venerdì 12 maggio 2017

" Tutto quello che non ricordo " di Jonas Hassen Khemiri o di come essere uno, nessuno e centomila.




Ho "conosciuto" l'autore del libro qualche mese fa, in un interessante reportage televisivo con interviste ad alcuni scrittori svedesi. Mi aveva molto colpito la sua affermazione che in Svezia sia presente una certa dose di razzismo verso gli immigrati o verso chi è nato da coppie miste come lui (madre svedese, padre tunisino). Jonas Hassan Khemiri vive a Stoccolma, ha pubblicato 6 libri, tradotti in varie lingue, e 6 drammi teatrali: ha ricevuto vari premi in entrambe le categorie. Nel 2013 ha avuto enorme notorietà la sua lettera aperta al Ministro di Giustizia svedese, dove spiegava come in Svezia è molto più facile essere arrestati se si hanno la pelle scura e i capelli lunghi come lui. Quando mi è capitato fra le mani il suo ultimo libro "Tutto quello che non ricordo", l'ho letto quindi subito con molta curiosità. 

La struttura del romanzo a prima vista sembra essere quella del genere giallo, ma non c'è nulla in comune con le opere dei più famosi scrittori nordici: qui la vittima è proprio il protagonista, Samuel, e lo scopriamo nelle prime pagine. All'autore non interessa infatti farci scoprire chi ha ucciso Samuel, anche lui figlio di madre svedese e padre arabo, ma piuttosto indagare su chi fosse veramente il ragazzo. 

Jonas Hassan Khemiri pare volerci svelare chi sia Samuel attraverso il punto di vista di varie persone che lo hanno conosciuto, narrazioni che vengono raccolte da uno scrittore senza nome, alter ego dell'autore, con apparente casualità. Ma più proseguiamo nella lettura del romanzo, e più l'immagine complessiva del protagonista si sfuma, diventa contraddittoria e ambigua. 

Samuel mi è apparso come l'antagonista perfetto di Faber, protagonista dell'omonimo romanzo di Tristan Garcia (se non avete ancora letto " Faber ", ve lo consiglio di nuovo e potete saperne di più leggendo la mia recensione qui ). Laddove Faber, orfano di genitori algerini in Francia, è affascinante, seduttore e leader già da ragazzino, il Samuel di " Tutto quello che non ricordo " è un novello Zelig di alleniana memoria (non conoscete il film....non so che dire, guardatelo più tardi da qui ). Desideroso di imparare quante più cose possibili sulla vita umana, anche le più assurde e inutili, Samuel viene descritto da alcuni come un ragazzo generoso, da altri come estremamente tirchio; per qualcuno è empatico, anzi fin troppo attento alle esigenze altrui, per qualcun altro egocentrico ed egoista; fin troppo maturo per la sua giovane età ma a volte infantile e narcisista. Tutte le descrizioni e le sfaccettature contrastanti di Samuel, vere o funzionali ai bisogni e al senso di colpa di chi le narra, non ci aiutano a capire chi fosse veramente il ragazzo o perché è morto. Attraverso i vari personaggi narranti, che paiono usciti da una dramma pirandelliano, assistiamo a un affresco allegorico della società svedese, con zone d'ombra che paiono ingoiare tutti: svedesi e figli di immigrati, giovani e vecchi. 

E bravissimo è l'autore a farci arrivare, quasi per caso, all'autentico punto fermo: come Samuel era uno, nessuno e centomila e mai avremo certezze sulla sua vita e sulla sua morte, allo stesso modo sono cangianti gli altri personaggi del romanzo e la stessa società svedese. Un enigma nel e del romanzo che Jonas Hassan Khemiri lascia volutamente insoluto. Da leggere, lasciandosi trasportare dallo stile narrativo non usuale, per provare a comprendere cosa stia accadendo non solo nella società svedese ma in tutta la nostra vecchia Europa. 


Jonas Hassan Khemiri ha vinto l'importante premio svedese Augustpriset per " Tutto quello che non ricordo ", pubblicato all'inizio dell'anno in Italia da Iperborea, tradotto ottimamente da Alessandro Bassini. E' un romanzo di 252 pagine dense e struggenti che potete trovare sia in cartaceo sia in ebook nelle librerie oppure online anche qui 







domenica 2 aprile 2017

“ Non dirmi bugie “ di Rena Olsen e di come stare, per una volta, dalla parte del carnefice.




La prima pagina di questo thriller ci lascia subito senza fiato: assistiamo all’irruzione in una casa e all’arresto di un uomo, Glen, e di sua moglie Clara, la protagonista del romanzo. A dire la verità Clara viene chiamata Diana dai poliziotti che la arrestano, e lei non capisce perché la chiamino così e, soprattutto, il perché dell’arresto. L’idea davvero interessante dell’autrice americana Rena Olsen è di giocare a carte scoperte con il lettore. Nel giro di pochi capitoli riusciamo a capire di quali terribili crimini si siano macchiati sia Glen sia Clara. Eppure non tutto è come sembra: attraverso una scansione alternata dei capitoli Adesso e Prima, assistiamo al racconto di Clara in prima persona.

Nei capitoli Prima Clara ricorda come viveva con Glen, come allevava e addestrava le bambine che le venivano portate in casa. Una carnefice anche lei dunque, che neppure finge di essere vittima. Nei capitoli Adesso Clara è in prigione e vede lentamente sbriciolarsi i suoi ricordi, tutta la fiducia che riponeva nel marito e nel suo compito di “madre” adottiva di bambine rapite alle loro famiglie e tenute sotto custodia.

Come può non essersi accorta di quello che succedeva sotto i suoi occhi? O se ne era accorta e fingeva di non capire? Clara sapeva benissimo che le bambine che educava erano destinate a compiacere maturi e depravati uomini ricchi, che le compravano come schiave. Di questi traffici vivevano suo marito, i suoi genitori prima di lui, e lei stessa. Clara sapeva anche che le ragazze meno remissive venivano costrette a prostituirsi in un bordello vicino a casa sua. 

Si prova orrore leggendo le torture fisiche e psicologiche a cui venivano sottoposte le bambine, a volte è faticoso leggere. Eppure insieme a questo sentimento si sviluppa nel lettore, capitolo dopo capitolo, la compassione per Clara, che deve lentamente riscoprire la sua vera identità, ritornare a essere Clara, la bambina di 6 anni rapita alla sua famiglia proprio dai genitori di Glen.

Rena Olsen usa un punto di vista davvero unico per raccontarci come avviene la tratta delle giovanissime schiave sessuali, perché il romanzo vuole proprio accendere le luci su questo crimine internazionale poco conosciuto. Migliaia di bambine rapite per essere avviate alla prostituzione in tutto il mondo. Se vi è mai capitato di vedere film o serie televisive in cui vengono narrate storie simili, il punto di vista è dei poliziotti o delle giovani vittime. In “ Non dirmi bugie “ abbiamo una vittima che è diventata carnefice senza volerlo, una bambina a cui è stato cancellato tutto per farla diventare una giovane donna, anche lei schiava.

Un romanzo sconvolgente ed emotivamente intenso, con una stile asciutto e privo di cadute nel patetico, consigliato in particolare alle lettrici che amano leggere thriller ma sono anche attente ai problemi del mondo femminile.


" Non dirmi bugie " di Rena Olsen è appena uscito per Newton Compton Editori, lo trovate in tutte le librerie sia in versione cartaceo sia in ebook, lo potete acquistare online anche sul sito della casa editrice qui   


Recensione scritta originariamente per MilanoNera, la potete leggere anche sul sito





domenica 12 marzo 2017

"I Medici" di Matteo Strukul, una trilogia di romanzi storici avvincenti come un noir.







Nel mese di febbraio sono stata costretta a rimanere in casa per motivi di salute, così la necessità di uscire con la fantasia dalle quattro mura mi ha spinto a leggere più del solito. In particolare mi hanno aiutata a distrarmi i tre libri che Matteo Strukul ha dedicato alla dinastia dei Medici. Ho cominciato dal primo, e non sono riuscita a fermarmi fino a quando ho terminato l'ultimo. Vi consiglio quindi di fare lo stesso, anche se i tre romanzi sono comunque indipendenti e fruibili da soli, pur avendo, ovviamente, una rigida cronologia storica.

Ho intenzione di parlarvi del secondo romanzo " Un uomo al potere ", il mio preferito, più appassionante e ricco di introspezioni psicologiche rispetto al primo e più narrativamente complesso rispetto al terzo. L’autore racconta come Lorenzo de’ Medici sia quasi costretto a prendere le redini della città e dello stato di Firenze alla morte dal padre, e di come sia consapevole che questa decisione forzata cambierà il suo modo di essere e di rapportarsi anche con le persone a cui tiene.

Lorenzo deve quindi asservire con la violenza la città di Volterra e, anche se le crudeltà perpetrate dai mercenari del suo esercito non sono state da lui ordinate, questa terribile mattanza resterà indelebile sulla sua coscienza. Proprio il ricorso di Lorenzo alla guerra, per mantenere il precario equilibrio sul quale si regge Firenze, è il motivo principale che allontana da lui il giovane ma geniale Leonardo da Vinci, suo grande amico e protetto.

E’ davvero affascinante leggere le pagine nelle quali Matteo Strukul descrive lo straordinario artista che prima lavora nella bottega del Verrocchio, e poi si estrania da tutto e tutti per studiare l’anatomia umana al fine di rendere i suoi ritratti verosimili. Sembra poi di entrare insieme all’autore nel laboratorio privato di Leonardo, dove progetta e crea invenzioni strabilianti per l’epoca: l’ascensore, le ali per far volare un uomo, le balestre rivoluzionarie e molte altre.

Epoca di grandi artisti e straordinarie opere d’arte il Rinascimento, di grandi mecenati e soldati di ventura. Ma anche periodo di terribili guerre intestine, pestilenze, congiure e tradimenti, bagni di sangue, esecuzioni pubbliche. L’autore non ci nasconde nulla: con uno stile calato nell’epoca in cui vivono i personaggi storici narra, con dovizia di particolari, banchetti sontuosi e abiti lussuosi di cavalieri e nobildonne, ma anche drammatiche sequenze di spargimenti di sangue. E uso il termine sequenza non a caso, perché pare di avere davanti agli occhi una brillante serie TV.

Una caratteristica che mi ha conquistata nella prosa dell’autore è la descrizione attenta delle donne, che siano cortigiane o nobili, ma sempre estremamente intelligenti e furbe. Tutte in grado di indirizzare, e a volte piegare, i voleri dei loro mariti o amanti per soddisfare esigenze, capricci, a volte per raggiungere un bene superiore. In questo senso, ancor più di Clarice Orsini o Lucrezia Donati, le due donne fondamentali nella vita di Lorenzo il Magnifico, mi ha colpito la figura di Laura Ricci, che attraversa le vicende della famiglia medicea sia nel primo sia nel secondo romanzo. Da giovanissima prostituta da strada, poi cortigiana bellissima e scaltra, tutte le sue azioni sono votate alla vendetta contro i Medici, dapprima a causa di un errore di persona, poi perché colpevoli di avergli ucciso gli unici amori della sua vita.


Pur amando la storia e avendola studiata a lungo, non sono particolarmente attratta dai romanzi storici, eppure Matteo Strukul mi ha davvero stregata: finito il primo libro dedicato ai Medici, ho subito iniziato e finito il secondo, e ho “dovuto” iniziare subito dopo il terzo, che ha per protagonista Caterina de’ Medici. Lo stile di Matteo Strukul, ereditato del feuilleton ma tuttavia moderno e colto, storicamente ineccepibile, crea dipendenza: un romanzo tira l’altro.



La trilogia " I Medici" di Matteo Strukul comprende " Una dinastia al potere ", " Un uomo al potere " e " Una regina al potere ", editi dalla Newton Compton Editori  sia in versione cartacea, in tutte le librerie, sia in versione ebook che potete acquistare anche direttamente dal sito della Casa Editrice  qui



Recensione scritta originariamente per  MilanoNera, lo potete leggere anche sul sito :


lunedì 16 gennaio 2017

" Alaska " di Brenda Novak: una giovane psichiatra studia i serial killer tra nevicate e temperature estreme.






Brenda Novak, scrittrice del New York Times e autrice di numerosi romanzi di successo, ci presenta con il thriller “ Alaska ” una nuova protagonista: Evelyn Talbot.

Giovane psichiatra che studia sul campo i meccanismi mentali perversi dei peggiori criminali, i serial killer, Evelyn nasconde una ferita profonda sotto la corazza di scienziata rigorosa e solitaria. Lei stessa, quando era ragazza, è stata infatti brutalizzata da un serial killer insieme alle sue migliori amiche, e si è salvata a stento. Ma il dramma terribile è che quel maniaco era il suo fidanzato.

Nonostante il trauma, o proprio a causa di questo, Evelyn ha deciso di aprire in Alaska Hanover House, una clinica psichiatrica per poter studiare i più spietati serial killer in reclusione. Nel romanzo alla totale mancanza di empatia nei criminali psicopatici fanno da contrappunto la neve, il gelo e la temperatura esterna fino a meno 30 gradi, le poche ore di sole in cui vivono gli abitanti del piccolo villaggio di Hilltop. Un paesaggio naturale e un’atmosfera umana che isolano ancora di più la protagonista. Evelyn in effetti un amico ce l’avrebbe, anzi qualcosa di più di un amico: il sergente Amarok, che si è innamorato di lei appena è arrivata in quel posto sperduto. Evelyn però, dopo un iniziale coinvolgimento, lo tiene a distanza, perché non si sente ancora pronta per affrontare una storia d’amore.

Nonostante la sua ritrosia nell’accettare le avances di Amarok, Evelyn deve chiedere l’aiuto del poliziotto quando vengono ritrovati i resti di due donne, orribilmente torturate prima di essere uccise. L’identità delle due donne e il motivo per il quale sono state uccise, costringono la giovane psichiatra ad affrontare i fantasmi del suo passato. Il colpevole è forse il suo ex fidanzato, mai catturato e perennemente in fuga, o qualche detenuto dell’istituto psichiatrico?

“ Alaska “ è un romanzo che mette davvero i brividi a ogni pagina: nei passi dove è descritta la vita dura degli abitanti di Hilltop e nei punti dove la psichiatra affronta il clima all’interno dell’istituto, anche fra i suoi colleghi. Evelyn Talbot è un bel personaggio, pieno di fragilità per il suo doloroso passato, ma anche consapevole e fiera della sua competenza professionale.

I colpi di scena non mancano, e davvero non si riesce a intuire, fino alle ultime pagine, chi sia veramente il colpevole. Un finale che ci stupisce con un ulteriore coup de théâtre: il passato di Evelyn Talbot sta davvero ritornando, e a noi non resta che aspettare, con molta curiosità, il prossimo romanzo di Brenda Novak con questa intensa protagonista.



" Alaska " di Brenda Novak, (titolo originale "Her Darkest Nightmare"),  tradotto da Sergio Bortolussi per Giunti Editore, ha sia la versione cartacea sia la versione ebook e sono 470 pagine di brividi assicurati. Lo potete acquistare in libreria oppure online, anche sul sito della Casa Editrice qui


Recensione scritta e pubblicata originariamente per la rivista MilanoNera, la potete leggere anche direttamente   sul sito di MilanoNera





venerdì 30 dicembre 2016

" Il settimo manoscritto " di Fabrizio Santi, e di come un libro poco conosciuto possa essere determinante.







Dopo “ Il quadro maledetto ”, il primo romanzo di Fabrizio Santi (di cui potete leggere la mia recensione qui  ), ecco l’opera seconda, ambientata sempre a Roma ma con un protagonista differente. Giulio Salviati è uno scrittore romano di gialli, in crisi d’ispirazione dopo aver pubblicato alcuni libri di successo. Inaspettatamente uno sconosciuto gli propone, pagandogli una cospicua ricompensa, di indagare sul furto dell’Unicum, un manoscritto cinquecentesco trafugato dal monastero di S. Gregorio al Celio. Salviati, in parte perché ormai a corto di soldi, in parte perché non riesce a scrivere un nuovo romanzo, accetta la proposta.

Si ritrova così a indagare su questo manoscritto, che parrebbe senza valore né letterario né economico. Eppure nella vicenda lo scrittore troverà sul suo cammino ben due omicidi e una setta segreta dai fini misteriosi. Ad aiutarlo nel tentativo di risolvere il mistero c’è Elena, una giovane che lavora alla biblioteca Angelica, dove Salviati si reca per cercare tracce dell’ Unicum in altri libri.

Lo stile di Fabrizio Santi è sempre gradevole e la suspense è supportata da una buona dose di autoironia del protagonista. La caratteristica che ho apprezzato di più in questo giallo, come nel precedente, è la descrizione precisa, che non diventa mai fine a se stessa o pedante, di vie, luoghi, monumenti, dell’atmosfera stessa di Roma: si percepisce l’amore dell’autore per la sua città. 

Non manca, come nel romanzo precedente, un'aura di esoterismo che avvolge sia il manoscritto rubato, sia alcuni dei personaggi che il protagonista incontra nelle sue ricerche. E la fine del giallo, di cui non rivelo alcun particolare, lascia avvolto il lettore nel rinvio a un mistero imponderabile ma esistenziale che l'autore lascia intuire, così come era avvenuto ne " Il quadro maledetto ". 

Se c’è un neo nel romanzo è forse la descrizione della storia d’amore fra Salviati ed Elena, che vediamo nascere ma che pare rimanere sempre sospesa. Non penso che siano necessari dettagli “forti”, ma qualche cenno realistico, nei passaggi in cui il protagonista e la ragazza sono soli, avrebbe giovato all’impianto narrativo del romanzo e alla caratterizzazione dei due personaggi. Almeno secondo il mio personalissimo parere. 

Un romanzo che consiglio quindi agli appassionati del genere che non amano gli scenari pulp o le descrizioni troppo crude, ma che vogliono trovare rispettati i canoni dei gialli classici. Attendo comunque di leggere il terzo romanzo di Fabrizio Santi, al cui stile scorrevole ma a tratti erudito mi sono  già affezionata.





Il  romanzo, 335 pagine avvincenti, esiste in versione ebook e cartacea; lo potete trovare in tutte le librerie, fisiche e online, oppure direttamente sul sito della Newton Compton Editori  vedi qui 





sabato 26 novembre 2016

" Tra i malvagi " di Linda Castillo, indagine tra la neve e il gelo della comunità Amish.







Il nuovo romanzo di Linda Castillo non delude i fan di Kate Burkholder, la detective che ha lasciato la comunità Amish in cui era nata.

“ Tra i malvagi “ è un thriller dal ritmo teso, avvolgente, fin dal primo capitolo. Anche chi non ha letto i precedenti libri della Castillo riesce a comprendere la personalità della detective, grazie ad accenni al suo passato e, soprattutto, a questa indagine particolare. Kate si trova, infatti, a investigare su un presunto omicidio di una ragazza in una comunità Amish, come nei libri precedenti, ma stavolta sotto copertura. Deve quindi lasciare Painters Mill e trasferirsi nello stato di New York, con un nome falso e un passato inventato.

I brividi che si provano seguendo le indagini di Kate sono in parte dovuti alla sua assoluta vulnerabilità: è costretta a vivere in una roulotte persa nella campagna, senza elettricità, nascondendo sotto gli abiti tradizionali una pistola e un cellulare. Non ha nessuno a proteggerle le spalle, e in un paio di occasioni rischia di soccombere prima di risolvere il caso, assai intricato.

Ma una dose massiccia di brividi la si prova anche immergendosi nella situazione ambientale in cui Kate vive sotto copertura: dormire in una roulotte a dieci gradi sotto zero, mentre fuori continua a nevicare, un riscaldamento quasi assente, lampade a kerosene per avere poca luce, usare un monopattino per arrivare fino al centro della cittadina (gli Amish non usano mezzi a motore)….

Una poliziotta preparata e coraggiosa, ma soprattutto una donna davvero tosta, Kate Burkholder. Eppure, nonostante i disagi e i pericoli di questa indagine, per lei ci sono anche momenti di malinconia, quando entra in contatto con alcune donne Amish di questa piccola comunità. Ricamando con loro, con lo scopo di farsele amiche e avere informazioni sulla morte della ragazza, Kate prova nostalgia e anche un po’ di rimpianto per la “sua” comunità e famiglia di origine, che ha lasciato volontariamente. Ma di cui si scopre ad apprezzare alcuni valori che aveva dimenticato: la solidarietà femminile, la semplicità dei costumi, la vita spartana ma apparentemente serena. E nello stesso tempo Kate dovrà fare i conti con la distanza dal suo compagno, l’agente John Tomasetti, e con la volontà di essere autonoma cercando di non farlo soffrire.

Un romanzo con una scrittura grintosa, una trama per nulla scontata, dove in alcuni punti si percepisce la passione di Linda Castillo nel delineare i personaggi femminili, soprattutto giovani. Si arriva alla fine con la curiosità tesa a scoprire il colpevole, e sarà un colpo di scena finale a far apprezzare ancora di più la bravura della scrittrice americana.



" Tra i malvagi ", il nuovo romanzo di Linda Castillo, tradotto da Tessa Bernardi, è pubblicato dalla TimeCrime e lo trovate sia nella versione cartacea sia nella versione ebook. Potete acquistarlo anche direttamente dal sito della casa editrice   qui

Recensione scritta e pubblicata originariamente sulla rivista online MilanoNera, la potete leggere anche sul sito  http://www.milanonera.com/



domenica 6 novembre 2016

" Faber " di Tristan Garcia, e del come si costruisce (o si distrugge) un immaginario collettivo e personale.






I primi due capitoli di " Faber " mi hanno lasciata sgomenta, più che perplessa. Temevo di non farcela a proseguire: da subito ho avuto la sensazione di odiare il protagonista, Faber. Un uomo che si intuisce essere geniale, eppure sprofondato in un abisso senza fondo alla soglia dei trent'anni. Ma poi ho perseverato nella lettura, perché se i suoi amici d'infanzia, Madeleine e Basile, si erano presi la briga di andarlo a raccattare (letteralmente) in una baracca dimenticata da Dio e dagli uomini, allora qualche dote straordinaria questo Faber doveva averla. E ne ho avuto la conferma: attraverso la narrazione a punti di vista alternati dei tre amici, con imprevisti flash forward e repentini flash back, affrontiamo la sbalorditiva unicità di Faber "le destructeur", come da sottotitolo dell'originale edito da Gallimard

Il piccolo Mehdi, nato nel 1981 e subito abbandonato dai genitori algerini, viene adottato dai Faber, una coppia benestante e impegnata socialmente. Richard è un architetto di grande successo, Anna un soprano e una femminista militante. Per cinque anni Mehdi vive circondato dall'amore e dall'arte dei genitori adottivi, che si isolano dal mondo esterno, andando a vivere in una casa di campagna. In un incidente d'auto misterioso, però, Anna e Richard muoiono. Mehdi, persi ormai i contatti con il resto della famiglia Faber, ritorna in orfanotrofio. E viene nuovamente adottato, stavolta da una coppia di cinquantenni senza figli, Marthe e Jean. 

Dopo questi accenni biografici si potrebbe pensare che Tristan Garcia, giovane filosofo e romanziere francese, voglia raccontarci le vicissitudini di un piccolo orfano algerino, che cresce tristemente nella banlieu. Niente di più lontano dalla storia di Mehdi che, incontrando in terza elementare i coetanei Madeleine e Basile, lascia cadere il nome proprio Mehdi per diventare semplicemente Faber. Un ragazzino dall'intelligenza straordinaria, alimentata da curiosità e voracità estreme per gli argomenti e i libri più eterogenei. Faber è molto più maturo, più coraggioso, più saggio di tutti i suoi coetanei. Ma è anche così affascinante e furbo da riuscire a sedurre, manipolare e intimidire, nello stesso tempo, giovani e adulti. 

E Faber ci irretisce e ci trascina con sé attraverso tutto il romanzo, raccontandosi e lasciandosi raccontare dagli altri. Un novello Antoine Doinel che compie crimini reali (e immaginari) assai peggiori del furto di una macchina da scrivere, e che pare aver perso la sua innocenza assai prima di entrare nella scuola elementare di Mornay. Eppure, seguendo le sue gesta (perché Faber è un eroe), si ha spesso il dubbio che quella purezza ingenua e selvaggia, che solo i bambini e gli adolescenti posseggono, in lui non sia mai scomparsa. 

Fra le righe del romanzo di formazione di Faber possiamo individuare chiaramente una riflessione storica e filosofica sui "... figli della classe media di una paese occidentale medio, due generazioni dopo una guerra vinta, una generazione dopo una rivoluzione fallita. Non eravamo né poveri né ricchi, non rimpiangevamo l'aristocrazia, non coltivavamo sogni utopici e la democrazia ci era ormai indifferente.... " come spiega Tristan Garcia nella prefazione.

Un romanzo che affascina e sconvolge, perché ciascuno di noi ha incontrato un o una Faber nella sua vita. E se non lo avete incontrato, allora Faber siete voi...




" Faber " è uscito nello scorso settembre per NN Editore, grazie anche alla accurata traduzione di Sarah De Sanctis. Consiglio la lettura della sua NdT che offre motivazioni di alcune sue scelte traduttive e, per i cultori di filosofia contemporanea, anche ulteriori chiavi di lettura sul romanzo e sul filosofo Tristan Garcia

Un romanzo tumultuoso di 406 pagine, in cartaceo o in ebook, che potete acquistare anche direttamente sul sito di NN Editore, dove trovate anche il songbook del libro: la colonna sonora dell'adolescenza di Faber, Madeleine e Basile  da scoprire 








venerdì 7 ottobre 2016

" Il gioco del male " le nuove indagini per la detective Kim Stone di Angela Marsons.





Esce in Italia il secondo thriller della scrittrice inglese Angela Marsons con protagonista Kim Stone. Già il primo romanzo " Urla nel silenzio " mi aveva colpito positivamente (e se volete sapere i motivi trovate la mia recensione qui ) e ora il personaggio della detective Stone viene notevolmente approfondito. Scopriamo il suo tragico vissuto familiare e quindi comprendiamo meglio sia le cause della sua apparente asocialità sia l'empatia che prova per le vittime che incontra nel suo lavoro.

Ma il ritmo e la suspence de " Il gioco del male " non risentono di queste digressioni nel passato e nell'intimo di Kim Stone. L'inizio è adrenalinico e agghiacciante insieme: scendere con la protagonista nel seminterrato dove un padre abusa della sua bambina, sarà una sequenza che vi rimarrà impressa nel cuore, prima ancora che nella mente.

In questo secondo romanzo Kim Stone affronta anche una donna che ha fatto della sua sociopatia un'arma. Angela Marsons ha creato infatti una valida antagonista per la detective: Alex Thorne, una psichiatra che utilizza i suoi studi e la sua professione non per curare i pazienti ma per manipolarli e condurli al crimine. Il match investigativo e psicologico fra le due donne si trasforma in una lotta fra gatto e topo, dove entrambe sono costrette a scambiarsi di ruolo continuamente. Ed è proprio a causa della crudeltà mentale della psichiatra che veniamo a conoscere molti particolari sull'infanzia e sulla madre di Kim Stone. 

Decisamente interessante la figura della psichiatra, con lei Angela Marsons ci rivela i meccanismi inquietanti e pericolosi nella mente di una persona sociopatica. A riprova della ricerca dell'autrice sull'argomento, come indicato nei ringraziamenti in coda al libro, vi cito questo frase sibillina pronunciata da uno dei personaggi "I sociopatici possono cadere, ma solo se un numero sufficiente di persone punta il dito contro di loro." Uno studio scrupoloso e impietoso insieme, che mi ha dato modo di riflettere su alcune persone che ho incontrato nella mia vita e che potrebbero essere tranquillamente inserite in quella categoria. D'altra parte, ormai lo sapete, se un giallo o un noir non mi danno occasione di allargare le mie conoscenze in qualche ambito, vuol dire che non sono stati scritti per me. 

Al di là delle mie curiosità personali, il thriller è costruito ottimamente, tutti i personaggi sono ben delineati e, soprattutto, il paesaggio cupo e depresso della Black Country sembra riflettere l'animo sofferente della protagonista. Luoghi e persone sono descritti minutamente, quasi a farci capire che Angela Marsons, come Kim Stone, in quella zona ci vive da sempre, ne conosce le passate ricchezze e le attuali brutture, ma ama quei posti e prova solidarietà per i suoi abitanti. Sembra che " Il gioco del male " sia piaciuto anche a un famoso critico letterario italiano, che ha decretato Angela Marsons " la nuova regina del giallo "... Un ringraziamento anche alle due traduttrici Erica Farsetti e Angela Ricci, che hanno reso al meglio la scrittura e il ritmo del romanzo. Un thriller intenso, energico e ruvido come la protagonista, da leggere nelle serate piovose autunnali in attesa del capitolo n. 3, che è uscito da tempo in UK con il titolo " Lost girls "




Il libro è uscito il mese scorso in Italia per la Newton Compton Editori, non riuscirete a posarlo finché non arriverete in fondo alle 380 pagine, è disponibile sia in formato cartaceo sia in ebook  vedi qui






domenica 25 settembre 2016

" Il turista " ovvero il serial killer in trasferta, la nuova creatura di Massimo Carlotto.









Massimo Carlotto sorprende i lettori affezionati all’Alligatore e alle sue vicende. Il protagonista del nuovo romanzo è un serial killer inafferrabile, soprannominato “il Turista” perché uccide in varie città europee, camuffandosi e mimetizzandosi fra i turisti. Le sue vittime sono tutte donne sole, belle e, soprattutto, ricche tanto da potersi permettere borse di Alexander McQueen, Hèrmes e via spendendo. Non è la donna il bersaglio del serial killer, infatti, ma la sua borsa griffata, all’interno della quale c’è un intero mondo in cui potersi immergere e godere. Abel Cartagena, omicida sociopatico, apparentemente conduce una vita normale: si destreggia fra la moglie e l’amante grazie alla mancanza di empatia e di rimorsi, oltre che alla sua abilità nel manipolare le persone. Si è inventato una professione, lo studioso di musicisti poco conosciuti, che gli consente di viaggiare molto senza destare sospetti. Proprio per compiere un ennesimo delitto il Turista arriva a Venezia


A contrastare i suoi piani troviamo Pietro Sambo, un ex commissario stropicciato e con un passato recente da dimenticare. Massimo Carlotto ce lo fa conoscere mentre cerca di risalire la china, faticosamente, perché un veneziano che ha commesso degli errori non può nascondersi nella sua città: tutti sanno tutto.

Tuttavia l’attenzione dello scrittore è rivolta più al serial killer che, contrariamente a quanto abbiamo visto spesso nei film e serie Tv americane, è uno psicopatico lucido e consapevole di esserlo. A Venezia Abel Cartagena si ritrova, suo malgrado, avviluppato fra  le trame torbide di un gruppo internazionale di assassini mercenari, denominato “i Professionisti”. Per colpa di una vittima sbagliata, il serial killer si vede costretto dall’organizzazione a uccidere per incarico loro, invece che per suo esclusivo piacere.

Un manipolatore manipolato, un assassino psicopatico manovrato da un’organizzazione sovranazionale ancora più folle e criminale di lui. E accanto ad Abel Cartagena un’assassina seriale che incrocia il suo cammino insanguinato, come efferati Bonnie and Clyde. 

Sono molti gli spunti di interesse e di riflessione in questa nuova prova di Massimo Carlotto. La sua abilità nel catturare il lettore con una scrittura tesa e una vicenda complessa non viene mai meno, e mentre la tensione scorre adrenalinica fra le calli, osserviamo con tristezza lo scempio perpetrato ai danni di Venezia dalle navi da crociera e dal turismo frettoloso. Ma forse la caratteristica più particolare è la proprio la giustapposizione fra i due assassini seriali e l’organizzazione criminale che uccide su mandato. Come se ci fosse in Massimo Carlotto una punta di “nostalgia” per i crimini perpetrati per motivi personali, più o meno comprensibili o giustificabili (e in fondo anche gli omicidi del Turista perseguono una loro logica per quanto folle). 

Non vi racconto nulla sull’esito del romanzo, ma credo che, quasi sicuramente, incontreremo di nuovo Pietro Sambo. Almeno questa è la mia speranza da fan inguaribile dello scrittore. 



Con " Il turista "  Massimo Carlotto passa alla Rizzoli (sarà un cambio di scuderia definitivo o è solo per rimarcare una differenza con i romanzi precedenti?); il romanzo è uscito il 1°settembre, 300 pagine da leggere d'un fiato, in versione cartacea e in ebook  vedi qui








domenica 11 settembre 2016

" La Confraternita delle ossa. La prima indagine di Enrico Radeschi " di Paolo Roversi, una Milano tutta da bere a cavallo di una Vespa gialla.






Nel mese di agosto ho avuto l’opportunità di leggere in anteprima, con altri 100 fortunati lettori, l’ultimo romanzo di Paolo Roversi “ La Confraternita delle Ossa “, che costituisce un prequel ai precedenti cinque gialli con protagonista Enrico Radeschi.

Nel romanzo scopriamo così la “nascita” del personaggio Radeschi, un cronista di provincia, non ancora trentenne, che si trasferisce a Milano per tentare il grande salto: entrare nella redazione news di un quotidiano o di una Tv milanese. 

Il caso e la fortuna fanno sì che Enrico Radeschi, proprio durante un colloquio di lavoro, incappi nell’omicidio di un importante avvocato e, nel contempo, salvi la vita al suo probabile datore di lavoro, colpito da infarto. Lavoro sfumato, ma prima inchiesta milanese per Radeschi, che è l’unico ad accorgersi di un misterioso simbolo tracciato dall’avvocato con il suo sangue, prima di morire nella centralissima piazza Mercanti. Ecco l’inizio della vicenda, raccontata in modo adrenalinico e anche ironico, proprio perché Radeschi, giovane e inesperto, dovrà ingoiare parecchi rospi prima di scrivere per un vero giornale. 

Gli elementi classici di un giallo dalle tinte noir ci sono tutti: dopo quello dell’avvocato ci saranno altri omicidi che portano il sigillo di una setta esoterica, che fa base nella cripta della Chiesa di S. Bernardino alle Ossa. E c’è anche un altro filone di indagine: giovani ragazzi di bell’aspetto che vengono sedotti e uccisi da una serial killer, una femme fatal che si trasforma in mantide religiosa.

Il nostro cronista balza in sella a una Vespa d’epoca, ridipinta di giallo, e si trasforma in un investigatore. Grazie alle lezioni dell’amico con cui condivide l’alloggio, scopre le potenzialità del nascente Internet, si improvvisa hacker e crea un blog dove pubblicare i suoi articoli di nera.

Siamo nella Milano dei primi anni Duemila, e leggendo questo romanzo ho provato più di una fitta di nostalgia, dato che all’epoca ero più o meno coetanea di Radeschi e frequentavo l’università a Milano. A pedinare il protagonista e gli altri personaggi ci accorgiamo che quel mondo è solo l’altro ieri, eppure è già giurassico: il passaggio dalla lira all’euro; le prime Tv a pagamento; l’evoluzione di Internet; la scomparsa delle video cassette a favore dei Dvd; l’happy hour nei locali della movida milanese.

Bellissima questa Milano, che lentamente da fondale diventa coprotagonista del giallo, con il freddo, la nebbia che solo noi lombardi sappiamo apprezzare, gli angoli più nascosti e pittoreschi. Una città che Paolo Roversi ci fa scoprire con l’incanto e l’amore che noi provinciali sentiamo (e infatti l’autore è milanese di adozione ma nativo di Suzzara), quando questa città apparentemente algida e schiva si lascia penetrare.

Un romanzo con tante frecce al suo arco. Riuscirà Enrico Radeschi a risolvere entrambi i misteri, con l’aiuto del disincantato vice questore Loris Sebastiani? Ce la farà a diventare un vero giornalista della carta stampata? Troverà una ragazza che lo apprezzi? Le risposte le potete già intuire, ma vi assicuro che vi divertirete moltissimo a scoprirle seguendo la scrittura agile e avvincente di Paolo Roversi.




La Confraternita delle Ossa. La prima indagine di Enrico Radeschi”, in libreria dall’otto settembre (396 pp.), è pubblicato dalla Marsilio ed è disponibile sia nella visione cartacea sia in ebook   vedi qui





venerdì 12 agosto 2016

" Lo Sgarro. Rocco Sigaro e il delittaccio della Garbatella " di Leonardo Jattarelli, o di come indaga su un terribile delitto un ex-poliziotto.






Un romanzo noir che ha dalla sua parte due punti di forza: il primo è il protagonista, Rocco Sigaro, che ha deciso di lasciare la polizia e di traslocare dall’Eur alla Garbatella, il secondo è proprio la Garbatella, dove è ambientata la vicenda. L’autore è Leonardo Jattarelli, giornalista de “Il Messaggero” per le pagine Cultura e Spettacoli, ma che in passato si è occupato di cronaca nera, e quest’esperienza si percepisce fin dalle prime righe.

L'autore vive alla Garbatella da 25 anni, e grazie al  suo sguardo affettuoso, quasi appassionato, arriviamo a conoscere non solo gli angoli più particolari di questo rione, ma anche i personaggi che vi abitano. Incontriamo un’umanità genuina, popolare che, forse, è scomparsa nella maggior parte dei quartieri “storici” di Roma. Personaggi così verosimili nella loro descrizione anche nei soprannomi, come i gemelli “diversi” Pesciolino e Pompa, Tinta, dai capelli mutevoli ogni giorno, la Fascistona, il Don, che finiamo per affezionarci subito a ciascuno di loro.

Rocco Sigaro, che ha abbandonato la polizia per motivi che andiamo scoprendo attraverso dei flash back nel romanzo, viene chiamato dal PM Petrosino per farsi aiutare nelle indagini sulla morte misteriosa di Carla Palumbo. Una ragazza che ha perso i suoi genitori da piccola, ed è cresciuta con gli zii alla Garbatella. Da sempre gentile e premurosa con tutti, nei mesi precedenti alla morte Carla si era trasformata in un’altra persona, misteriosa, arrabbiata, sfuggente. 

Rocco, con la collaborazione di Civetta e Saltimbanco, riesce a sbrogliare la vicenda, e il noir mantiene un ritmo elevato, anche nei punti dove il protagonista si confida con noi, raccontandoci i suoi fallimenti come padre, come marito e, in parte, come poliziotto. Rivelazioni condivisibili da molti lettori e lettrici che hanno girato la boa dei 40 anni, rese con uno stile introspettivo e malinconico. Non si può che rimanere conquistati dalla figura di Rocco, ex-poliziotto “loser” che alterna momenti bui, dove si aiuta con le benzodiazepine, a indagini rischiose alla Garbatella.  

Attraverso stralci di narrazione che ci raccontano il punto di vista di altri personaggi, coinvolti in vario modo nel delitto, arriviamo a intuire le vicende che hanno portato alla morte di Carla. Lo svelamento finale è affidato a Rocco Sigaro, che nel risolvere il caso scopre insieme a noi particolari curiosi ed esoterici della Garbatella. Notevoli e utili nel comprendere l'ambientazione sono le foto in b/n di Marco Rocchi, nelle ultime pagine del libro, che ci mostrano i luoghi de “Lo Sgarro”.

Un noir avvincente e crepuscolare nel contempo, che affascina nella lettura sia chi conosce la Garbatella sia chi non ci è mai stato. “Lo Sgarro” è sorretto da una profonda conoscenza della cronaca nera e da una scrittura fluida, intensa ma venata da squarci di confidenze ironiche e disincantate. Mi auguro di poter incontrare di nuovo Rocco Sigaro in un altro romanzo, ambientato alla Garbatella o altrove a Roma.



Il libro della NED Edizioni si può acquistare in formato cartaceo in tutte le librerie Feltrinelli e in altre librerie a Roma, oppure su IBS  vedi qui


martedì 19 luglio 2016

" Il quadro maledetto " di Fabrizio Santi, una pericolosa caccia al tesoro in una Roma insolita.







Sul mio blog, dalla recensione di questo libro in poi, ci sarà una nuova etichetta, o categoria se preferite. E il titolo dell’etichetta è “Delitti misteri e indagini nella Città Eterna”. Si intuisce facilmente che ci troverete riunite tutte le mie impressioni e suggestioni su gialli, thriller, noir et similia ambientati, in tutto o in parte, nella Capitale; anche i miei post precedenti con lo stesso argomento potrete rintracciarli sotto questa etichetta.

E passiamo subito a un thriller molto particolare,"Il quadro maledetto". Il protagonista non è né detective né poliziotto e tanto meno giornalista. Theodor Klinsmann, professore tedesco di Heidelberg, appassionato di cultura italiana, giunge a Siena per passarvi una parte del suo anno sabbatico. E’ ospite della zia Greta, trasferitasi dalla Germania molti anni prima. Theodor gira per le contrade incantate dei piccoli borghi toscani, conosce nuovi amici e forse incontra l’amore. Ma a sconvolgergli l’esistenza è il racconto di un quadro misterioso, che appare e scompare da una chiesetta di Montalcino. Un quadro che nessuno ammette di aver mai visto, anzi di cui tutti negano l’esistenza. Salvo poi trincerarsi dietro il divieto di parlarne perché si tratta di un quadro maledetto, che porta alla follia coloro che lo vedono o che lo cercano.

La ricerca di questo quadro porta Theodor a Roma, città che conosce abbastanza bene. Qui inizia la parte più avvincente e interessante della storia: insieme al protagonista si scoprono luoghi particolari, piccole chiese antiche e poco conosciute, leggende esoteriche. La caccia al tesoro, anzi al quadro, porta Theodor a scontrarsi con persone sconosciute che lo ostacolano, sette misteriose, indizi inquietanti. 

Un affresco di Roma assai diverso da quello che siamo abituati a vedere, con riferimenti anche filosofici e verità nascoste nei libri degli antiquari. Un thriller dal ritmo avvincente e tuttavia colmo di spunti da approfondire per gli studiosi, e i curiosi, di Roma e dei suoi misteri. E la professione dell'autore, Fabrizio Santi, insegnante di liceo al suo esordio letterario, influisce forse sulla parte "divulgativa" del romanzo. Il finale? All’altezza della storia e spiazzante insieme. Consigliato a chi cerca un brivido freddo ma “colto” per le calde serate estive. 


" Il quadro maledetto " ( 366 pp)  lo trovate in due versioni cartacee e anche in e-book direttamente sul sito della Newton Compton Editori vedi qui 




martedì 21 giugno 2016

La Trilogia della pianura di Kent Haruf, o del perché i lettori italiani amano questo autore.






In genere sono restia a leggere libri che ottengono subito ottimi risultati di critica e di vendite, preferisco leggerli a distanza di tempo. E’ una scelta che deriva dalla mia abitudine all’analisi dei film di successo: o vederli prima che escano nelle sale, o alcuni mesi dopo, per giudicarli, per quanto possibile, in modo oggettivo. Nel caso dei tre romanzi dello scrittore americano Kent Haruf ho fatto un’eccezione: il numero elevato di consensi entusiastici da parte di amici, conoscenti, giornalisti, mi ha incuriosito. Ho letto prima “Canto di pianura”, poi “Benedizione” e per ultimo “Crepuscolo”. Consiglio di leggere il primo e il terzo in sequenza, perché alcuni personaggi ritornano nei due romanzi. ”Benedizione” è indipendente dagli altri.

Non è facile mettere su carta le emozioni che ti pervadono durante la lettura di questi tre romanzi, e che permangono a lungo dopo averli finiti. Per prima cosa è stato arduo, dopo, iniziare a leggere un libro di un qualsiasi altro autore: la scrittura di Haruf è così essenziale, asciutta, purificata da fronzoli e orpelli di ogni genere, che ogni scrittore, dopo, appare “eccessivo”.

Uno stile che riflette la quotidianità dei personaggi di questi romanzi, che nella loro ostinata lotta verso le ineluttabili avversità della vita mi hanno ricordato le creature di William Faulkner. L'autore narra le storie comuni di allevatori e agricoltori che lavorano duramente anno dopo anno. Di donne, giovani e meno giovani, che rimangono sole e disperate dopo l’abbandono di un uomo. Di uomini che perdono tutto perché si ostinano a rimanere fedeli ai loro valori. Di bambini che si ritrovano ad affrontare situazioni che sarebbero gravose anche per un adulto. Tutti parrebbero senza speranza, e Kent Haruf non esercita alcuna pressione inconscia su di noi, per farci provare compassione verso i buoni e ostilità verso i cattivi. Ogni avvenimento è palesemente ineluttabile, ma non a causa di un Dio malvagio o distratto. Inevitabili sono le sofferenze e la solitudine degli uomini proprio perché sono esseri umani; così come le sofferenze degli animali appartengono alla natura degli animali stessi.

L’autore descrive, osserva. Non giudica né assolve. Ci fa vivere in una cittadina inesistente del Colorado, Holt, e nelle sue campagne. Un viaggio fuori dal tempo e dallo spazio, dove a malapena è arrivata la televisione e i cellulari non esistono. Un non-luogo dove la vita di ciascuno è scandita dalle stagioni, dal lavoro quotidiano e dall’incontro apparentemente casuale con le esistenze altrui. A Holt nessuno si stupisce se un ragazzino di undici anni, rimasto solo, si occupa del nonno anziano e malato. O se genitori incapaci di badare a se stessi non sanno difendere i figli dalle violenze altrui. O se uomini crudeli vivono sulle spalle di donne sole. 

Eppure c’è una luce fra le righe di Kent Haruf. La luce limitata e diafana di un crepuscolo che giunge a portare riposo e conforto a tutti gli abitanti di Holt. Ed è questa luce a portare trasformazioni inconcepibili nella vita di molti abitanti. Così due vecchi fratelli solitari e scontrosi accolgono in casa una ragazzina sola e incinta. E due ragazzini abbandonati dalla propria madre si prendono cura di una anziana donna sola.

Non c’è alcun richiamo alla provvidenza divina nelle azioni spontanee e generose di alcuni personaggi. Esiste, di contrappunto, una certa dose di malvagità estrema, senza giustificazione né redenzione. Eppure alcuni uomini e donne faticosamente cercano di portate rimedio agli errori personali (come il protagonista di “Benedizione”) o a quelli altrui. Li spinge il senso di appartenenza a una comunità umana che non può sopravvivere senza solidarietà.


Un plauso alla giovane casa editrice NN Editore, che ha esordito portando per la prima volta in Italia “Benedizione” (e poi gli altri due altrettanto inediti), e a Fabio Cremonesi per le traduzioni impeccabili.


"Benedizione ", "Canto della pianura" e "Crepuscolo" usciti fra l'anno scorso e quest'anno, sono disponibili sia in cartaceo sia in ebook, sul sito della casa Editrice vedi qui o anche qui




mercoledì 18 maggio 2016

"L'impostore" di Javier Cercas, ovvero una menzogna in cui tutti credono non è più una menzogna?







Di solito scelgo un romanzo mossa dalla curiosità per un autore che non ho mai letto, oppure per avere la conferma di un autore che già apprezzo. Ho deciso invece di leggere “L’impostore” di Javier Cercas, scrittore, giornalista e docente di letteratura spagnolo, perché volevo cercare di comprendere la psicopatologia di un impostore o mitomane, di un bugiardo seriale insomma. Categorie che vantano numerosi adepti (o affetti?) di entrambi i sessi. Ma ancora di più mi interessava comprendere quale fosse il meccanismo inconscio che fa cascare molti di noi, comuni mortali condannati alla sincerità, nella ragnatela dell’impostore o della mitomane di turno. 

Non potevo trovare migliore “romanzo vero”, e nel contempo “opera di finzione”, creata dal protagonista del romanzo stesso. Enric Marco, ultranovantenne di Barcellona ancora in vita, militante antifranchista, poi segretario del CNT, il sindacato anarchico spagnolo, in seguito presidente degli Amical di Mauthausen, l’associazione spagnola dei sopravvissuti all’Olocausto. Un uomo che ha attraversato settant’anni di storia spagnola come un eroe. Un impostore, come pubblicamente smascherato dallo storico Benito Bermejo nel 2005.

Javier Cercas ci racconta i suoi dubbi e la ritrosia, durata alcuni anni, a scrivere di Enric Marco. Poi, presa la decisione, eccolo lavorare come uno storico e un investigatore insieme: indaga, analizza documenti storici molto lacunosi, cerca e intervista testimoni. Tutto per poter comprendere e dimostrare se “veramente” (un avverbio usato spesso da Enric Marco nelle sue interviste) la vita del protagonista sia un cumulo di menzogne. Un romanzo con il quale Cercas non vuole né difendere né accusare Enric Marco, quanto piuttosto comprendere lui e analizzare le dinamiche di buona parte della storia spagnola del ‘900. 

La parte più interessante e affascinante del romanzo è proprio quella delle indagini storiche, molto meticolose, e delle interviste a Enric Marco. Scopriamo insieme allo scrittore che il protagonista è figlio di un padre alcolizzato, che non si è mai curato di lui, e di una madre pazza, tanto da essere nato in manicomio. Dopo essere vissuto con gli zii paterni, ha sì militato nelle file repubblicane, ma senza quegli atti di eroismo da lui raccontati. Sotto la dittatura franchista ha invece cercato di sottrarsi al servizio militare obbligatorio, offrendosi come operaio volontario per lavorare nella Germania nazista. Lì è stato brevemente imprigionato, ma in un carcere civile e non in un campo di concentramento.

Ma allora come è possibile che si sia fabbricato una vita “fittizia” da eroe antifranchista e da reduce del campo di concentramento di Flossenburg? E, soprattutto, come ha potuto prendere in giro per settanta anni familiari, colleghi, amici, giornalisti? Secondo l'autore tutto è stato possibile perché negli anni del passaggio dalla dittatura alla democrazia la Spagna è stato un Paese narcisista tanto quanto Enric Marco. La democrazia spagnola è stata costruita su una grande menzogna collettiva, formata da tante menzogne e omissioni personali. Il protagonista è sempre stato con la maggioranza della popolazione, o meglio ha raccontato quello che la maggioranza degli spagnoli voleva sentirsi raccontare.

Ritornando all’avverbio “veramente”, secondo l’autore bisogna veramente diffidare dei predicatori di verità, perché come l’enfasi sul coraggio smaschera il vigliacco, l’enfasi sulla verità denuncia il bugiardo. Enric Marco è stato un campione di narcisismo e di kitsch, lo strumento di cui si serve il narcisista bugiardo per il suo esercizio costante di occultamento della verità. Marco, come un novello Don Chisciotte, non vuole conoscere o riconoscere la verità per non conoscere o riconoscere se stesso, perché disprezza il suo vero “io”.

Ma esistono verità cattive e verità “buone” o bugie bianche? L’infaticabile, per quanto confusionario, lavoro di Marco a capo degli Amical di Mauthausen, non è forse servito ad aprire uno squarcio su un capitolo della storia spagnola di cui nessuno voleva parlare? E tutti i giovani che ha avvicinato e influenzato con i suoi discorsi carismatici, non gli sono debitori di una passione politica che forse non avrebbero sviluppato? 

Il discorso diventa più complesso e sfaccettato di quanto poteva sembrare iniziando a leggere il libro, soprattutto quando Marco, durante una delle interviste di Cercas, accusa lo scrittore di essere, come lui, un bugiardo e di voler scrivere il libro sulla sua vita solo per avere soldi e successo. Lo scrittore ammette, a se stesso e a noi lettori, che scrivere libri è una forma socialmente accettata di narcisismo, e a questo punto si apre uno spazio di metaletteratura: Cercas, come ogni scrittore, è un narcisista e utilizza la finzione, quindi è anche lui un bugiardo. 

Un libro davvero bello da leggere, sia per chi è appassionato di storia sia per chi non apre manuali della materia dai tempi del liceo. Una vicenda sulla quale Cercas lavora studiando il passato da scrittore, non da storico, perché condivide l’affermazione di Faulkner: il passato è soltanto una dimensione del presente. Un romanzo in cui si possono trovare numerosi spunti di riflessione personali, come anche interrogativi storici e politici che valgono sia per la Spagna franchista e post-franchista sia per l’Italia contemporanea.


Il romanzo, tradotto da Bruno Arpaia, è uscito l'anno scorso per la casa editrice Guanda, ed è disponibile sia in ebook sia in cartaceo   vedi qui .




mercoledì 4 maggio 2016

“Carne” : siamo ciò che mangiamo, o mangiamo perché siamo?








Testo di Fabio Massimo Franceschelli
Diretto e interpretato da Elvira Frosini e Daniele Timpano.

Due settimane fa, in prima nazionale al Teatro dell’Orologio, il nuovo spettacolo di Elvira Frosini e Daniele Timpano, una coppia anche nella vita. Durante lo spettacolo ho intravisto una mise en abîme della rappresentazione, un racconto nel racconto, con due cerchi concentrici che uniscono i punti di snodo drammaturgici.

A unire le due cornici, il disegno sonoro e le musiche di Ivan Talarico. In una scenografia inesistente, a parte i due microfoni ad asta, le musiche sono pervase da suoni e rumori, cercano di ricostruire ambienti e aggiungere spazio alla scena. Sottolineano e rispondono dialetticamente ai due personaggi, quasi a interpretare i pensieri del pubblico, venendo a creare così un terzo personaggio, invisibile ma ben presente. 

cornice-cerchio – fermo immagine dei due attori davanti al microfono – inizio e fine dello spettacolo .

Elvira Frosini e Daniele Timpano sono vestiti di nero, in abiti eleganti, quasi a sottolineare l’importanza delle discussioni e la pregnanza del testo. Lo spettacolo inizia e finisce con un fermo immagine dei protagonisti di fronte ai due microfoni ad asta. Alla fine lei spiega che l’immagine vuole rimandare alle opere d’arte di Gunter von Hagen. Il discusso artista/antropologo tedesco ha creato Bodyworld, una mostra itinerante di cadaveri "plastinati" attraverso un complesso procedimento, che da anni raccoglie milioni di visitatori in tutta Europa.

All’interno di questa cornice assistiamo allo scambio vivace di insulti e battute fra i due: più ironici quelli di lui: “Lattugaia, frulla-frutta, crudaiola”, più crudi e offensivi quelli di lei “Zombie, genocida, necrofilo”. Ascoltiamo le spiegazioni etico-filosofiche di lei, che motiva la sua scelta vegetariana con assunti che partono dalla bioetica per arrivare all’ecologia e alla compassione per gli animali, visti come uguali a noi. 

Lei giunge anche a narrare un intermezzo poetico: il racconto indiano dell’uomo che smise di andare a caccia, quando una tigre lo fece riflettere sulla possibilità di scelta dell’essere umano. Ridiamo, al contrario, delle prese in giro ironiche di lui. Speculare al racconto dell’uomo indiano c’è l’aneddoto, palesemente falso e paradossale, di lui e del suo cane che sacrifica due zampe per l’armonioso vivere.

In questa cornice possiamo pensare che i due abbiano cominciato a convivere, pur conoscendo bene le rispettive diverse visioni della vita. E che poi il quotidiano abbia portato a non armonizzare le due opposte filosofie ma anzi a estremizzarle.

2° cornice - cerchio –   prima cena ristorante: filetto al sangue - rivolo di sangue bocca di lui –  dopo la nascita del figlio: bistecca cruda nella bocca di lei – rivolo di sangue dalla bocca di lei.

Dal racconto in flashback del primo incontro dei due protagonisti, comprendiamo che la dialettica fra i due e, soprattutto, l’intransigenza di lei verso le scelte alimentari di lui, sono sempre state le stesse. Il resoconto vivido e ironico del loro primo appuntamento al ristorante, ci mostra un lui che ordina un filetto al sangue e una lei che non riesce a trattenere il disgusto per quel rivolo di sangue che gli scende dalla bocca.

Eppure i due hanno continuato a frequentarsi, dopo quella prima cena disastrosa, anzi ora vivono insieme, anche da alcuni anni. E i litigi sulla carne continuano ad alimentare la loro vita a due, di cui nulla altro sappiamo, né del lavoro, né di amici o parenti. La diatriba sulla carne pare essere il collante stesso, se non l’unico motivo di incontro/scontro della coppia. Vi è una coesistenza degli opposti che non possono stare l’uno senza l’altro.

Ma a un certo punto la seconda cornice interna alla narrazione drammaturgica si chiude. Si giunge infatti a una svolta: la coppia sta per diventare una famiglia. Lei scopre di essere incinta e rivela che il medico le ha consigliato una dieta con carne per una carenza di ferro. 

Da una rassegnata accettazione di un diktat alimentare per motivi medici, lei passa immediatamente a ordinare, in modo perentorio, una serie infinita di piatti di carne, i più eterogenei e assurdi (tranne il maiale “che provoca toxoplasmosi”) . Sentiamo solo la sua voce stentorea dietro una tenda, con una luce rossa sul palco ad alludere al sangue della carne. Lo spettatore si aspetta la rivelazione delle contraddizioni retoriche di lei, mentre lui corre affannato, le spalle al pubblico, cercando di portarle tutti i piatti di carne. Sembra di assistere a una capitolazione di lei, vittima sacrificale nel nome di una gravidanza e di un figlio sano.

Ma ecco un nuovo ribaltamento dei ruoli e l'ennesimo punto di crisi: lei rientra in scena dopo il parto, camminando con movenze animalesche quasi fosse un cane/lupo, reggendo fra i denti una enorme bistecca cruda. O forse un piccolo cucciolo. O un neonato. Arriva davanti a lui e agli spettatori e lascia cadere il neonato/bistecca davanti ai suoi/nostri piedi. “Ecco nostro figlio, ecco il nostro filetto.” E ora un rivolo di sangue invisibile pare scendere dalla bocca di lei, quasi ad accusare silenziosamente lui, il maschio della coppia, per questa ennesima sopraffazione.

Come ripete spesso lui durante lo spettacolo: “ La morte fa quello che vuole, quando vuole e come vuole.” Allora forse il rifiuto della carne per alimentarsi, la gravidanza sentita come imposizione, non sono altro che segni di una paura di lei per la morte, una chiusura totale verso il ciclo biologico naturale di ciascuno di noi. 


A questo punto negli spettatori, dopo il tourbillon di accuse, insulti, prese in giro, vorticosi ordini di carne, nasce un dubbio. Il tema dello spettacolo è davvero quello se essere vegetariani o carnivori? Ci si avvia all’uscita, dopo aver anche riso e applaudito, con meno certezze e più dubbi di quando si era entrati nella sala Gassman del Teatro dell’Orologio.