiedo se non sarà una certa sua passione per l'attore Castellitto a farle credere questo, insomma, sempre di una serie tv si tratta. Lei insiste che come spiega Castellitto i problemi genitori-figli, il senso di inadeguatezza, la paura di vivere e via discorrendo, nemmeno il suo psicoterapeuta preferito di anni fa. Ah, vedi dunque che avevi anche tu un bravo psicanalista, la incalzo, e come facevi a pagarlo con le tariffe che hanno? No, mi spiega, era uno psichiatra della ASL con il quale seguivo una terapia di gruppo e quindi non pagavo nulla, e lui era talmente intuitivo che dal primo incontro ha capito moltissimo di me. E poi che è succcesso, le domando, visto che è così in gamba? Perché adesso vai da una psicologa? Mi spiega, con una certa riluttanza, che lo psichiatra- psicanalista era malato, ma non lo aveva raccontato nemmeno ai colleghi, quindi è morto improvvisamente tre anni fa.
Dato che Marta non è certo una paziente grave, ci erano voluti mesi prima che alla ASL trovassero la disponibilità di un altro medico per lei. In seguito la sostituta, una psichiatra, alla prima visita aveva subito deciso di darle un farmaco antidepressivo (e Marta di farmaci non ne prendeva). Questo farmaco, però, a Marta aveva gravemente peggiorato la vita  in pochi giorni, creando insonnia e aggressività, e lei, non riuscendo a contattare la psichiatra, aveva deciso di interromperlo. La psichiatra, alla seconda visita, si era oltremodo offesa per la decisione avventata e senza previa consultazione, e le aveva comunicato che aveva in carico casi ben più gravi e non aveva tempo per seguirla.
A questo punto era seguita un'attesa di altri mesi per trovare una nuova disponibilità di un altro medico della ASL, ma si sa, i soldi per la sanità nella Regione Lazio mancano, si smantellano le ASL e i CSM (che non sono gli organi della Magistratura, ma i Centri di Salute Mentale), quindi Marta aveva pazientato.
E quindi, le chiedo, ora finalmente hai una persona che ti segue. Veramente avevo una psicologa, con la quale mi trovavo anche bene, anche se era disponibile solo un'ora ogni due mesi circa, e alle otto del mattino, prima che io andassi in ufficio. E quindi, Marta? E' passato circa un anno, mi dice, ma la psicologa mi ha detto che non vedeva alcun miglioramento in me, e comunque alla ASL c'erano pazienti più gravi che lei doveva seguire. Quindi mi ha scaricato anche lei.
E meno male che Marta si può ancora permettere l'abbonamento a Sky, ma quando non potrà più farlo, che succederà?