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venerdì 21 marzo 2025

" La biblioteca dei manoscritti perduti " di Benito Olmo

 




La protagonista di questo libro è Greta, che di professione fa la “cercatrice di libri antichi”. Partendo da Madrid per poi arrivare a Berlino, e poi a Roma, Breslavia, Cadice e di nuovo a Madrid, è alla ricerca dei libri perduti di una facoltosa famiglia spagnola. Che poi quei libri sono sì perduti, ma dapprima erano stati rubati alla famiglia dalle SS. Un destino comune a molte famiglie ebree dell’Europa, agli inizi della seconda guerra mondiale. Aiutata da un geniale bibliotecario berlinese, Oleg, che ha trovato proprio uno dei libri di quella famiglia nell’archivio dei libri perduti della Biblioteca principale di Berlino, Greta ha come braccio destro a casa Marla, che è un genio del pc e sa ritrovare qualunque informazione. 

Purtroppo i libri di quella famiglia che le ha commissionato l’incarico, non si riescono a trovare. E’ comunque bellissimo attraversare tutte quelle città e sentire raccontare da Oleg qual era il piano delle truppe tedesche per impossessarsi delle antiche biblioteche delle famiglie ebree, e anche della Biblioteca ebrea del ghetto romano. Ovunque vanno, Oleg e Greta rischiano però la vita, perché c’è qualcuno che è più interessato di loro a quei libri o a impedire a loro di ritrovarli. Inoltre vengono uccisi vari bibliofili dalla stessa persona che è sulle tracce di Greta e Oleg. L’unico ritrovamento che fanno è in un edificio diroccato e senza tetto nelle vicinanze di Breslavia, dove ormai i libri antichi che vi erano custoditi sono inutilizzabili.

A fare da angelo protettore ai due giovani c’è un personaggio misterioso, che è stato incaricato da Tellez, colui che ha fatto da intermediario fra Greta e la ricca famiglia spagnola. Il primo omicidio si compie addirittura a Berlino, dove Greta è appena giunta, e si tratta del bibliotecario capo di Oleg. Questi si era fatto irretire da un misterioso uomo d’affari che aveva dichiarato che uno dei libri che avevano trovato era suo. I libri di cui si accertava la proprietà venivano infatti inseriti in un file della Biblioteca di Berlino, consultabile da tutti. Il libro che Sebastian, il capo di Oleg, aveva con sé quando è stato ucciso, era una copia antica del Faust. Ovviamente il libro non viene più ritrovato.  

Benito Olmo è molto bravo a intessere delle schermaglie psicologiche fra Greta e Oleg, timido e riservato il secondo, quanto lo è anche Greta che, per di più, non tollera di essere toccata da nessuno. 

Non aggiungo altro perché il romanzo, anche se parla di libri antichi, è pieno di adrenalina e appassionerà sia gli amanti dei thriller sia i collezionisti di libri. E attenzione all’ultimo davvero incredibile colpo di scena!



"La biblioteca dei manoscritti perduti " di Benito Olmo è edito dalla Newton Compton e potete trovarlo in cartaceo e in ebook.

domenica 16 febbraio 2025

“IL DETECTIVE KINDAICHI E LA MALEDIZIONE DEGLI INUGAMI” DI YOKOMIKO SEISHI

 




Il romanzo di Yokomizo Seishi è ambientato nel Giappone del 1940. La morte del ricco e potente uomo d’affari, Sahei Inugami, il re del tessile, procura grosse preoccupazioni alla popolazione del piccolo paese lacustre di Nasu, a nord di Tokio.

L’avvocato Wakabayashi, che è incaricato della lettura del testamento del vecchio, ha paura che l’avidità degli eredi possa causare fatti di sangue. Per questo motivo invita nel villaggio il famoso detective Kindaiki Kosuke. Mentre Kindaichi lo sta aspettando in albergo però, Wakabayashi muore, probabilmente avvelenato. Per poter procedere alla lettura del testamento bisogna che siano presenti tutti i nipoti di Sahei, figli delle sue tre figlie. Purtroppo Sukekiyo è ancora in guerra. Quando finalmente arriva al paese, insieme alla madre Matsuko, tutti rimangono spaventati perché il giovane porta sul volto una maschera di gomma per nascondere le ferite ricevute in guerra. Quando si dà finalmente lettura al testamento, tutti i presenti, compreso Kindaichi, sono sconcertati. Sahei lascia tutti i suoi beni alla bellissima Tamayo, che non è sua figlia, ma solo una giovane che è cresciuta sotto la sua protezione. Tra i tre nipoti potrà accedere all’eredità solo chi conquisterà il cuore della bella Tamayo. Se Tamayo dovesse morire, tutta l’eredità andrà a Shizuma, figlio illegittimo di Sahei. 

Subito hanno luogo vari omicidi e il detective Kindaichi ha il suo bel daffare fra i vari segreti della famiglia Inugami e altri misteriosi personaggi, ma alla fine arriva a sciogliere tutti i nodi.

Yokomizo Seishi mette in piedi un giallo drammatico e pieno di suspense, sullo sfondo di albe e tramonti del bellissimo lago. I personaggi sono tutti ben delineati e nonostante i nomi giapponesi la trama è così ben congegnata che non si perde il filo, anzi si legge d’un fiato per scoprire colpevoli e innocenti e, soprattutto, chi erediterà l’immensa fortuna di Sahei.




" Il detective Kindaichi e la maledizione degli Inugami" di Yokomiko Seishi è pubblicato da Sellerio, tradotto da Francesco Vitucci ed è disponibile sia in brossura sia in ebook.


lunedì 22 gennaio 2024

“ STELLE NERE “ di Maria Letizia Grossi, e le indagini della commissaria Valeria Bardi.

 




L’autrice scrive il suo terzo giallo con la commissaria Valeria Bardi, ma questo libro è gradevole da leggere anche per chi, come la sottoscritta, non ha letto i due  precedenti.

“Stelle nere” prende l’avvio dal ritrovamento, su un bus di linea a Firenze, del cadavere di una donna. La commissaria Valeria Bardi e il suo vice, l’ispettore Manuele Belgrandi, arrivano sul luogo del crimine e trovano una donna con un segno rosso sul collo, molti ematomi e i segni di molte coltellate all’addome. Intorno non ci sono tracce di sangue, però, e questo fa pensare che la donna sia stata uccisa altrove e poi trasportata li. Il capo della scientifica e il medico legale ipotizzano che sia stata colpita alla testa e poi strangolata. Purtroppo intorno al cadavere non vengono rinvenuti né la borsa né effetti personali, quindi la vittima rimane senza nome.

Quando la vittima è trasportata all’Istituto di Medicina Legale, Valeria Bardi, ispezionandone la biancheria intima, si accorge che c’è qualcosa cucito all’interno del reggiseno. Così, con l’aiuto di un bisturi, lo estrae e capisce che si tratta di uno scapolare, un’immagine sacra che alcune persone portano sempre con sé. La commissaria riconosce l’immagine di San Marone, il fondatore della chiesa cattolica libanese detta, appunto, maronita. Questo fa propendere la Bardi per indirizzare la zona di provenienza della vittima dal Qamar. Si tratta di uno stato vicino al Libano dove si combatte da anni una cruenta guerra civile.

Sullo scapolare c’è anche un indirizzo in arabo che corrisponde all’Istituto degli Innocenti, dove ha sede l’organizzazione internazionale dell’Unicef. La commissaria si reca nei loro uffici, e conosce Alain Touran, un funzionario, che non solo riconosce e identifica la donna dalla foto che gli viene mostrata, ma dice anche di averla aiutata a fuggire durante la sua ultima missione in Libano. Aveva finto che fosse sua moglie, ma la sua fuga si era fermata in Turchia, così Touran aveva raggiunto l’Italia in aereo mentre la vittima, Nadia Hiddad, avrebbe tentato la via del mare con gli scafisti. 

Da qui nasce un intreccio complesso che coinvolge anche una pittrice fiorentina, che conosceva la vittima, e frequenti sono i flash back che ci riportano alla guerra nel Qamar e al destino di chi cerca di fuggire dalla propria terra natia.

E proprio questi dettagli rendono il libro molto interessante, non si tratta di un semplice thriller con molta adrenalina. Inoltre il personaggio di Valeria Bardi è molto accattivante e ispira subito simpatia. Aspettiamo il prossimo libro di Maria Letizia Grossi per vedere se l’ispettore Belgrandi riuscirà a fare breccia nel cuore della commissaria.




" Stelle nere " di Maria Letizia Grossi è un thriller con respiro internazionale, molto interessante per il tema degli immigrati che vogliono arrivare in Europa. E' edito da Giunti Editore, sono 264 pagine in cartaceo ma esiste anche la versione ebook.


lunedì 23 ottobre 2023

" A fuoco lento " di Philip Kerr, un giallo storico carico di adrenalina.

 




“ A fuoco lento “ di Philip Kerr è il nuovo romanzo con protagonista il poliziotto berlinese Bernie Gunther, di cui Fazi ha già pubblicato la trilogia di Berlino. Questo romanzo si può comunque leggere anche senza conoscere i precedenti, perché le avventure di Gunther lo portano a fuggire in Argentina. Infatti è vittima di uno scambio di persona ed è ricercato dagli alleati come criminale di guerra. Si finge perciò un criminale nazista e insieme ad altri tedeschi criminali di guerra, come Adolf Eichmann, sbarca a Buenos Aires nel 1950. 

Subito incontra Peron e la moglie Evita, ma soprattutto il capo della polizia locale lo riconosce come un bravissimo detective che era in attività a Berlino. Per mantenere la sua copertura, Gunther è costretto a collaborare con la polizia argentina per due casi bollenti. Il primo è l’assassinio di una giovanissima ragazza portatrice di handicap, il secondo la sparizione di una ragazza di una ricca famiglia tedesco-argentina.

Il delitto della ragazza e la ferocia con la quale è stata massacrata ricorda a Gunther un analogo caso avvenuto negli anni 30 a Berlino, caso sul quale aveva indagato senza riuscire a risolverlo. Si convince quindi che si tratti dello stesso assassino che è fuggito a Buenos Aires e, con l’avallo del capo della polizia, comincia a indagare negli ambienti sordidi della Buenos Aires degli anni 50. Certo non è paragonabile all’atmosfera della Berlino subito prima dell’avvento di Hitler, dove tutto era permesso, e Philip Kerr abilmente ci mostra in alternanza ai capitoli ambientati a Buenos Aires, capitoli ambientati a Berlino prima dell’incendio del Reichstag. Ci mostra anche che Gunther non era riuscito a risolvere quel caso, perché un poliziotto ebreo che aveva indagato sullo stesso caso era stato ucciso prima di riuscire a parlare con lui. 

Gunther scopre che in una clinica di Buenos Aires si sta sperimentando un farmaco per curare la sifilide, causata dalle migliaia di prostitute che circolano nella città. Per quanto riguarda il caso della ragazza scomparsa, invece, Gunther non arriva a capo di nulla. Perfino Evita Peron lo sollecita a trovare la giovane, dicendogli che in verità la vera madre è lei. Accanto a queste due indagini, ci sono i tentativi di Peron di entrare in possesso dell’oro degli ebrei ben custodito nelle banche di Zurigo. E la vicenda della ragazza scomparsa si intreccia con questi tentativi, perché il padre è uno dei quattro banchieri tedeschi che possono andare a ritirare quell’oro a Zurigo.

Fra veri nazisti che si sono rifatti una vita, e argentini che fanno sparire gli  oppositori del regime, buttandoli da vivi dagli aerei (i famosi desaparecidos), Gunther rischia parecchio ma riesce a risolvere i due casi apparentemente imbrogliatissimi, e trova anche il tempo di innamorarsi. Non aggiungo altro, se non che la scrittura di Philip Kerr è forte come un pugno nello stomaco, ma sa trovare momenti di ironia nel protagonista. I momenti che più mi hanno fatto rabbrividire sono gli incontri di Gunther con i veri nazisti, che gli raccontano quello che hanno fatto in Germania durante la guerra, mentre si godono vite lussuose nel paradiso delle zone ricche di Buenos Aires. In conclusione un romanzo che serve a portare alla luce i crimini di guerra nazisti, se ce ne fosse ancora il bisogno, e nello stesso tempo squarcia un velo sull’antisemitismo argentino, ma per sapere di più di questo secondo tema dovete leggere il libro. Consigliatissimi agli amanti di gialli storici.


" A fuoco lento " di Philip Kerr, è un thriller storico pubblicato da Fazi Editore, sono 468 pagine tradotte da Luca Merlini, è disponibile in brossura e in ebook.





mercoledì 22 febbraio 2023

“Omicidio a Mizumoto Park “ di Tetsuya Honda, un thriller giapponese per...cambiare un pò orizzonti.

 





Con "Omicidio a Mizumoto Park ", un giallo nipponico di Tetsuya Honda, facciamo un salto a Tokyo e vediamo come funziona la polizia laggiù. La protagonista del romanzo è Reiko Himekawa, che è un po' osteggiata dal bullismo dei suoi superiori perché è una donna e, soprattutto, perché a soli ventisette anni era stata nominata ispettrice di polizia. Fin qui sembrerebbe niente di nuovo sotto il sole. Ma i poliziotti a Tokyo non girano con le auto costose dei loro colleghi europei e americani, bensì vanno in metro, in treno e poi fanno le indagini a piedi. Insomma un bel cambiamento di paradigma questo: niente sgommate, sirene e parcheggi comodi ovunque.

Reiko, oltre al bullismo, deve sopportare una famiglia che non vede l’ora che si sposi, perché a ventinove anni si deve smettere di giocare a guardia e ladri. La zia le organizza degli appuntamenti al buio con pretendenti improbabili che sceglie lei stessa. La madre, invece, la chiama al cellulare più volte al giorno, tanto che Reiko ormai si è abituata a non rispondere più alle chiamate. Anche perché deve risolvere un caso molto intricato: un cadavere mutilato è stato ritrovato, avvolto in un telo di plastica, in un laghetto del parco Mizumoto, dove sono soliti riunirsi i pescatori.

Quando viene ritrovato un secondo cadavere nelle stesse condizioni, Reiko intuisce che gli omicidi siano opera di un serial killer. Bisogna aggiungere che Reiko fatica molto a indagare in estate, perché proprio in una calda serata estiva, molti anni prima, le è capitato un fatto terribile, che lei stessa racconterà al lettore a metà libro. 

Gli stereotipi ci consegnano i giapponesi come persone molto riservate e poco inclini a fare amicizia. Invece in questo romanzo l’autore ci fa scoprire i caratteri di alcuni colleghi di Reiko, specialmente quelli della sua squadra Otsuka, Yoka e Kitami. 

Quando le vittime del serial killer diventano nove, Reiko non perde mai la sicurezza di riuscire a trovare il colpevole o i colpevoli. E la motivazione di questi omicidi seriali è effettivamente vicina alla cultura giapponese, come si scoprirà dopo colpi di scena e morti fra i poliziotti. 

Tetsuya Honda ha creato un bel personaggio a cui ci si affeziona subito, e mi auguro di leggere altri suoi romanzi con la stessa ambientazione e adrenalina.



"Omicidio a Mizumoto Park " è un thriller edito da PIEMME, sono 350 pagine di adrenalina pura disponibili in versione cartacea rilegata e in ebook. Il libro è tradotto da Cristina Ingiardi.


lunedì 25 luglio 2022

“ LE INVISIBILI “ di Gabriella Genisi, Marilù Oliva, Mariolina Venezia e Grazia Verasani, quando le colpevoli sono anche vittime.

 




In questa raccolta di racconti ritroviamo quattro regine del noir, Gabriella Genisi, Marilù Oliva, Mariolina Venezia e Grazia Verasani, che ci narrano di omicidi compiuti da donne. La particolarità, però, è che queste donne sono invisibili alla società che le circonda, e quindi prima di essere colpevoli sono esse stesse delle vittime.

Nel primo racconto della Genisi, “ Le guardiane del faro “, un sub avvista nelle acque di Otranto una sirena anziana con dei capelli lunghissimi. Successivamente un altro sub, che pareva aver fatto una scoperta eccezionale in mare, viene ucciso con una fiocina. Toccherà a una donna in carne e ossa, il maresciallo Lopez, scoprire che veramente esiste questa sirena e non è nemmeno l’unica. Bellissima la descrizione del mare e il richiamo del barocco leccese, dove spesso sono rappresentate sirene anche con la doppia coda.

Nel racconto di Marilù Oliva, “ L’ultimo blues di Salomè “, l’ispettrice Micol Medici indaga sull’omicidio di un produttore discografico molto potente. Davvero interessante la descrizione del mondo musicale, dove molte cantanti donne non riescono ad avere successo perché non sottostanno ai ricatti sessuali. E Salomè, nome d’arte ovviamente, è una di queste. Sarà stata lei a uccidere il produttore discografico?

“ Lettera alla mia giudice “ di Mariolina Venezia, mi ha ricordato il quasi omonimo “Lettera al mio giudice” di Simenon. In questo caso si tratta di un’attrice, venuta dal nulla, che è stata condannata per omicidio e dal carcere scrive una lunga lettera al suo giudice appunto. Il giudice in questione è il sostituto procuratore Imma Tataranni, personaggio già noto anche per la serie tv. Nella lettera l’attrice racconta tutta la sua vita per far capire alla Tataranni che non è quel mostro che hanno dipinto i giornali. E’ interessante come l’attrice, durante il processo, abbia colto molti particolari della vita della Tataranni, compreso il suo debole per l’aiutante Calligiuri.

Grazia Verasani con il suo “ Do ut des “ conclude la raccolta. Nella sua opera ci racconta di una figlia vittima delle angherie della madre, con la quale è costretta a convivere avendo perso il lavoro. La donna deve accudire la madre, che, nonostante questo, la tratta male. Infatti la prende continuamente in giro per la sua obesità e per l’incapacità di tenersi un lavoro, e poi le lesina il denaro per vivere. La figlia crede di aver trovato un’amica in una vicina di casa che viene picchiata dal marito. Da qui il patto infernale che le propone, ispirandosi a un film di Hitchcock, “ Io uccido tuo marito e tu uccidi mia madre.” Ma anche il migliore dei piani può non andare come ci si aspettava. In questo racconto il punto di forza è l’analogia fra la situazione delle due donne: fanno più male le botte fisiche del marito o le angherie psicologiche della madre? 

In conclusione una bella prova per ciascuna autrice, alle prese con lo spazio limitato di un racconto, ciascuno dei quali diventa un mini-romanzo con molti punti di riflessione per i lettori e soprattutto le lettrici.




" Le invisibili " di Gabriella Genisi, Marilù Oliva, Mariolina Venezia e Grazia Verasani, è una bella raccolta di racconti noir delle migliori penne del genere in Italia. Pubblicata da Rizzoli è disponibile in brossura e in versione ebook.






lunedì 18 luglio 2022

" Una straordinaria solitudine " di Stefania Convalle, un romanzo colmo di misteriosa magia.

 





Una straordinaria solitudine è la caratteristica che hanno in comune i tre personaggi dell’ultimo romanzo di Stefania Convalle: Sophie, Victor e Maryanne. L’opera si avvia sulle note del tango, perché Sophie ama andare nelle milonghe per ascoltare la musica e guardare gli altri che ballano il tango. Lei non balla mai. Solo una sera Victor, un misterioso sconosciuto, la invita e lei accetta. Dopo una romantica serata, Victor scompare nel nulla e Sophie non riesce a capacitarsi del perché sia scomparso.

Finché un giorno capita nella libreria, dove Sophie lavora insieme a Maryanne, la sorella di Victor, che le conferma che lui è scomparso. Nello stesso tempo consegna a Sophie delle lettere, che Victor ha scritto proprio a lei. 

E’ così che prende l’avvio la vera e propria storia d’amore, che dovrà superare numerosi ostacoli, il primo dei quali è celato proprio nell’animo di Sophie. Ma Stefania Convalle crede nel potere taumaturgico della scrittura, e infatti quelle lettere serviranno a riannodare, e uso a proposito il termine “riannodare”, il legame che unisce Sophie a Victor.

Ma anche Maryanne giocherà un ruolo molto importante nella storia d’amore di Victor e Sophie, suo malgrado. Tre personaggi delineati dalla loro ricerca di un amore senza fine. Il lettore si troverà di fronte ad alcuni colpi di scena davvero magistrali. Infatti se c’è un filo rosso che contraddistingue questo romanzo, è proprio il mistero che avvolge ciascun personaggio e lo cela agli altri. 

Se le menti dei tre personaggi non conoscono, o ri-conoscono, la verità, le anime dei tre sono attratte l’una dall’altra. Ed è l’amore vero la forza che si sprigiona fra di loro, un amore che per Stefania Convalle ha sempre qualcosa di magico in sé.

Magico è anche lo sfondo di questi avvenimenti, anzi magici, perché da una parte c'è il Golfo dei Poeti, nella sua avvolgente bellezza, dall'altra una New York apparentemente fredda e scostante. 

Così il lettore si sentirà trasportato da questa magia, sempre restando ancorato a vicende realistiche, fino all’epilogo.

L’autrice è riuscita ancora una volta a stupirmi, a emozionarmi e anche a commuovermi, tre sentimenti che non è facile incontrare nella lettura di un singolo libro. 



" Una straordinaria solitudine " di Stefania Convalle, Edizioni Convalle, è un bellissimo romanzo di 160 pagine, che potete acquistare online o direttamente dalla Casa Editrice. 




giovedì 29 luglio 2021

RECENSIONE " SPARIRE A BUENOS AIRES" di Eloisa Diaz, e l'Argentina dei desaparecidos.

 




Eloisa Diaz ci presenta due romanzi: uno ambientato durante  le vicende dei desaparecidos nel 1981, l’altro durante la crisi economica del 2001, sempre  in Argentina.  A fare da filo conduttore fra i capitoli alternati fra le due epoche sono l’ispettore Joaquin Alzada e la moglie Paula. Anche loro hanno avuto dei familiari fra i desaparecidos, ma Alzada, in tutti quegli anni, ha mantenuto un profilo basso, non si è mai schierato. Il protagonista non è cieco, crede che l’Argentina nel 2001 sia sull’orlo del burrone per l’ennesima volta. Sarà proprio il senso della tragedia imminente che lo porta a ricordare gli anni della dittatura. E poi una sparizione, ancora nel 2001, di una giovane donna, di famiglia ricca e famosa.

C’è uno specchiarsi di Alzada nel giovane poliziotto che perse due familiari sotto la dittatura, e che ora non vuole più tirarsi indietro. Sente che la sparizione della ragazza assomiglia alla sparizione di tanti giovani negli anni ottanta, anche se le motivazioni sono diverse.

L’autrice non lascia nulla all’immaginazione del lettore: quando ci guida nel palazzo del terrore, dove i desaparecidos venivano interrogati e torturati, pare di sentire le loro urla disumane fra le righe.

E nemmeno quando narra le vicende del 2001 alleggerisce il racconto: l’ipocrisia, la violenza, l’impossibilità di prelevare i propri soldi dai bancomat: pare proprio il preludio di una nuova dittatura.

E Joaquin Alzada, che aspetta di andare in pensione per dedicarsi ai suoi amati libri su Montalbano, deve invece fare i conti con il passato e con il presente. Grazie a lui impariamo a conoscere Buenos Aires nel 1981 e nel 2001, incontrando anche i vari colleghi e superiori di Alzada.

Nello stesso tempo lui si deve confrontare con il nipote Sorolla, cresciuto come un figlio da lui e Paula. Sorolla lo rimprovera perché non prende partito, perché non scende in piazza a manifestare come gli altri argentini. La sequenza in cui zio e nipote si incamminano verso la manifestazione, è uno dei punti più toccanti e veritieri del romanzo.

L’autrice ci fa entrare nell’animo di Joaquin Alzada, ma non lo giudica. Lei, che è figlia di argentini ma è sempre vissuta all’estero, lascia trasparire ovunque un grande amore per la sua terra e una empatia straordinaria verso il suo popolo.

Un romanzo che non è semplicemente un giallo – e già sarebbe una novità un giallo ambientato a Buenos Aires – ma piuttosto un’immersione in un Paese che non ha ancora trovato la sua identità. 



" Sparire a Buenos Aires " di Eloisa Diaz, tradotto da Annalisa Carena, un romanzo bellissimo di 300 pagine disponibile sia in ebook sia in cartaceo.




mercoledì 14 luglio 2021

RECENSIONE " IL MANOSCRITTO " DI STEFANIA CONVALLE, E LE MAGICHE ATMOSFERE DI TRIESTE.

 




Leggendo il nuovo romanzo di Stefania Convalle, mi è capitata la stessa sensazione che ho provato con le altre sue opere. Da una parte, infatti, vorrei finirlo subito per sciogliere i nodi dell’intreccio – che qui è piuttosto complesso -; dall’altra parte centellino le pagine per rimanere immersa in una bellissima atmosfera.  E ne “Il manoscritto” l’atmosfera è data dalla bellissima città di Trieste, dove si svolge la vicenda, e che ora mi sembra di conoscere anche se non ci sono mai stata.

Trieste è più di uno sfondo, è il quarto personaggio del romanzo, e nelle sue vie e nei suoi locali si incontrano, e si scontrano, gli altri tre personaggi umani: Emilia, Amedeo e Claudio. 

Incontriamo per prima Emilia, che è una talent scout che scopre scrittori e lavora per varie case editrici importanti a Milano. Dopo una storia d’amore esaurita, a cui la stessa Emilia pone fine, decide d’impulso di trasferirsi a Trieste. Lì possiede una casa, ereditata da una quasi zia, che la ospitava in vacanza da bambina. Questo particolare è autobiografico, e si intuisce la gioia provata dall’autrice in quegli anni.

Ora quella casa è un rifugio, un punto di partenza per ricominciare, dato che Emilia per lavorare ha solo bisogno di un pc, e quindi può farlo anche a Trieste. La casa però necessita di restauro: Emilia si affida a un’agenzia che le manda un falegname tutto fare, mentre lei si trasferisce in hotel. Alla fine dei lavori, l’incaricato, Amedeo, accoglie Emilia nella casa, dove ha eseguito tutti i lavori secondo le sue richieste.

Complice un appuntamento quella sera stessa, fra Emilia e Amedeo nasce l’attrazione, anche se Amedeo è un tipo misterioso.  E misteriosa è anche la busta che Amedeo dice di aver trovato sotto una lista di parquet. Amedeo insiste perché Emilia la apra, ma Emilia decide di restituirla all’inquilino che l’aveva preceduta.

Parlando dei tre personaggi nel romanzo, ho omesso di raccontare della vicina di casa di Emilia, una donna molto anziana che si ricorda di lei da bambina. Subito Emilia fa amicizia con lei, attratta dalla sua saggezza. E questa donna giocherà un ruolo importante nelle scelte di Emilia.

Emilia poi incontra Claudio per restituirgli la busta nascosta sotto il parquet. E anche qui scatta un feeling particolare fra i due, anche se Emilia sa di essere innamorata di Amedeo. 

Non vado oltre perché la busta misteriosa, che contiene il manoscritto del titolo, sarà la chiave per aprire i cuori di tutti e tre i protagonisti e condurli sulla strada giusta. 

Un romanzo che, nonostante alcuni punti dolorosi, è delicato come una carezza sul cuore. Stefania Convalle ha fatto centro un’altra volta!


Potete trovare "IL MANOSCRITTO " nelle librerie fisiche e virtuali, oppure richiederlo direttamente alla Casa Editrice Convalle. 

giovedì 3 dicembre 2020

Mariani e le ferite del passato di Maria Masella, ovvero le colpe dei padri ricadono sempre sui figli?

 



In questo nuovo libro di Maria Masella troviamo il commissario Mariani in congedo per malattia, dopo aver rischiato di morire nell’esondazione del fiume Cerusa. Questo periodo di forzata inattività lo rende nervoso e risente della freddezza nei suoi riguardi da parte della moglie Francesca. E’ molto brava l’autrice a raccontarci con pudore questa crisi coniugale, senza spiegarci da subito cosa turba Francesca e perché non vuole più dormire nello stesso letto del marito. Quando la madre del commissario gli chiede di aiutarlo in una questione delicata, Mariani è quasi contento di poter uscire dalle mura domestiche.

Accompagna così la madre Emma a Nizza Monferrato per parlare con Giuditta, la figlia di Noemi, una sua amica fino dai tempi della seconda guerra mondiale e deceduta qualche mese prima. Emma era una staffetta partigiana, mentre Noemi, essendo ebrea, viveva nascosta. 

Prima di morire Noemi aveva raccontato a Emma come alcuni suoi parenti fossero stati individuati, grazie alla delazione di qualche spia, e poi deportati. Chi aveva denunciato i Pinto, si era poi appropriato della loro bella casa a Torino. Noemi era preoccupata che un erede dei Pinto potesse vendicarsi di quella famiglia.

E qui arriviamo al presente: sulle alture di Bolzaneto una donna e il suo bambino sono stati crudelmente uccisi, e la donna era discendente di quei delatori. In aggiunta a ciò, i due cadaveri sono stati messi in modo da fare defluire il loro sangue, come usano gli ebrei nella macellazione degli animali.

A questo punto il lettore comincia a interrogarsi: è giusta la vendetta, e dopo così tanti anni? E per di più su un bambino innocente? Sarà veramente collegato il duplice omicidio con quella storia antica di delazione, deportazione e morte?

Il commissario Mariani si fa affidare l’inchiesta e torna al lavoro: sente di dover risolvere il caso anche per accontentare la madre.

Riesce così a rintracciare l’erede della famiglia ebrea, e lo incontra. Questi è sfuggente e non l’aiuta nelle indagini.

Ma stanno veramente così le cose? O il movente dell’omicidio è da ricercare nel passato ambiguo della giovane donna uccisa? O forse il colpevole è il marito?

Maria Masella, come sempre, crea un dedalo di possibilità e di dubbi che devono sbrogliare il commissario Mariani e la sua valente squadra.

Ma l’autrice ha una straordinaria abilità nel tirare il coniglio fuori dal cilindro alla fine de “Mariani e le ferite del passato“, e questa caratteristica mi piace, così come mi è piaciuto il girovagare del commissario Mariani nel Monferrato, terra che amo molto.

A ogni modo, i dubbi etici e filosofici che il romanzo suscita nel lettore, non scompaiono alla fine del libro, e sono materiale molto utile anche ai giorni nostri.





Diaponibile in versione cartacea ed ebook, " Mariani e le ferite del passato ", 240 pagine pubblicate dall'editore Frilli, che si leggono tutte d'un fiato.



Recensione scritta originariamente per il sito di MilanoNera e infatti la trovate anche qui:



giovedì 8 ottobre 2020

" Gli occhi dell'assassino " di Hakan Nesser, e l'importanza dei legami di sangue in Svezia.

                                                 







Il nuovo romanzo di Hakan Nesser è un giallo psicologico dove gli “investigatori” sono tre professori: Igor, Ludmilla e Leon. Incuriositi dalle indagini sono anche Andrea, una giovane studentessa, con il suo compagno di classe Charlie. L’ambiente è un ginnasio in un piccolo paese svedese, dove è morto improvvisamente e misteriosamente il professor Kallmann, anche lui insegnante nella stessa scuola. Un posto importante nella trama del romanzo lo occupa Ulrika, che è la madre di Andrea.

Leon, che è stato chiamato a sostituire il professor Kallmann, si è trasferito in questo posto sperduto per sfuggire al dolore della perdita della moglie e della figlia, morte durante una vacanza a Zanzibar.

E’ proprio Leon, mentre riordina la sua scrivania, che prima apparteneva a Kallmann, a trovare una serie di diari scritti dal suo predecessore. Per curiosità comincia a leggerli e scopre che il professore affermava di avere il dono di scoprire se aveva di fronte un assassino, solo guardandolo negli occhi. In effetti tutti i suoi colleghi gli confermano che, mentre parlava con le persone, sfuggiva lo sguardo di tutti. Ritrovato anche l’ultimo diario a casa del professore, scritto proprio nei mesi precedenti alla morte, Leon, e con lui Igor e Ludmilla, si convincono che Kallmann avesse trovato un assassino libero e intendesse forse denunciarlo. 

Il luogo stesso dove è stato ritrovato morto, una casa abbandonata e diroccata, darebbe ragione ai tre colleghi. Infatti in quella casa, decenni prima, si era insediata una setta religiosa, il cui capo spirituale era misteriosamente scomparso. Forse il professore aveva scoperto l’assassino di quell’uomo. 

Al ginnasio intanto si respira una brutta aria: messaggi razzisti contro i ragazzi di origini straniere, scherzi crudeli ai danni degli stessi da parte di un gruppo di naziskin, finché si ritrova il capo di questo gruppo impiccato a un albero vicino alla scuola. I tre professori temono che qualche ragazzo straniero, troppo vessato dagli appartenenti al gruppo, abbia deciso di vendicarsi.

Andrea cerca di indagare sulla morte del professore per conto suo, chiedendo aiuto al compagno Charlie, che le fa domande strane sulla sua famiglia, in particolare sui suoi nonni. Ma non ottiene alcuna informazione e il personaggio di Charlie, rimarrà misterioso fino alle ultimissime pagine del libro. 

E la polizia? Come si suol dire, la polizia brancola nel buio: sia per la morte del professor Kallmann, sia per quella del giovane naziskin non si trovano colpevoli.

Toccherà al lettore dipanare la matassa, piuttosto complessa, e leggere tutto il libro per scoprire che niente è, anzi, niente era come sembrava. 

In " Gli occhi dell'assassino " Nesser ci racconta le usanze svedesi che ci paiono molto diverse dalle nostre. Per esempio Leon, che è in lutto per la perdita di moglie e figlia, impiega assai poco a consolarsi con la collega Ludmilla che, pur essendo sposata con due figli, non esita a buttarsi fra le sue braccia. Dall’altra parte Andrea, quando scopre dalla madre Ulrika che il padre che l’ha cresciuta non è suo padre biologico, vorrebbe partire per cercare in Inghilterra il vero padre. Pare insomma che per l’autore siano i legami di sangue quelli che veramente contano, più di quelli creati dalle istituzioni. E infatti anche il dramma e il mistero del professor Kallmann ruotano attorno a un fatto di sangue famigliare, che sarà svelato solo alla fine, ma che aveva condizionato tutta la sua vita. Forse il modo di sentire i legami di sangue non é poi così diverso nel popolo svedese e in quello italiano, e questo romanzo ci dà vari spunti per rifletterci sopra.



"  Gli occhi dell'assassino " di Hakan Nesser, edizioni Guanda, è un giallo psicologico intrigante e appassionante, lo trovate sia in cartaceo (528 pagine), sia in ebook.


Recensione scritta originariamente per MilanoNera e infatti la trovate anche  qui





 

giovedì 17 settembre 2020

" Omicidio al Roadhouse " di James Ross, un hard boiled da non perdere.

 

                                                    




Nella prefazione a questo romanzo Joe R.Lansdale dice di ritenersi un figlio illegittimo di James Ross, pur avendo letto il libro solo molti anni dopo la sua uscita. E in effetti ci sono molte analogie fra lo stile e la tipologia dei personaggi di questi due scrittori.

In “ Omicidio al Roadhouse ” la voce narrante è quella di Jack MacDonald, un contadino oberato dai debiti a cui non sa come far fronte. Per caso gli capita un’offerta di lavoro da parte di Smut Mulligan, che lo vuole come cameriere/tuttofare nel Roadhouse che intende costruire accanto al suo distributore di benzina. Mulligan ha in mente un locale dove si possa mangiare, bere (soprattutto) e anche ballare grazie a un jukebox. Siamo nel Sud degli Stati Uniti, e lo vediamo anche da come sono considerati i neri dai loro datori di lavoro e da tutti in genere.

In questo noir sembrerebbe che il protagonista Jack riesca a risolvere i suoi problemi, lascia la casa ai debitori, cede i terreni che non producono più cotone, vende il mulo e si trasferisce nel Roadhouse in costruzione.

Il rapporto fra Jack e Smut è quello di un’amicizia che può durare finché entrambi ne ricavano guadagno ma, purtroppo, Smut, nella sua mania di grandezza, contrae debiti per i mobili, per l’arredamento dei bungalow (a disposizione delle coppie che vanno a ballare) e per tutta l’attrezzatura del Roadhuse.

Capita però che quando gli uomini bevono troppo, svelano segreti che dovrebbero tenere per sé. Così Smut scopre che un suo cliente custodisce parecchie migliaia di dollari sotterrati nel terreno attorno a casa sua.

Senza nemmeno spiegare prima a Jack in quale disavventura lo sta trascinando, Smut uccide l’uomo e trova il denaro, che però non spartisce con Jack. Non aggiungo altro alla narrazione della vicenda perché gli avvenimenti diventano sempre più tumultuosi pagina dopo pagina.

Il senso amaro di “ Omicidio al Roadhouse ” è che certe persone, con o senza soldi, con sogni più o meno grandi, non potranno mai elevarsi o trovare fortuna sulla loro strada. Un noir davvero accattivante che sarete costretti a leggere in breve tempo per scoprire come finisce la vicenda.


" Omicidio al Roadhouse " di James Ross, tradotto da Seba Pezzani, sono 382 pagine nude e crude in brossura o in ebook, per la casa editrice Perrone.



Recensione scritta originariamente per MilanoNera e infatti la trovate anche qui:



mercoledì 15 luglio 2020

" La perla nera " di Liza Marklund, o del paradiso terrestre.







Il nuovo romanzo della Marklund è ambientato in un paradiso terrestre: una piccolissima isola al largo delle isole Cook. La protagonista, Kiona, insieme alla sua famiglia, vive dell’allevamento di ostriche da perle.  La descrizione di questo luogo così come delle usanze e dei cibi di questa comunità Maori, è veramente suggestivo e verrebbe voglia di partire subito per andarci a vivere.

Ma l’isola è tagliata fuori dal mondo, dato che da alcuni anni nemmeno le navi di trasporto merci ci fanno scalo. La popolazione ha dovuto necessariamente diventare autarchica in tutto e per tutto, e non per propria volontà. 

Un giorno, durante un ciclone, un yacht s’incaglia sugli scogli dell’isola. Unica persona a bordo Erik, uno svedese che viene salvato dalla gente del posto. E’ inevitabile che nasca una storia d’amore fra Kiona ed Erik, dalla quale nascono due figli: Johan e Iva. 

Kiona vorrebbe andarsene da lì, studiare altrove, conoscere la Svezia. Erik invece è completamente pacificato e felice, come se il suo passato, di cui non parla mai, sia un pericolo da cui tenersi alla larga.

Ma alcuni anni dopo arriva sull’isola un altro yacht, con uomini armati a bordo, e questi prelevano Erik e lo portano via. Che cosa avrà mai combinato nella sua vita precedente? Toccherà a Kiona scoprirlo, mettendosi sulle sue tracce, arrivando a Los Angeles per raggiungere Londra, per poi arrivare a Dar er Salam per approdare infine in Svezia. 

Liza Marklund è molto brava nel tenere il tasso adrenalinico sempre elevato e anche i personaggi secondari sono ben delineati. Sotto la storia d’amore, c’è una chiara critica al potere delle banche internazionali e all’influsso che il denaro ha sulla vita e sull’anima delle persone.

Un thriller che offre senz’altro spunti di riflessione al lettore, senza perdere di vista il suo compito principale, e infatti i colpi di scena sono fino all’ultima pagina.


" La perla nera " di Liza Marklund edizioni Marsilio, sono ben 512 pagine tradotte da Laura Cangemi, e potete trovarlo in entrambe le versioni, ebook e cartaceo.




Recensione scritta originariamente per MilanoNera e infatti la trovate anche qui:










lunedì 15 giugno 2020

" La memoria del lago " di Rosa Teruzzi, e dei misteri del passato.






Ormai sono così affezionata al trio delle "Miss Marple del Giambellino", che appena esce un nuovo libro di Rosa Teruzzi, devo leggerlo subito.

In " La memoria del lago ", come si evince dal titolo, le investigazioni di Iole e Libera sono ambientate non tanto a Milano, quanto a Colico, sul lago di Como. E' proprio da quel paese che proviene Iole, e dove Libera trascorreva le vacanze da bambina. 

Tutta la vicenda prende il via da un vecchio dossier di polizia che Libera si ritrova sul tavolo del suo laboratorio. Non sa chi possa averlo portato lì, ma i documenti che contiene attengono al caso della morte di una giovane donna a Colico, nell'immediato dopoguerra.

Quella morte riguarda da vicino la sua famiglia e in particolare Iole. Per questo motivo Libera si sente obbligata a scoprire la verità dietro quella morte, aiutata da Iole, dapprima riluttante, dalla giovane cronista Irene, detta la Smilza, con il suo capo detto Cagnaccio (o Dog). 

Il romanzo mi ha particolarmente colpito perché anche io, pur essendo nata e cresciuta a 20 km di distanza dal lago di Como, ho spesso sentito raccontare storie affini a quelle su cui indaga Libera. Uomini che, in cambio di denaro e gioielli, aiutavano gli ebrei o altri fuggitivi, a passare il confine fra l'Italia e la Svizzera, passando da sentieri nascosti su per il lago. 

In questo libro Rosa Teruzzi divide equamente il suo amore per il lago, data l'ambientazione, e quello per Milano, con numerose citazioni di Enzo Jannacci e di Alda Merini. Il libro mantiene però la sua omogeneità nello stile poetico e nella leggerezza, nel senso migliore del termine, con la quale l'autrice tratteggia tutti i suoi personaggi.

E poi c'è finalmente una svolta nella vita privata di Libera, ma non voglio fare spoiler. Immagino ne sapremo di più nel prossimo libro!



" La memoria del lago " di Rosa Teruzzi, edizioni Sonzogno, 144 pagine che si leggono in un soffio, disponibile in cartaceo ed ebook. 






martedì 26 maggio 2020

" Lezioni di disegno " di Roberta Marasco, e i segreti di una famiglia.










E' un bel romanzo corale " Lezioni di disegno " di Roberta Marasco, nel quale impariamo a conoscere Julia, Olga e Anna  subito dopo la morte della loro madre Gloria. Quattro donne e se già sarebbe difficile il rapporto fra le sorelle, qui le differenze caratteriali hanno sempre impedito una comunicazione diretta e sincera fra loro e la madre. Le tre sorelle si incontrano nella casa di Pedralbes, dove avevano vissuto con i genitori e dove è morta la madre. Alle tre sorelle si aggiunge April, che dalla madre Olga ha preso l'insofferenza per le regole e l'impulsività. 

La casa deve essere venduta e Julia, che dopo l'ennesimo rapporto sentimentale finito si ritrova senza casa e senza lavoro, si prende l'incarico di impacchettare tutti gli oggetti che erano appartenuti alla madre. La sorella Anna è troppo impegnata con le cene di lavoro del marito, Olga è indifferente, solo la nipote April le dà una mano.

Improvvisamente compare una foto, lasciata sul tavolo da una donna che ha fatto parte della vita di Gloria quando era giovane. Da quella foto Julia comincia a indagare per scoprire se la madre avesse avuto un segreto portato nel cuore fino alla morte. E questo segreto esiste, o meglio esisteva, e questa scoperta apre a Julia il mondo nel quale viveva la madre prima della nascita delle figlie: la Spagna post-franchista, le manifestazioni, la repressione. 

E' molto bello questo alternarsi fra i momenti i cui le sorelle e la nipote interagiscono, a volte litigano anche, e lo scorrere come un film della vita della madre. Il segreto che Julia riesce a scoprire è però legato a una rinuncia, che alla fine ricongiunge gli animi delle tre sorelle. 

A comprendere che la madre non era solo bon ton, bei vestiti e freddezza, a questo serve il segreto svelato, ma che c'era anche un'altra madre, e la chiave per scoprirla era proprio sotto gli occhi dell'intera famiglia, nel quadro dipinto dalla madre e appeso in salotto, sopra il tavolo da pranzo.

E' un bel romanzo questo della Marasco, che si legge con piacere per lo stile scorrevole, a tratti romantico ma mai zuccheroso o patetico. Un tentativo ben riuscito di scavare nella psicologia di cinque donne che hanno lottato e lottano per la loro indipendenza in tempi tanto diversi, ma sempre sullo sfondo della bellissima Barcellona.


" Lezioni di disegno " di Roberta Marasco, 288 pagine, Fabbri editore, disponibile sia in cartaceo sia in  ebook.








domenica 10 maggio 2020

Intervista a Raul Montanari realizzata per MilanoNera.








Raul Montanari, in libreria con "La seconda porta", Baldini + Castoldi Editore, ha cortesemente accettato di rispondere a qualche nostra domanda sul suo libro e sulla narrativa al tempo del Covid.


Nei tuoi romanzi c’è spesso l’incontro –scontro fra un adulto e alcuni adolescenti, tanto che io considero i tuoi libri anche dei romanzi di formazione. Perché in quest’ultimo hai scelto di narrare di adolescenti arrivati in Italia con i barconi?

La narrativa dovrebbe sempre cercare di raccontare il generale dentro il particolare, proporre storie che abbiano alle spalle qualcosa di più grande. La “seconda porta” della casa del protagonista, attraverso la quale entra un adolescente magrebino in fuga, è l’emblema dell’Italia, porta di accesso impossibile da chiudere in faccia ai migranti.

Il protagonista Milo, un pubblicitario di successo che si occupa di campagne sociali, prova una sorta di supremazia “etica” sul suo socio Pietro, che si occupa invece delle campagne normali, quelle “che portano soldi”. E’ solo una mia impressione, almeno all’inizio del romanzo?

L’atteggiamento di Milo somiglia a quello di uno scrittore adorato dalla critica che però vende poco, davanti a un collega che non è artisticamente alla sua altezza ma piace al pubblico. Per fortuna, però, l’enorme carica di autoironia di Milo (ai limiti dell’autodenigrazione) gli impedisce di diventare antipatico: più che un benefattore e un guru della comunicazione progressista, lui ha finito per considerarsi un procacciatore di alibi per chi vuole sentirsi buono e avere la coscienza a posto. È il tema etico alla base di tutto il libro: è davvero possibile fare del bene, nelle piccole cose e in quelle grandi?

La porta segreta che si trova nel nuovo appartamento che Milo acquista, non è forse un varco attraverso il quale si intrufola non solo Adam, ma anche tutti i pensieri negativi e il senso di insoddisfazione di Milo?

La porta è un simbolo della nostra ossessione di controllo. Noi facciamo la guardia a tutti gli accessi da cui possono arrivarci imprevisti: il nostro corpo, le nostre emozioni, il nostro lavoro, la nostra posizione nella società… ma ce n’è sempre uno che rimane sguarnito e da lì l’inatteso si fa strada. Non è detto che sia un male. La vita di Milo, prima dello sconvolgimento che viene a portargli Adam, che vita era? Irrigidita, ripetitiva, percorsa da crepe profonde (i sensi di colpa e di inadeguatezza, l’insonnia, l’alcol, il vizio notturno di cercare video atroci nel deep web, la sfiducia nel proprio lavoro, la mancata paternità, il rapporto inesistente con la famiglia…). Quando arriva Adam, arriva l’avventura! E la vita di Milo, finalmente, si rimescola e prende una nuova direzione.

Milo compie un doppio tradimento nei confronti dell’amico Luca Pandoro: non gli racconta la storia di Adam e non gli rivela che è nascosto a casa sua. Luca è forse l’unico personaggio visceralmente buono nel romanzo: essere traditi è forse il destino di tutti i buoni?

È verissimo quello che dici. Aggiungerei che Milo è un traditore nato. Oltre all’amico tradisce la sua ex moglie quando questa gli chiede di avere un figlio, tradisce la fiducia del suo socio nell’agenzia pubblicitaria, tradisce lo stesso Adam quando la storia si avvia verso il finale che non vogliamo rivelare. Tradisce Vera, la giovane architetta di cui si sta innamorando, quando le nasconde la presenza di Adam, ma prima ancora quando mortifica l’orgoglio professionale della ragazza perché lui vuole ben altro da lei. D’altronde ha tradito anzitutto se stesso, i suoi ideali di quando era ragazzo, ciò per cui ha studiato e lavorato.

E’ incredibile come Milo non si ponga mai dei dubbi sulla storia di Adam: è il suo senso di paternità mancato a renderlo, a tratti, così ingenuo?

Certamente sì, però la storia di Adam mi sembra anche molto verosimile. In un certo senso si potrebbe dire che nella Seconda porta la narrazione procede al ritmo con cui Milo scopre le bugie (poche ma fondamentali) che Adam gli ha raccontato: sono queste rivelazioni progressive a introdurre le svolte, i colpi di scena. A parte questo, l’omosessualità di Adam crea fra lui e Milo una relazione asimmetrica: Milo vede in Adam il figlio che non ha avuto, Adam vede in Milo (almeno all’inizio) l’ideale di un amante maturo, affascinante, duro ma protettivo. Sono come due che vorrebbero abbracciarsi ma non ci riescono, afferrano l’aria.

Il personaggio di Ric Velardi ormai è una conoscenza fissa per i tuoi lettori, ma in quest’ultimo libro ha un compito davvero sgradevole: gli hai affidato le sorti di Adam. Perché a lui?

Velardi è un personaggio così particolare che è stato definito in molti modi. Anzitutto è un detective anomalo, perché non è mai il protagonista delle storie: interviene solo da un certo momento in avanti ed è sempre descritto dall’esterno, non sappiamo nulla dei suoi pensieri. Sembra che venga da un altro pianeta. È un deus ex machina capace di risolvere i nodi “noir” delle vicende, ma non risolve mai quelli esistenziali del protagonista: addirittura li aggrava, li mette a nudo. Quando è comparso la prima volta nel 2009, nel romanzo Strane cose, domani che considero uno dei miei migliori, non pensavo che sarebbe tornato. La sua originalità sta nel fatto che combina due aspetti contraddittori. Da una parte sembra dotato di qualità davvero divine, come onniscienza e onnipresenza. Dall’altra è un dio improbabile, comico e quasi grottesco (quell’impermeabile, la salsa di soia in tasca, il tic che lo tormenta…), un dio minore, diciamo. È il vicino di casa che tutti vorremmo avere, o forse il fratello maggiore, quello che ci risolve i problemi, ma con qualcosa di misterioso e inafferrabile. Nemmeno io so chi è Velardi… non so nemmeno da dove è arrivato! Una curiosità: compare anche nel romanzo Nero a Milano del mio caro amico Romano De Marco.

E’ abbastanza sintomatico che Milo desideri raccontare subito la vicenda di Adam non a Vera, di cui si sta innamorando, ma alla ex compagna Elisa: è come se volesse dirle “vedi, potevo essere un buon padre.”

Hai ragione. Credo che il momento in cui Milo, esausto dopo tutte le emozioni che ha provato, prende il telefono e fa il numero di Elisa sia forse una delle cose più belle del libro, perché è un momento di verità. Prima di sentirsi libero di amare Vera, Milo deve chiudere i conti con questo passato tenace, ostinato, che gli è rimasto attaccato addosso.

Al posto di Milo, avresti denunciato Adam?

No, mi sarei comportato proprio come lui. In generale, per me immaginare un protagonista significa mettermi nella sua situazione, come in un gioco di ruolo o in un set di realtà virtuale, e domandarmi: io cosa farei? Il protagonista delle storie che scrivo sono sempre io, il divertimento è proprio quello di mettermi alla prova infilandomi dentro corpi, identità, vite che non sono la mia. D’altronde si è detto che chi non legge vive solo la propria vita, mentre chi legge vive tutte le vite dei personaggi che trova nei libri. Vale anche per chi scrive.

Milo aiuta economicamente Adam, in fondo si tratta di una paternità “a distanza”. C’è spazio in lui, adesso, per un figlio?

Milo non avrà mai un figlio. Come me, d’altronde. Si accontenterà di fare il padre con i giovani creativi della sua agenzia, come io lo faccio con i giovani autori che da più di vent’anni vengono alla mia scuola di scrittura.

Secondo te esistono uomini che non hanno avuto figli che sentono, al pari delle donne, un senso di vuoto, di inadeguatezza, di mancanza di stimoli per il futuro?

Questa è una bellissima domanda. Per quello che ho osservato in me stesso e negli altri non c’è paragone fra l’impulso alla maternità e quello alla paternità. Il corpo di una donna è, sul piano biologico e fisiologico, una macchina per riprodurre. È impossibile che una donna non senta profondamente, dentro di sé, questo senso del corpo che la spinge a immaginare la maternità fin da bambina, a fare i conti con essa – il che non toglie che possa scegliere di non essere madre. Direi che invece i maschi si dividono in due gruppi: la maggior parte di loro ha un desidero di paternità più o meno intenso, ma ce ne sono molti che fanno figli solo perché questo è il desiderio della donna che hanno accanto… salvo poi magari innamorarsi del cucciolo.


Tu dici che la letteratura dovrebbe sempre cercare di raccontare il generale dentro il particolare, pensi che questa situazione di pandemia con annessa quarantena, possa in qualche modo cambiare la prospettiva? Intendo, in una situazione in cui tutti stiamo più o meno vivendo la stessa realtà, non sarebbe normale per la narrativa concentrarsi sul particolare?

Sì, nel senso che siamo abbastanza sicuri che quello che capita a uno di noi capita a tutti. Quindi è più che mai verosimile l’idea che raccontare semplicemente qualcosa di personale abbia un valore rappresentativo generale.



MilanoNera e la sottoscritta ringraziano Raul Montanari per la disponibilità




venerdì 24 aprile 2020

"La seconda porta " di Raul Montanari, di tradimenti e di amicizia.








In quest’ultimo romanzo  di Raul Montanari il protagonista è Milo, che in società con l’amico Pietro dirige un’agenzia pubblicitaria. I compiti fra i due sono ben definiti: Pietro si occupa della parte amministrativa e crea, con l’aiuto di vari collaboratori, le campagne che “fanno soldi” . Milo, invece, si occupa delle campagne sociali che danno visibilità positiva. 


Improvvisamente muore l’anziana coppia che viveva nell’appartamento sopra quello di Milo, e lui acquista dal figlio la casa, che quando sarà sistemata e unita al suo appartamento diventerà un’abitazione anche troppo grande per lui. Infatti l’uomo vive solo: la sua donna l’ha lasciato dopo che lui si è rifiutato di sottoporsi alla fecondazione assistita.

Una sera Milo sente dei rumori provenire dal piano superiore, che è vuoto. Salendo a controllare scopre che Adam, un ragazzo tunisino, si è rifugiato lì. Il ragazzo era nel gruppo che aveva aiutato Milo a svuotare dai mobili l’appartamento dei due anziani. Adam aveva scoperto (e prima di lui Milo) che nell’appartamento c’è una porta segreta, " La seconda porta " appunto, che attraverso una scala conduce all’esterno.  Il ragazzo racconta a Milo di essersi nascosto lì perché è arrivato in Italia con un barcone, come migliaia di altri esseri umani, ma ha poi denunciato gli scafisti e questi ultimi vogliono vendicarsi. Adam racconta poi a Milo che nella fuga ha perso la vita suo fratello maggiore Tariq. 
Milo, dapprima scettico poi sempre più empatico nei confronti di Adam, accetta di nasconderlo e poi gli compra scarpe e vestiti, quasi come fosse un surrogato del figlio che non ha voluto avere. 
Ma la vicenda è molto più complessa di come sembri, e a insinuare il dubbio sulla sincerità di Adam è il personaggio “ricorrente” di Raul Montanari: quel Ric Velardi che gira sempre con un barattolo di salsa di soia speciale in tasca. 

A questo punto Milo si trova di fronte a due grossi problemi: rivelare o no al tutore di Adam, suo grande amico nonché cliente, che sta nascondendo il ragazzo a casa sua? E poi deve credere alla narrazione di Adam o a quella ancor più terribile di Ric Velardi?

Non aggiungo altro per non fare spoiler, ma nel romanzo di Montanari vengono toccati molti temi importanti: la maternità e la paternità, la possibilità di fare davvero del bene e alle persone giuste, il tradimento e, come sempre nei suoi libri, l’amicizia. Un noir che continua ad apparirmi, come i precedenti, anche un romanzo di formazione, dove nessuno è perfetto né ha la verità in tasca. Con il suo stile secco e profondo insieme, Raul Montanari ci racconta una faccia dell'Italia che spesso non vogliamo guardare.


" La seconda porta " di Raul Montanari edizioni Baldini+Castoldi sono 348 pagine che leggerete d'un fiato, disponibile in cartaceo e in ebook.



sabato 25 gennaio 2020

" Un inutile delitto " di Jill Dawson, quando le vittime non sono tutte uguali.






" Un inutile delitto " di Jill Dawson, scrittrice inglese e docente di scrittura creativa, è il secondo pubblicato in Italia da Carbonio Editore dopo “ Il talento del crimine ”.

L’autrice si ispira a un fatto di cronaca vera, anzi un vero e proprio cold case, avvenuto a Londra nel 1974. Nel romanzo narra le vicende di Amanda River, detta Mandy, una giovane che fugge dal suo villaggio di Thetford nel Cambridgeshire per andare a lavorare come babysitter a Londra. Uso il verbo “fuggire” non per caso, ma proprio perché Mandy se ne va all’insaputa della sua famiglia, dopo essere stata tormentata per anni da una madre anafettiva e crudele. 

Dietro di sé Mandy lascia un’adolescenza che ha significato essere vittima di uomini più grandi, egoisti e calcolatori, e le disavventure amorose non hanno lasciato come conseguenza soltanto cicatrici nella sua anima…

Arrivata a Londra, Mandy crede di aver trovato il paradiso: lontano dai giudizi cattivi della madre, in compagnia dell’amica Rosemary, può essere finalmente indipendente grazie al suo lavoro: tata per i figli dei conti di Morven. Da subito Mandy si rende conto che i due bambini, James di 10 anni e Pamela di uno, hanno i genitori devastati dalla fine del loro matrimonio. Infatti la madre passa le giornate fra Tv e psicofarmaci, mentre il padre ha ingaggiato degli investigatori privati che girano sempre intorno casa per controllare la ex moglie. 

Nonostante l’atmosfera non sia delle migliori, Mandy cura con attenzione i bambini affidatigli che si affezionano a lei. Così riesce anche a vivere finalmente la parte di giovinezza che aveva perso: in un pub conosce Neville, un uomo dal passato misterioso, con il quale intreccia una relazione molto intensa. 

Ma l’instabilità mentale del conte di Morven non viene compresa fino in fondo da Mandy, nonostante una vacanza passata con lui e con i figli. E nemmeno l’amica Rosemary, che pare una inesperta Cassandra, riesce a intuire la vera natura dell’uomo.

Quando la tragedia si compie, Mandy diventa una vittima senza diritti, un nome sui giornali di cronaca nera. Ben altro spazio viene lasciato ai conti di Morven. Ma non aggiungo altro perché sempre di un noir ad altissima tensione si tratta.

Jill Dawson, dedicando questo libro a Sandra Rivett, la vera vittima alla cui vicenda si è ispirata, ha creato un libro sferzante, ruvido, dallo stile incisivo e senza sconti, e tuttavia è riuscita a guardare il mondo con gli occhi innocenti e ingenui di Mandy e Rosemary. 

Ci ha così restituito i personaggi delle due ragazze con profonda umanità, senza mai cadere nel patetico, anche se la sottoscritta, per motivi personali, si è commossa in più punti del libro. “ Un inutile delitto “ è un romanzo che va oltre le categorie del thriller o del noir, un grande affresco sulle differenze sociali e sulla vita, spesso sacrificata, delle ragazze di provincia, di qualsiasi provincia in qualsiasi nazione.

Jill Dawson è senz’altro una brillante scoperta della Carbonio Editore, e dopo questo libro ho iniziato subito a leggere il precedente “ Il talento del crimine ”: mi auguro che vengano pubblicate presto anche le altre sue opere.



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sabato 18 gennaio 2020

" Il boia " di Eduard Limonov, o di come avere successo grazie al sesso sadomaso







“ Il boia “ di Eduard Limonov, edizioni Sandro Teti, è stato scritto dall'autore e pubblicato solo in Francia negli anni '80 e successivamente in Russia, ottenendo uno straordinario successo di vendita. Limonov, come tutti i grandi romanzieri russi, crea un romanzo attorno a un unico personaggio, Oscar, e su un tema essenziale che in questo caso è l’ascesa del protagonista, nella società bene di New York,  grazie al sesso.

L’editore Sandro Teti lo ripropone ora ai lettori italiani: “Il boia”, già dal titolo e dalla copertina inquietante, non è un libro facile da leggere (e nemmeno da digerire). Oscar è un immigrato polacco trentenne che aveva aspirazioni letterarie a cui ha rinunciato senza nemmeno provare a scrivere, e ora vive alla giornata a New York. Quando incontra un ricchissima donna dell’alta società, che lo coinvolge in una relazione sessuale sadomaso, Oscar comprende quale è il suo posto a New York: diventerà il “boia” della donne, utilizzando il sesso sadomaso a pagamento.

Nella sua ascesa repentina nell’upper society, Oscar mette a nudo i vizi e le perversioni di tutti i personaggi che incontra, ma nel frattempo continua a provare gelosia per Natasa, bellissima ragazza russa che vive facendosi mantenere da uomini ricchi. In lui ci sono la vitalità grottesca dell’uomo che si traveste da boia, per infliggere alle sue vittime paganti i più fantasiosi strazi nella carne, che servono a godere di più. La sua trasformazione in uomo ricco e ben vestito non porta però soddisfazione nella sua vita. In fondo rimane sempre l’immigrato polacco Oscar, votato all’autodistruzione, nonostante l’energia che pare trasfondere nelle sue clienti ricchissime, potenti e sofferenti di solitudine.

Eduard Limonov non ci nasconde niente, pare volerci buttare in faccia la realtà più misera e tetra delle persone nelle loro camere da letto. E non lo fa per stupirci o attirare attenzione su un romanzo davvero unico; è come se a ogni passaggio di girone infernale Oscar ci dicesse: vedete, questo è il mondo, questo sono io, ma siete anche voi se solo aveste il coraggio di confessare le vostre inclinazioni perverse.

In sostanza “Il boia“ è un libro antipatico e urtante, come il suo autore, e leggendolo a volte si è tentati dal lasciarlo cadere. Ma il ritmo e lo stile energico impresso da Limonov e la curiosità di vedere come va a finire il protagonista, ci portano fino all’ultima pagina. Un romanzo che non lascia indifferenti e che meritava di essere pubblicato dopo tutti questi anni di oblio.


" Il boia " di Eduard Limonov, Sandro Teti Editore, sono circa 300 pagine avvincenti e malinconiche insieme, che potete trovare sia in versione cartacea sia in ebook su tutti i siti online. Il traduttore del romanzo è Federico Pastore.





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mercoledì 30 ottobre 2019

Intervista ad Andrée Michaud, autrice di "L'ultima estate".





Incontriamo Andrée Michaud dopo l’uscita in Italia di “L’ultima estate”, il suo ultimo romanzo giallo che ha ricevuto il premio canadese Governor General per la letteratura.

1. “L’ultima estate” è ambientato a Bondrée, un’area all’interno del Quèbec vicino al confine con gli Stati Uniti, durante l’estate del 1967. Perché ha scelto questo bellissimo luogo boschivo di villeggiatura e questo anno per il suo romanzo giallo?

Ho conosciuto Boundary quando ero bambina, quindi molto tempo fa, e ho sempre mantenuto di questo luogo dei ricordi pieni di odori, di ombre e di luci che mi ritornano alla memoria con il solo pensare al luogo. Nel momento in cui ho cominciato a scrivere questo romanzo, soggiornavo, grazie a una borsa di studio, nella casa di campagna di Gabrielle Roy, una dei nostri grandi autori, e faticavo a trovare il soggetto che mi poteva attirare. Fino alla sera in cui, seduta nella veranda, un odore di foglie morte mi ha portato alla memoria i profumi di Bondrée. A partire da quel momento, ho saputo che il mio romanzo poteva avere come cornice quel luogo selvaggio che, all’epoca, non aveva che due o tre riserve di caccia. Naturalmente il personaggio di Pierre Landry, che sopravviveva mettendo trappole per gli animali per avere le loro pellicce, è il primo che si è presentato in quella cornice. Del resto la Bondrée che avevo conosciuto assomigliava di più a quella in cui aveva vissuto Pierre Landry piuttosto che a quella in cui hanno luogo gli avvenimenti descritti nel romanzo. In seguito ho fatto di Landry un fantasma la cui leggenda abita quei luoghi e si perpetua fino agli anni sessanta, periodo nel quale tenevo a situare l’intrigo perché sono gli anni della mia infanzia, che io associo inevitabilmente a Bondrée.


2. “L’ultima estate” è raccontata da vari punti di vista, anche se la voce preponderante è quella di Andrée, una ragazzina di dodici anni. C’è un motivo particolare per il quale ha scritto il romanzo con questo stile?

Il motivo è che desideravo che l’intrigo del romanzo si sviluppasse negli anni della mia infanzia, e siccome volevo ritrovarci gli stessi colori, è stato naturale per me che la narratrice principale fosse una bambina. In corso d’opera, la presenza di questa bambina mi ha permesso di parlare del suo primo incontro con la morte, e della perdita dell’innocenza e del confine fragile che esiste fra l’infanzia e il dramma, che può farla precipitare proprio dove la spensieratezza perde il suo senso. Il mio obiettivo, in effetti, era di opporre il punto di vista di questa bambina, che non era ancora stata segnata dai pregiudizi che circolavano attorno a Sissy Morgan e a Zaza Mulligan, al punto di vista degli adulti che la circondavano. Ho dovuto quindi far ricorso a un narratore onnisciente che si prende in carico tutti gli altri personaggi, ivi compreso l’ispettore Michaud e il suo collega Jim Cusak. 


3. Andrée, una dei protagonisti del romanzo, ha il suo nome di batteismo, mentre l’ispettore Michaud ha il suo cognome. Forse la ragazzina impersona la sua giovinezza e l’ispettore il  punto di vista della sua maturità?

All'inizio il fatto di dare il mio nome e il mio cognome a questi due personaggi è stato semplicemente come strizzare l’occhio al lettore, per dirgli che l’autrice di nascondeva dietro ciascuno dei suoi personaggi, qualsiasi essi fossero, e, al limite, tutti i miei personaggi avrebbero potuto avere il mio nome, ma questo avrebbe potuto creare una certa confusione. Tuttavia mi rendo conto oggi che ho donato a questi due personaggi, e in modo assolutamente inconscio, molte delle mie caratteristiche. Lei ha quindi ragione nel supporre che l’infanzia della giovane Andrée ha dei legami con la mia infanzia, e che la figura dell’ispettore Michaud è la figura della maturità, con tutti i tormenti e gli interrogativi che vi si possono associare. Io aggiungerei in effetti, che condivido i tormenti dell’ispettore Michaud, anche se non mi sono mai confrontata con una violenza quotidiana come accade a lui, e che invece certi ricordi che gli presto sono anche i miei.


4. Ci sono molte frasi scritte in inglese che non sono state tradotte, come per rimarcare una certa differenza fra i personaggi americani e quelli canadesi. Lei pensa che le persone pensino o si comportino in modo diverso a seconda della loro nazionalità, o forse era così negli anni Sessanta?

Per me è chiaro che la lingua parlata influenza in parte il nostro modo di pensare, anche se ci sono numerosi altri fattori che vanno considerati. So che ci sono molte scuole di pensiero su quest’argomento, ma personalmente aderisco a questo: sì, la lingua di comunicazione naturale di un individuo, la sua lingua materna forgia fino a un certo punto la sua visione del mondo. Detto questo, ho inserito qua e là nel testo dei passaggi in inglese per assicurare la verosimiglianza del racconto. In effetti, dato che le azioni si svolgono in un luogo di frontiera dove si confrontano degli anglofoni e dei francofoni, la verosimiglianza esigeva che questa distinzione linguistica fosse indicata, in un modo o nell’altro. Questa differenza è anche visibile nei discorsi di Andrée, nel suo modo di storpiare l’inglese, nel rimorso dell’ispettore Michaud, che è dispiaciuto di aver perso la lingua dei suoi antenati, nell’intervento di Brian Larue, che farà da interprete per la polizia, ecc. “L’ultima estate” costituisce poi il terzo libro di quella che ho intitolato la mia trilogia americana, che è cominciata con “Mirror Lake” e “Lazy Bird”, due altri miei romanzi. Questa trilogia non è fondata sul ritorno di certi personaggi da un romanzo all’altro o sulla continuità di una narrazione, ma proprio sui temi che affronto, in particolare sulla situazione dei francofoni nel Québec e negli Stati Uniti. In questi romanzi volevo interrogarmi su quanto, al di là della lingua, ci avvicina e quanto ci distingue dai nostri “vicini del sud”, gli americani, che con noi condividono numerosi tratti culturali che, tuttavia, si definiscono in modo differente nel Québec. Si tratta di una trilogia sulla nostra “Americanità”, essendo canadesi del Québec, e sulla nostro situazione particolare essendo francofoni in America.


5. La storia di “L’ultima estate” avviene in una piccola comunità di famiglie americane che sono in vacanza in un campeggio isolato nel Québec. Lei pensa che questo tipo di comunità possono essere sconvolte più facilmente da crimini e violenza?

E’ strano, perché questa domanda mi è stata posta due volte recentemente e io non l’avevo mai pensata in questi termini. Io non credo che i campeggi o i luoghi di villeggiatura siano luoghi più propizi al crimine o alla violenza piuttosto che i luoghi urbani. Credo al contrario che l’isolamento di questi luoghi e la presenza della natura siano dei terreni fertili per costruire una storia che si concluderà in un dramma. Ironicamente una gran parte del mio romanzo più recente, “Tempête”, che è appena stato pubblicato nel Québec, si svolge nello stesso modo in un campeggio dove si sviluppano degli avvenimenti a dir poco violenti. In questo caso preciso, ho scelto ancora il luogo in funzione del suo isolamento, ma anche perché in questo genere di luogo si trova una piccola comunità che, nell’arco di poche settimane, vive una specie di anarchia, staccata dal resto del mondo e sottomessa alla promiscuità.





6. Gli avvenimenti che succedono a Bondrée nell’estate del 1967 cambiano la vita di tutti i personaggi giovani del suo romanzo. Ho amato la sua abilità nel descrivere l’ultima estate dell’infanzia delle quattro ragazza: Zaza, Sissi, Frenchie e Andrée. Penso che il suo romanzo noir sia decisamente anche un Bildungsroman che racconta il passaggio dall’innocenza all’esperienza. Lei è d’accordo con me?

In effetti sono d’accordo con lei. Come dicevo prima, nel caso preciso della giovane Andrèe, l’estate del ’67 segna la fine dell’innocenza e il passaggio a un’età che non è ancora l’età adulta, ma non è più nemmeno quella dell’infanzia. E’ un momento di transizione, una frontiera poco certa dalla quale Andrée ormai guarda il suo avvenire. D’altra parte la questione della frontiera è onnipresente nel mio romanzo: frontiera geografica, frontiera linguistica, frontiera fra l’infanzia e l’età adulta, frontiera fra il bene e il male, fra l’inferno e il paradiso. Nel caso di Frenchie il passaggio sarà ugualmente molto brusco, perché lei perderà nel corso di quell’estate due ragazze delle quali voleva essere amica.  Per quel che riguarda Zaza e Sisy, loro conosceranno solo la spensieratezza di quell’estate senza sapere che sarà la loro ultima estate.


7. “L’ultima estate” sottolinea il potere dell’amore ma anche i suoi aspetti devastanti: Pierre Landry e il suo amore non corrisposto agiscono come un fantasma lungo tutto il romanzo. Jim Cusack, l’assistente di Pierre Michaud, è davvero innamorato di sua moglie ma non capisce che le investigazioni lo stanno portando lontano da lei. Lei ha veramente un’opinione così negativa dell’amore? 

Peccato che questa intervista non sia stata registrata, perché mi avrebbe sentito ridere. E’ vero che non do all’amore un’immagine molto positivo, ma le storie d’amore che durano sono, sfortunatamente, molto poche. Non ho a priori un’immagine negativa dell’amore, ma sono cosciente che si tratta di un sentimento complesso, che unisce individui che essi stessi portano con loro un carico di complessità, e che, a partire da questo fatto, l’amore è un sentimento molto fragile che non può sopravvivere a certe situazioni. L’amore di Pierre Landry, ad esempio, è votato all’eccesso fin dall’inizio, perché si tratta di un amore immaginario. Nel caso di Cusack non mi sono inventata nulla, ho solo ripreso uno dei vecchi clichés che dicono che l’amore non resiste all’assenza. Al contrario, credo di donare un’immagine piuttosto positiva dell’amore nel caso dell’ispettore Michaud e di sua moglie Dottie. Questa coppia è fondata sull’accettazione dell’altro così come è e, proprio per questa ragione, è stato in grado di durare ai venti e alle mareggiate. Dal mio punto di vista, Michaud e Dottie sono l’esempio perfetto dell’amore che, grazie al tempo e alla saggezza, si trasforma in un’unione incondizionata.


8. La musica e le canzoni degli anni Sessanta sono spesso evocate nel suo romanzo. Come fan dei Beatles, mi è piaciuto il tema ricorrente di “Lucy in the Sky with Diamonds”. Quale importanza ha la musica per lei, come donna e come scrittrice?

Quando scrivo mi servo innanzitutto della musica che può testimoniare di un’epoca. I pezzi musicali che attraversano “L’ultima estate” mi sono serviti a situare il momento dove si svolge l’azione e a far entrare il lettore in un certo ambiente e in una certa atmosfera. I pezzi musicali permettono anche di parlare della cultura musicale di miei personaggi, il che corrisponde proprio a uno dei miei propositi della mia trilogia americana: sapere che francofoni e anglofoni di uno stesso continente possono ricongiungersi o distinguersi, non fosse altro che per la musica che ascoltano. Ho anche parlato molto della musica nel mio “Lazy Bird”, il cui titolo è preso da un pezzo musicale di John Coltrane, e il cui personaggio principale è un disc-jokey. La musica, in quel romanzo, occupa uno spazio molto importante ed è grazie alla musica che raggiungo lo stile della narrazione. Detto questo, non sono assolutamente un’esperta di musica e per “Lazy Bird” ho dovuto fare numerose ricerche.


Grazie per il suo tempo e il suo interesse nel rispondere alle mie domande sul suo romanzo.

Ringrazio lei per la sua lettura molto pertinente de “L’ultima estate”.

Ringrazio Marsilio Editore per la collaborazione. Risposte di Andrée Michaud tradotte dal francese dalla sottoscritta, intervista da me ideata per MilanoNera, la potete leggere anche qui