martedì 13 gennaio 2015

“Uno strano luogo per morire” di Derek B. Miller - Neri Pozza





Un romanzo davvero particolare, ambientato in Norvegia ma che non ha nulla in comune con i gialli scandinavi, usciti numerosi negli ultimi anni. E nemmeno si tratta di un giallo, anche se all'inizio l’autore vuole farcelo credere: c’è un omicidio, c’è una caccia all’uomo, anzi al bambino, come nel film “Gloria” di John Cassavetes, solo che a fuggire con il bambino non è una donna, ma Sheldon Horowitz, un vecchio ebreo americano, trasferitosi da New York a Oslo per vivere insieme alla nipote Rhea. 

Un uomo solitario, forse malato di demenza senile, tormentato dal senso di colpa per aver spinto il figlio Saul, padre di Rhea, ad andare in guerra in Vietnam, dove poi è morto. Ma Sheldon è anche un uomo che continua la sua guerra personale contro i Coreani, che continua a vedere ovunque, fino a prendere le sembianze di criminali di guerra kossovari.

Se nelle prime pagine del romanzo, dopo la fuga di Sheldon con il bambino, non riusciamo a capire dove l’autore voglia andare a parare, presto diventiamo partecipi di questa fuga a due, che diventa anche un percorso di educazione sentimentale per il bambino. Chiamato Paul dal vecchio (un nome assonante a quello del figlio morto), il bambino, nato da uno stupro di guerra, rimane sempre muto per tutto il viaggio di iniziazione, come muti e ciechi siamo rimasti noi europei davanti agli orrori della guerra nella ex-Jugoslavia, o come lo sono stati molti norvegesi di fronte alle persecuzioni degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale.

Sheldon invece continua a parlare e racconta la sua vita, così siamo con lui sul delta del Mekong, a Saigon, e poi nel suo laboratorio di riparazione orologi a New York. Sheldon cerca di portare in salvo Paul, ma noi sentiamo che questa missione è disperata come quella che ha intrapreso il capitano Willard alla ricerca del colonnello Kutz in “Apocalypse now”.

Derek Miller, dopo infinite divagazioni storiche, antropologiche, religiose e filosofiche, sempre alleggerite dall’umorismo yiddish, porta Sheldon alla fine della sua missione e alla pacificazione con se stesso. Ha salvato Paul, il bambino che ha preso il posto di suo figlio, con un coraggio da giovane marine. E noi, chiudendo il libro, abbiamo trepidato con lui e per lui, e abbiamo scoperto qualcosa di più sulla Corea, sul Vietnam, sulla Seconda Guerra Mondiale e su come sono “strani” i norvegesi. Grazie, Sheldon!



venerdì 9 gennaio 2015

"La tela del ragno" ovvero un giallo brillante...







In questi ultimi giorni si fatica è davvero difficile trovare spunti per sorridere e meno ancora per ridere.
La spettatrice attenta, che in genere predilige gli spettacoli seriosi, magari anche un pochino "noiosi", stavolta consiglia "La tela del ragno" di Agatha Christie, in scena fino a domenica al Teatro Vittoria.

Un giallo di Agatha Christie, quindi un classico, eppure nello stesso tempo diverso da altre opere della scrittrice, perché non solo si sorride alle battute sempre ironiche, ma addirittura si ride per quasi tutta la durata dello spettacolo.

Nell'ottima traduzione di Edoardo Erba, con la regia di Stefano Messina, i personaggi entrano ed escono dalle porte nel salotto dove è avvenuto l'omicidio (che sempre di giallo si tratta), con tempi perfetti anche nelle battute, e il pubblico apprezza molto.
La suspense non viene meno, nonostante l'apparenza di commedia brillante, e il colpevole, almeno per la spettatrice attenta, rimane avvolto nel mistero fin quasi alla fine della pièce.

Gli attori della compagnia tutti bravissimi, a parte qualche "sbavatura" qua e là nelle battute (ma la spettatrice attenta ha assistito a una delle primissime repliche).
Menzione speciale per Viviana Toniolo, una giardiniera dal passato "equivoco", e per Kataklò, il primo cane attore mai visto sul palcoscenico: senz'altro più bravo di tanti attori umani.

Uno spettacolo ben fatto, ironico, spumeggiante ma mai volgare, che consente di dimenticare per un paio d'ore tutto il mondo fuori, e di uscire da teatro con il sorriso sulle labbra. E non è poco. 





mercoledì 31 dicembre 2014

" Natale in casa Cupiello"... senza Eduardo.






Eccomi, buona ultima, con le mie impressioni sullo spettacolo diretto da Antonio Latella al Teatro Argentina. Nel frattempo sono uscite molte recensioni, alcune negative altre entusiastiche, ma io ancora aspettavo che la visione dello spettacolo si “sedimentasse” in me, per essere il più possibile obiettiva. L’altra sera ho casualmente rivisto in tv, per l’ennesima volta, lo spettacolo originale con Eduardo, Luca de Filippo, Pupella Maggio e Lina Sastri. A quel punto, non potevo più rinviare.

Prima di arrivare al Teatro Argentina ero a conoscenza che la versione di Latella sarebbe stata “rivoluzionaria”: mi era stato detto che il regista ama “provocare”. D’altro canto, non avendo mai visto uno spettacolo con la sua regia, ero nella condizione migliore per giudicare.

Primo atto: all’inizio lascia spiazzati la presentazione dei personaggi. Tutti in piedi, al limite del proscenio, vestiti di nero in varie fogge (anche due attori vestiti da donna), indossano una mascherina nera, di quelle che si utilizzano per dormire. Solo Luca (Francesco Manetti) ha una giacca bianca. Man mano che i personaggi iniziano a recitare, si levano la maschera. Fin qui la scelta del regista è quasi rigorosamente aderente al testo: gli attori declamano i dialoghi e anche le didascalie, mentre Luca pare scrivere nell’aria ogni singola parola con un’invisibile penna. Il pubblico è attento, incuriosito, chi sa le battute del testo a memoria aspetta di vedere se e quando gli attori si muoveranno sul palcoscenico. Alle loro spalle una enorme stella cometa luminosa: fin qui la magia di Eduardo è salva.

Secondo atto: cambio scena. La cometa scompare, una musica indiavolata, fra il Rocky Horror Picture Show e un concerto heavy metal invade e pervade il palcoscenico e gli attori, che si muovono come invasati, portandosi dietro enormi fantocci di animali, che rappresentano il pranzo di Natale, capponi, tacchini ecc, ma anche gli animali del presepio, cammello compreso. La spettatrice attenta si chiede: ma è lo stesso spettacolo di prima? Nel mezzo del sabba avanza Concetta (Monica Piseddu), la moglie di Luca, trascinando un carretto (questa immagine mi ha fatto subito pensare a Madre Coraggio di Brecht). Un carretto che in verità è una carrozza, o un cocchio funebre dorato, dalle pareti di vetro trasparente. Attorno al cocchio i vari personaggi si rincorrono, si confrontano, mentre Luca appare sempre più avulso dalla realtà che lo circonda e continua a scrivere le battute dei dialoghi all’interno delle pareti del cocchio. Alla fine Concetta rimane dentro il cocchio, sepolta sotto i fantocci animaleschi.

Terzo atto: nuovo cambiamento di scena e di registro (anzi, verrebbe da dire cambio di regista, data l’assoluta eterogeneità e mancanza di armonia fra i tre atti). Ad ogni modo, al centro della scena la mangiatoia del presepio, ma dentro non c’è il bambinello, bensì Lucariello, malato, incosciente, seminudo. Da un lato Concetta, con un abito a metà strada fra la dama del Seicento in lutto e la monaca. A sinistra, anche loro vestiti a lutto, i personaggi secondari (gli amici in visita) intonano una nenia funebre, forse un madrigale, mentre l’attore en travesti sembra il cantante dei Tazenda. L’angelo dell’annuncio scende dall’alto e altri non è che il portiere. Tommasino (Lino Musella) rimane assorto, seduto ai piedi della mangiatoia. Finalmente l’ultimo personaggio rimasto con la mascherina, fermo in un angolo del proscenio, si rivela: è il dottore, ovviamente. Reggendo un fantoccio a forma di scimmia ( non vedo, non parlo, non sento?) visita Lucariello, ma anziché recitare, canta le sue battute come in un minuetto. La spettatrice attenta comincia ad augurarsi la fine dello spettacolo, che si suppone imminente, perché in fondo al palcoscenico si apre il fondale, appaiono il bue e l’asinello (vivi, come si può capire dall’odore che arriva fino alla platea).

Ma ancora non è finita: mentre Concetta si sposta dietro la mangiatoia, come la Madonna della Pietà, Tommasino prende due secchi ripieni di foglie (d’alloro paiono alla spettatrice attenta), e con quelle foglie ricopre il padre, rimasto nudo nella mangiatoia. Da un altro secchio sparge della polvere accanto alla mangiatoia, che non è cenere ma mangime per attirare fino a lì il bue e l’asinello.

E mentre ci si aspetta che cali il sipario, ecco un altro colpo di scena/genio del regista: Tommasino prende un cuscino e soffoca il padre (che peraltro già era soffocato dalle foglie). Ma perché? Quale dovrebbe essere il significato simbolico di questo parricidio?

Applausi dalla maggioranza degli spettatori (gli attori sono in effetti tutti bravissimi), qualche fischio. La spettatrice attenta, ancora sconvolta dal parricidio, esce perplessa dall’Argentina. E’ lecito rivoluzionare un  testo ormai classico? Certo che sì, ma l’operazione deve avere un motivo di fondo, deve aggiungere altri significati (dove ce ne siano) e non cancellare quelli esistenti e ben conosciuti. Altrimenti rischia di evolversi in un esercizio anche divertente, ma fine a se stesso, un ennesimo "épater le bourgeois" del quale la spettatrice attenta non sentiva il bisogno. 

domenica 7 dicembre 2014

" Il Mercante di Venezia" .... orfano di Shylock.







Dopo aver portato in scena “Romeo e Giulietta” e “La tempesta”, Valerio Binasco con la sua compagnia “The Popular etc…” affronta un altro pezzo forte del Bardo “Il Mercante di Venezia”. Agli attori della compagnia questa volta si è aggiunto Silvio Orlando, proprio nel ruolo di Shylock.

Vi dico subito che tanto la rappresentazione  de “La Tempesta” la scorsa stagione, mi aveva positivamente stupito ed emozionato, tanto questa versione de “Il Mercante di Venezia” mi lascia soddisfatta a metà e con una serie di interrogativi. Il primo dei quali riguarda proprio la scelta di Silvio Orlando: un nome di richiamo per il cartellone del Teatro Argentina? (“La Tempesta” andò in scena al Teatro Vascello). O una scelta voluta per sottolineare l’estraneità dell’attore alla compagnia, così come Shylock era straniero a Venezia?
Complice la cadenza da Europa dell’Est con la quale  recita Silvio Orlando (ma non si capisce che lingua vorrebbe essere, non certo yiddish né polacco, forse rumeno, ma perché?), quello che ne risulta è lo straniamento totale del personaggio.

Gli attori della compagnia di Binasco sono anche stavolta brillanti e la commedia, a tratti, è anche molto divertente. La satira sui nobili ricchi (e meno ricchi) veneziani, colpisce invero il bersaglio. Bassanio è il giovane che vive al di sopra dei suoi pochi mezzi, grazie all’aiuto costante di Antonio che, da buon cattolico, presta i soldi a tutti senza chiedere interessi.
La figlia di Shylock detesta il padre, lo inganna e fugge con l’innamorato portandosi via tutti i gioielli, frutto dei prestiti ad usura del padre. Salvo poi tornare dopo pochi mesi a Venezia, avendo già scialacquato tutto il patrimonio rubato.
Porzia, la ricca patrizia di cui Bassanio è innamorato, pare sottomessa, suo malgrado, alle ultime volontà del padre morto, pronta a sposare il “povero ma bello”, se solo potesse. Seguendo l’autore, si riscatta travestendosi da uomo, per salvare Antonio dal pagare la penale del prestito a Shylock. E qui l’astuzia femminile sovrasta quella di Shylock, che così non può vendicarsi su Antonio e perde di fatto tutte le sue proprietà.

Fin qui non c’è nulla di discordante o innovativo rispetto al testo originale, ma, appunto, da Valerio Binasco era lecito aspettarsi altro. E’ vero che vediamo in Antonio e Bassanio non solo l’odio verso Shylock in quanto ebreo e usuraio, ma anche il rifiuto quasi xenofobo di tutti gli stranieri, ma questo aspetto forse meritava un approfondimento o maggiore enfasi.

E Silvio Orlando, nel celeberrimo monologo, non riesce a farci sentire “tutti uguali”, tutti esseri umani che soffrono nello stesso modo. Certo Silvio Orlando non è Al Pacino, ma durante lo spettacolo sembra che lui stesso sia poco convinto della parte affidatagli. O forse il regista non ha scelto bene l’attore protagonista, che infatti protagonista non diventa né durante il monologo né durante il processo ad Antonio. Troppo dimesso, quando chiede la libbra di carne di Antonio, per provocare disprezzo e orrore in noi. Troppo umiliato e vinto, quando perde tutte le sue ricchezze,  per farci provare compassione. Forse solo per un attimo lo spettatore prova empatia con lui: quanto lo si costringe a baciare il crocifisso.

Per il resto la colonna sonora è azzeccata, la scenografia, come sempre, ridotta all’essenziale ma efficace, i costumi sono ben scelti, dal pop anni 60 di Porzia e Nerissa (una sempre bravissima Merigliani)  fino all’eleganza misurata dei personaggi maschili. Solo Shylock rimane in scena, fin quasi alla fine,  con un impermeabile grigio, a marcare una diversità che non suscita, comunque, nello spettatore quella immedesimazione che Shakespeare avrebbe voluto.
Peccato. Con un’opera così attuale e piena di spunti di riflessione, Valerio Binasco avrebbe dovuto osare di più.


sabato 6 dicembre 2014

" Melbourne" un giallo... iraniano.



Film d'apertura alla Settimana Internazionale della Critica alla Mostra di Venezia, l'opera prima del regista iraniano Nima Javidi ha riscosso consensi e premi internazionali. In questi giorni è ancora in programmazione, anche a Roma e Milano purtroppo in poche sale, ma merita di essere visto.

Lontano dalle narrazioni "neorealistiche" iraniane, (le maglie della censura diventano sempre più strette...), "Melbourne" è piuttosto un giallo che mi ha ricordato l'atmosfera e la suspense di "Nodo alla gola", il capolavoro di Hitchcock.

La vicenda si dipana in un appartamento e nell'arco di una giornata: una giovane coppia di Teheran, Amir, interpretato da Payman Maadi, protagonista di "Una separazione", e Sara, impersonata da Negar Javaherian, ha deciso di trasferirsi a Melbourne. 
Fra mobili da consegnare al rigattiere, amici e parenti da salutare, oggetti da impacchettare, telefonate dall'Australia del collega di Amir, si insinua la presenza di un neonato. Il piccolo non è figlio della coppia, ma di vicini di casa che Amir e Sara a malapena conoscono: viene loro affidato dalla babysitter, che deve allontanarsi per un'emergenza.
Risucchiati dal caos dei preparativi, i due si dimenticano del neonato, che dorme placidamente sul loro letto matrimoniale. A un tratto Amir rompe maldestramente un vetro della porta della camera e si accorge che il neonato non si sveglia al rumore....

Da qui si scatena una ridda di accuse, scuse, sensi di colpa, tentativi di negare e nascondere l'accaduto, sia al padre del neonato, separatosi dalla moglie, sia alla babysitter, ritornata dopo ore. 
L'angoscia si fa sempre più insostenibile e lo spettatore si chiede, come nel film di Hitchock, quando "gli altri", parenti e amici della coppia, rigattiere e personaggi vari che entrano ed escono dall'appartamento, si accorgeranno di quanto è successo. E se e quando la giovane coppia avvertirà la polizia, dovendo così rinviare o rinunciare all'agognata partenza verso una vita nuova.

Una regia attenta, nonostante sia il primo lungometraggio dell'autore, e la straordinaria prova di entrambi gli attori protagonisti, fanno in modo che il film scuota la coscienza dello spettatore, indipendentemente da dove vive e in quali valori crede, E nella scena finale Amir e Sara, separatamente, sembrano chiederci: "Voi, al posto nostro, cosa avreste fatto?". 


mercoledì 1 ottobre 2014

Il Festival, cioè la Festa, no il Festaval del Cinema di Roma.






Finalmente abbiamo capito dove voleva arrivare Marco Müller l'anno scorso, nella conferenza stampa di presentazione del Festival del Cinema di Roma.
Aveva accennato, in modo pungente, a un Festival che voleva portare ad essere una Festa del Cinema per Roma, insomma più un Festaval che un Festival.
Ora lo svelamento: quest'anno abbiamo un Festaval che parte con la "Soap Opera" con Abatantuomo e chiude con "Andiamo a quel paese" di e con Ficarra e Picone; premia Tomas Milian con il Marc'Aurelio; organizza una retrospettiva su Mario Bava (ottima idea!)...
Insomma un Festaval che forse non riuscirà a diventare nazional - popolare, quello è solo il Festival di Sanremo, ma di certo sarà pop, vista anche la presentazione del film sugli Spandau Ballet (e la presenza degli stessi sul tappeto rosso).
La sottoscritta, che da ragazzina non aveva dubbi fra Duran Duran e Spandau Ballet, a luglio si è persa il concerto (gratuito) di Tony Hadley al Centro Commerciale Porta di Roma.
Forse mi vedrete in fila, dalle sette di mattina, come le ragazzine per "Hunger games" l'anno scorso... 


mercoledì 17 settembre 2014

" Dalla Laguna con amore. Festival di Venezia 2) "





Se per il film di Abel Ferrara su Pasolini il mio giudizio poteva essere riassunto in un "Sì ma con riserve", al primo lungometraggio di Michele Alhaique, regista italiano a dispetto del cognome, potrei mettere un bel "Ni".

Parliamo subito degli aspetti positivi, uno dei quali è senz'altro la presenza di Pierfrancesco Favino, che non si è limitato a ingrassare di una ventina di chili per girare il film, ma ha reso al meglio il protagonista. Mimmo è un gigante di pochissime parole, capace di estrema crudeltà fisica ma con il cuore di burro. E' costretto dallo zio (Ninetto Davoli) a riscuotere crediti con ogni mezzo, ma vorrebbe fare solo quello che è il suo vero lavoro: il capocantiere, il manovale, tanto capace da poter insegnare ad altri il mestiere.

Il regista ha lavorato ottimamente con gli attori, non solo con Favino ma anche con Claudio Gioè, e con la giovanissima Greta Scarano, così come con Adriano Giannini, il cugino Manuel, tanto logorroico e strafottente quanto Mimmo è silenzioso e servile.

La struttura del racconto è, purtroppo, abbastanza scontata, e dove vediamo un gigante dal cuore tenero, che deve consegnare una ragazzina nelle mani di un un depravato nullafacente, già sappiamo quale piega prenderà la storia. Questo uno dei limiti, la prevedibilità della vicenda e alcuni buchi nella sceneggiatura (perché non prendere subito i soldi? perché attendere alcuni giorni per rientrare nella casa che si sa presidiata?). E anche il finale, date le premesse, non può essere diverso.

Di positivo, oltre agli attori (a parte Ninetto Davoli, a mio parere fuori parte), l'ambientazione, la fotografia e la bella colonna sonora. Una ricerca "pasoliniana" (rieccoci) della spiaggia di Ostia e dei suoi abitanti, fra i quali la colf sudamericana di Mimmo: brava Iris Peynado, che si è lasciata invecchiare per il ruolo (assicuro, l'ho incrociata al Lido ed è ancora bellissima) di una donna determinata e, neppure tanto segretamente, innamorata di Mimmo.

E la fotografia, che ci rende i pensieri di Favino solo attraverso i suoi sguardi (non il sorriso che non appare mai), e la vulnerabilità che accomuna lui e la giovanissima Tania, nei pochi attimi di felicità al mare, sotto il sole.

Accattivante e particolare la colonna sonora: se con tutti questi elementi positivi si fosse lavorato sulla sceneggiatura, "asciugandola" da un eccesso di sentimentalismo, qua e là, nello stesso modo in cui ha lavorato Favino "scarnificando" il suo personaggio, certo avremmo avuto un ottimo film.

Nonostante tutto, essendo una fautrice del "Sosteniamo il cinema italiano quando merita", penso che il film valga la pena di un biglietto al cinema e....attendiamo Alhaique alla sua seconda prova!


venerdì 12 settembre 2014

" Dalla Laguna con amore. Festival di Venezia 1) "



Arduo confrontarsi con la vicenda umana, artistica e intellettuale di Pier Paolo Pasolini. Forse solo un regista italo-americano poteva mettersi alla prova, e solo un attore americano che vive in Italia da anni, come Dafoe, poteva calarsi in modo così "mimetico" nel personaggio Pasolini.
E pare di vedere sullo schermo proprio Pasolini muoversi nei suoi jeans attillati, con le camicie sgargianti, mentre parla (in inglese...) con i suoi interlocutori, quando incontra i suoi "ragazzi" o mentre gioca a pallone.
Almeno così sembra a me, che quando Pasolini morì ero bambina, e l'ho conosciuto solo attraverso i suoi libri, i suoi film e le interviste in tv.
E' riuscita l'impresa ad Abel Ferrara? Non completamente. Se davvero, come ha detto il regista in un'intervista, Dafoe ha recitato in inglese nei passaggi dove si sentiva meno sicuro in italiano (cioè durante quasi tutto il film, a parte qualche battuta in romanesco), perché anche gli attori italiani parlano inglese? Vada per l'intervista con Furio Colombo, che è bilingue, ma sentire Mastandrea parlare in inglese è lievemente straniante (e non per la pronuncia, quasi impeccabile).
E se la presenza di Ninetto Davoli nel film appare quasi doverosa, perché fargli impersonare proprio Eduardo De Filippo che, nei progetti di Pasolini, avrebbe dovuto essere attore in un suo film? E come mai Davoli parla in romanesco prima e poi alla fine in napoletano? Accanto a lui Scamarcio, che interpreta il giovane Ninetto Davoli, appare più credibile (ma parla in romanesco o in pugliese?).
Insomma questo pastrocchio linguistico non so se attribuirlo a una sciatteria, mascherata dalla genialità (presunta, effettiva?) di Abel Ferrara, o se sono errori che verranno poi recuperati nel doppiaggio. Per la cronaca, gli spettatori italiani, all'uscita del film nelle sale, sentiranno Pasolini parlare con la voce di Fabrizio Gifuni.

Abel Ferrara non aggiunge nulla di nuovo sulla morte di Pasolini, così come è pervenuta a noi nelle cronache giudiziarie. E non credo fosse nelle sue intenzioni farlo, nonostante alcune furbe dichiarazioni prima della presentazione del film al Festival di Venezia.

E nel complesso, stendendo un velo sugli errori linguistici e su alcune scelte attoriali poco convincenti, il film merita di essere visto. Soprattutto da chi ha amato e ama Pasolini, perché è lui che esce con forza dallo schermo, ancora così profondamente visionario e attuale insieme, cinico e spavaldo nelle interviste quanto profondamente fragile ed empatico nei rapporti umani.
E questo grazie a una interpretazione davvero straordinaria di Willem Dafoe.



martedì 13 maggio 2014

I consiglieri della fuffa.

...e poi c'è quella categoria di persone che, fortunate loro, non hanno mai letto un'inserzione né inviato un c.v. per cercare lavoro, né fatto colloqui, né tanto meno sono entrate in un'agenzia interinale o in un ufficio di collocamento. E nemmeno hanno un parente, un amico, un conoscente che abbia mai svolto un'azione di cui sopra. Fin qui non c'è niente di male, se non fosse che si ostinano a darti consigli su come cercare un impiego, costringendoti così a spiegare come funzionano, anzi non funzionano un'agenzia interinale o l'ufficio di collocamento. O che quando mandi dieci o cento c.v., rispondendo agli annunci di lavoro, nessuno ti scrive o ti telefona per ringraziarti o mandarti a quel paese, a meno che ti vogliano conoscere di persona.
E che se vuoi fare lo scrutatore o il presidente di seggio, durante le elezioni, è necessario essere iscritti a un albo e che no, non ci si può iscrivere agli albi due settimane prima delle elezioni, ma lo si può fare solo quando il Comune lo richiede.
Insomma cose abbastanza lapalissiane, per chi vive nel mondo reale.
Ma non per loro che, dopo le tue spiegazioni, continuano imperterrite a darti consigli su dove, come e quando cercare lavoro, con un sorrisetto sornione che maschera appena la commiserazione.
Perché, è ovvio, se non trovi lavoro forse è perché non sei tanto intelligente come credi.
Last but not least, alcune di queste persone si fanno anche pagare per elargire i loro preziosi consigli...

mercoledì 7 maggio 2014

...essere o non essere.... Seconda puntata: "Pornografia" con la regia di Luca Ronconi





Lo spettacolo, andato in scena al Teatro Argentina il mese scorso, è stata in assoluto la prima trasposizione teatrale del romanzo omonimo di Witold Gombrovicz, autore polacco: una scelta coraggiosa. Luca Ronconi non ha infatti creato una sceneggiatura per il teatro, ma ha mantenuto la struttura del romanzo originale, e gli attori infatti spesso ripetono, come per spiegare, le loro battute, a volte in prima persona, a volte in terza persona, con soggetto il proprio personaggio o un altro; a volte, ancora, esprimono ad alta voce, ma in prima persona,  i pensieri di un altro personaggio.
Una struttura narrativa complessa che, spiegata così, potrebbe far pensare a una eccessiva verbosità o prolissità dello spettacolo (che dura ben tre ore). Invece non vi è nulla di superfluo o ridondante. Lentamente l'evoluzione del rapporto fra i due protagonisti, Witold e Federico, avviluppa lo spettatore in una tela di ragno, lo incuriosisce fino ad attendere con loro il momento nel quale riusciranno a "catturare" le loro prede, i giovani ignari Enrichetta e Carlo.
Che cosa c'è di pornografico nel testo o nello spettacolo? Apparentemente nulla, ma è la pulsione dei due maturi protagonisti che, stanchi del loro rapporto, trovano nuova linfa osservando i due giovani, a diventare pornografica essa stessa. E dall'essere semplici "voyeur", in un crescendo di malcelata invidia per la giovinezza altrui e rabbia per la propria maturità (e vecchiaia incombente), i due uomini, non più contenti solo di osservare, vogliono che i due ragazzi si sentano attratti l'uno dall'altra.
Enrichetta è fidanzata con un giovane, la cui madre è "in odore di santità". Carlo vive fin da piccolo nella famiglia di Enrichetta come un fratello, ma i due si ignorano. Ma nulla può fermare Witold e Federico, ed ecco che, come in un teatro di burattini, i due riescono a muovere tutti i fili dei personaggi, in modo da ottenere l'effetto voluto. Non così facilmente come pensavano però, tanto che alla fine, per creare il legame fra i due ragazzi, arrivano a far compiere loro un omicidio gratuito. Solo a questo punto avverrà la catarsi di Federico (e l'orgasmo di Witold). 

Ma questo romanzo  pubblicato nel 1960 in Argentina, dove Gombrowicz viveva, e censurato in Polonia fino al 1986, è ancora attuale? Può suscitare interesse ed emozioni negli spettatori italiani di oggi? O abbiamo assistito alla messa in scena di un romanzo provocatorio, ma superato dai tempi?

Raramente ho visto un personaggio teatrale analizzare i propri e gli altrui sentimenti (e perversioni) così visceralmente e crudelmente, come un entomologo pazzo al microscopio. Così Witold ci porta a diventare tutti guardoni, mentre seguiamo gli stratagemmi suoi e di Federico, due uomini invecchiati che possono solo osservare, prima, la gioventù e la bellezza altrui (vorrebbero possederle entrambe, ma non possono), fino a sfruttarle e violentarle per provarne piacere. 

Terrore della vecchiaia e della morte, rimpianto per la bellezza e la gioventù perdute, vuoto esistenziale, noia, disinteresse totale per gli accadimenti esterni della società (il romanzo è ambientato nella Polonia della Seconda Guerra Mondiale). 
E ancora ricerca di un Qualcosa oltre i corpi e il sesso, dissacrazione iconoclasta dei dogmi cattolici, incarnati nel personaggio di Amelia, la madre "quasi santa" del fidanzato di Enrichetta, donna matura e ascetica, che viene scoperta a fare sesso con un giovanissimo e bellissimo ladro penetrato in casa. 
Questi temi vi toccano? Allora lo spettacolo di Ronconi vi avrebbe appassionato, come ha appassionato me e molti altri spettatori, che hanno sopportato pazientemente la riparazione di un meccanismo di una quinta inceppata, nella bellissima scenografia "animata", dopo appena dieci minuti dall'inizio dello spettacolo. 

E se pensate che sia una storia interessante ma assurda, quella di Witold e Federico, soffermatevi a osservare chi guarda molte trasmissioni televisive, dove i conduttori cercano di far fidanzare ragazze vistose con ragazzi ipertatuati, o donne mature con vecchi marpioni; o altre trasmissioni dove si manipolano imberbi ballerini e giovanissime cantanti che lottano con l'acne giovanile, in modo da farne dei divi (da una stagione). Pensate, pensate a cosa guardate e come guardate....

p.s. grazie per la pazienza nell'attesa agli affezionati lettori, purtroppo Roma (almeno per me) non è solo dolce vita, anzi non lo è quasi mai... 



mercoledì 23 aprile 2014

...essere o non essere.....Prima puntata



Questo post prende spunto da una breve riflessione di Gianfranco Cercone sul repertorio attuale del teatro italiano. Secondo Gianfranco i successi teatrali, nella stagione romana, sono soprattutto i "cavalli di battaglia" del nostro repertorio, come "La locandiera" con Nancy Brilli (ammetto, sono allergica al Goldoni fin dalla più tenera età, proprio a causa di una sovraesposizione a teatro di quel pezzo), o il "Rugantino", appena riproposto da Enrico Brignano (vivo a Roma da pochi anni, non ho mai visto l'opera dal vivo e....bé, pagare 80 euro per Brignano, che mi è anche simpatico, mi sono parsi eccessivi. In proporzione avrei dovuto pagare almeno 120 euro per lo spettacolo con Gabriele Lavia....).

Si domanda Gianfranco se il riproporre grandi successi, a scapito di novità, sia indice di una società teatrale "non sana" e di un pubblico abitudinario e conformista. Vorrei provare ad ampliare la riflessione sugli spettacoli in cartellone a Roma, anche di autori non italiani, a favore o meno della tesi sovraesposta ancora non so dirlo, riflettendo sui pochi (rispetto ai miei desideri) spettacoli che ho potuto vedere.

Per non annoiare i quattro o cinque lettori di questo blog, lo farò in un miniracconto a puntate. E partirò in senso anticronologico, vale a dire dall'ultimo spettacolo che ho visto settimana scorsa, "Pornografia" di Witold Gombrowicz, con la regia del maestro Luca Ronconi, in scena per pochi giorni al Teatro Argentina.
Commenti e suggerimenti da parte di chi legge sono, ovviamente, bene accetti.

mercoledì 16 aprile 2014

...tutto bene?...



Ogni volta che ti capita una tegola in testa o una bastonata sui denti, gli altri vedono che tu continui a stare in piedi, anzi riprovi a camminare: è ovvio che prima o poi va a finire che ti fanno la domanda e "si danno" la risposta da soli.
Hai perso di nuovo il lavoro? Un amico ti ha tradito o hai scoperto di essere cornuto? Si sono rotti contemporaneamente e definitivamente lavatrice, televisione e scooter? Hai sempre pagato le tasse e molto più dei tuoi ex capi, ma ti arrivano lo stesso le cartelle esattoriali di Equitalia? Hai fatto dieci esami diagnostici all'ospedale pagando da privato, perché altrimenti dovevi attendere un anno, e il tuo medico ancora non ha capito cosa c'è che non va? Il proprietario del piano di sopra ha deciso di restaurare tutto l'appartamento, ha eliminato le piastrelle del pavimento e sono tre mesi che lavora dalle otto di mattina alle otto di sera con il martello pneumatico e la mazza? La tua banca ti ha bloccato il conto corrente perché si sono persi, per l'ennesima volta, la tua firma su uno stupido documento?

Ma in fondo l'hai presa bene, no? Non stai soffrendo. E' solo questione di tempo e tutto andrà meglio. L'importante è avere un atteggiamento positivo.
E intanto sorridono, come per convincere se stessi prima di te. E allora fai sì con la testa, a denti stretti (arrivasse qualche altra bastonata nel frattempo). E' l'abitudine, sei una persona forte (anzi un superuomo), mica puoi cominciare adesso a dare capocciate nel muro per far capire quanto stai male...

sabato 22 marzo 2014

Meglio una supersegretaria oggi o un orango domani...






Arriva il giorno in cui ti viene confermato, da un'altra persona che non ci guadagna nulla a dirtelo, che è meglio essere un buzzurro fancazzista, ignorante e cafone, ma con un padre dal cognome importante, piuttosto che una persona che si impegna con scrupolo e passione, che ha sempre voglia di imparare e non evita di svolgere compiti che potrebbe rifiutare, adducendo laurea, diplomi, anni di esperienza....Una persona che lavora a testa bassa e con il sorriso, ma con l'unico neo, come una ex-collega le ha fatto notare, di non avere uno sponsor politico alle spalle.

E così, rieccomi a voi, nel mio ruolo preferito della disoccupata in cerca di impiego. Ben ritrovati/e a tutt* .

giovedì 17 ottobre 2013

Nomen omen.




Dal registro (vero) di una seconda elementare a Roma (non vi indico la zona per la privacy):

Assennato Felice

De Santis  Akira  Stefano


...ma la prova palloncino o un test antidroga ai neo-genitori prima che registrino il pargolo all'anagrafe?

martedì 1 ottobre 2013

In gita scolastica...





Quando andavo alle elementari, nel lontano paleolitico, le gite scolastiche si facevano alla Minitalia e ci si divertiva un sacco a lanciarci i noccioli delle ciliege, durante il pranzo al ristorante.  La generazione successiva cominciò ad andare in trasferta al Parco del Gran Paradiso, al Planetario, nei vari Musei milanesi. Devo aver perso qualche generazione di mezzo, purtroppo, visto che stamattina ho incontrato ben due spedizioni di primini con maestre allegate, voci squillanti e pass appesi al collo, che scendevano dai pullman per andare a vedere il Roma Fiction Fest. Non ci sono più le maestre di una volta...

martedì 10 settembre 2013

Chi ti loda ti imbroda, ma chi ti deprezza...





Quiz della sera: 

quando il committente di un lavoro, che hai svolto con passione, abnegazione e ottimi risultati, anziché congratularsi o quanto meno ringraziarti, sminuisce il tuo operato anche davanti ad estranei, insistendo su inezie quali virgole e virgolette, e/o  facendo confronti con altri che avevano compiti più facili o diversi, lo fa perché sta cercando di:

a. se è il tuo capo, evitare di darti un aumento, o pagarti gli straordinari per quel lavoro, o lasciarti almeno un paio di ore libere in cambio, oppure tutte e tre le ipotesi;

b. se è una collega più anziana o più giovane o di grado appena superiore, criticare il modo in cui lavori per mettere in ombra te, perché sei davvero in gamba, perché invidia la tua competenza e la tua passione e teme, a torto o a ragione, di essere scavalcata o sostituita.

c. se è il tuo capo donna, vedi punti a. e b. 


domenica 28 luglio 2013

Cercasi insegnante esperta di filosofia, romana da sette generazioni, possibilmente in menopausa...

Annuncio su Porta Portese online:

INSEGNANTE esperta filosofia estetica e storia cercasi con urgenza periodo estivo con inizio mese luglio per impartire lezioni a domicilio zona Cassia a laureando Facoltà Lingue possibilmente secondo programma di Università Sapienza.

Invio subito una mail: ho tutte le carte in regola, sono laureata in Filosofia con 110/110, ho preso 30 sia in estetica sia in filosofia teoretica (la più ostica), abito sulla Cassia...e in agosto starò al chiodo.
Il giorno successivo ricevo una telefonata, ma non sento suonare il cellulare. Richiamo più tardi e mi risponde una voce maschile (l'indirizzo mail era intestato a una donna).
- Buongiorno, mi chiamo Raffaella, sì sono io che ho risposto all'annuncio su Porta Portese.
- Buongiorno, parlo io perché mia moglie ha problemi con la voce (??). Allora noi cerchiamo un'insegnante esperta, laureata in filosofia, per nostro figlio. Sa...lui è laureando in Lingue, è fuori corso, ma gli mancano ancora due esami di filosofia e di estetica.
- Bene, io sono laureata in filosofia e ho preso il massimo dei voti in entrambi gli esami...
- Però ci serve un'insegnante esperta, perché nostro figlio è bravo, ma preferisce le materie nozionistiche, con le date, i nomi (?!?) capisce...invece filosofia, per quello che so io...
- Certo capisco, (ripenso al mio diploma di liceo linguistico, al Certificate of  Proficiency e a tutti i corsi di inglese che ho seguito, così aridi, pieni di date ecc ecc) in effetti filosofia è più....discorsiva (!). Comunque non si preoccupi...
- Guardi che ci serve una persona esperta, lei è esperta? Perché sarebbe un bel problema per noi se lui non passasse questi esami, anche perché li ha già provati e...
- Sì, ho insegnato sia ai ragazzi sia alle persone adulte, l'ho scritto nella mia mail, e sono laureata in filosofia alla Cattolica di Milano
- Alla Cattolica di Milano?? E come mai??
- (esitazione, potrei rispondere con supponenza che la Cattolica è piena di studenti romani, che la Sapienza non è il Sancta Sanctorum della... sapienza, invece me ne esco con un pericoloso:) Perché sono di Milano!
(bugia, sono solo nata a Milano, ma se dico che sono di Como, in via di presentazione, l'interlocutore appena conosciuto, di solito, strabuzza gli occhi e pensa a luoghi esotici e abitudini oscure che nemmeno la Finlandia...).
- Ah, lei è di Milano? E come mai è a Roma?? (tono aggressivo oltre che inquisitorio)
- (la mia natura polemica mi spingerebbe a rispondere: fatti i caxxi tuoi, ma rispondo, barando di nuovo:) Guardi sono a Roma perché ho trovato lavoro qui (sussulto) e poi cosa c'è che non va??
- Niente, (risatina sarcastica) è che ai milanesi non piace Roma, lo sanno tutti!!
(Forse proprio perché a molti milanesi, dotati di maggior amor proprio e minore pazienza della sottoscritta, certe domande ripetute e invasive, seguite magari da "e quando te ne vai", fanno girare un momentino, ma solo un momentino, quelle cose giù in basso)
- (quasi esausta) E poi mio marito è di Roma (mezza verità, ma con questa battuta penso di aver tagliato la testa al topo, come diceva la mia insegnante di inglese al liceo).
- Ah ma quindi lei è sposata? E quanti anni ha? ...
(Ma cerchi un'insegnante per tuo figlio o una fidanzata? O hai paura che lo porti, io perfida milanese, sulle strade della perdizione??)
- Guardi, ho già compiuto i quarant'anni, le va bene? (Le serve il mio certificato penale o vuole anche le mie radiografie dentali?)
- Ah meglio così, e senta lei ha scritto che vive sulla Cassia, perché noi abitiamo al nr. xx..
- Io sto al numero yy, praticamente suo figlio (lo scemo) può anche venire a piedi..
- Ah non so dove sta questo numero... Però lei questi esami, insomma è esperta? E poi è libera nel mese di agosto? Perché nostro figlio adesso va in vacanza, ma poi deve fare questi esami a settembre.
- Sì, sono a casa (porcamiseria a me!!), facciamo che suo figlio  mi telefona (se è capace), e mi dice quali sono i testi che deve preparare, così capisco il tempo che ci vuole...(ovviamente il signore odio-i-milanesi nemmeno menziona l'argomento costo delle lezioni, perché, si sa, noi milanesi siamo già così coglioni, che quando poi ci trasferiamo a Roma ci piace lavorare gratis...).
- Ah si, la faccio chiamare da mio figlio, così lui le spiega, sa sono due esami di filosofia, in tutto quattro libri, ma lui non fa filosofia ma lingue. Poi magari ci incontriamo prima e....
- Sì va benissimo, aspetto la telefonata di suo figlio!! Buongiorno!!! (mavaffanculo liberatorio)




venerdì 28 giugno 2013

25 Settembre 1965 - Esterno giorno. Milano







Esterno giorno. Milano. Settembre inoltrato.                    
La spider procede a strappi, irrequieta, distratta. Ultimi lampi d’estate fendono a tratti il Castello Sforzesco. D’improvviso l’auto si impenna, svolta a destra e scalpita, poi a sinistra. Antonio ora è costretto a rientrare dall’altrove, perso, svanito, in ritardo. Appuntamento sfumato, indirizzo sbagliato, città ancora in vacanza, cuore senza locazione.
Rallenta, accosta, approda al marciapiede. Antonio guarda oltre il finestrino abbassato, la capote aperta, l’autunno non vuole arrivare, la camicia con le maniche arrotolate. Un bar aperto, non può che essere aperto, è l’ora dell’aperitivo, per accogliere i mariti soli, tornati dal mare, le magliette estive, senza giacca, stanchi di mostrare l’abbronzatura, la pelle avvizzita dal sole; le mogli ancora in vacanza con i bambini, e i mariti soli, per cena, alla trattoria vicino casa.
E’ quasi finito il mese, vorrei infilare la giacca, mettermi la cravatta, chiudere la capote perché piove, pensa Antonio. Invece scendo, maniche arrotolate, mi avvio lentamente, mestamente, senza motivo, verso il bar degli uomini soli, per l’aperitivo. Dalla porta a vetri di un negozio più avanti, una ragazza esce, assorta, sicura, la borsa scura, la tracolla appoggiata alla spalla, l'impermeabile, scarpe basse, comode, da pioggia.
Che strano, osserva Antonio, l’autunno per quella ragazza è già arrivato, cammina decisa, ha progetti, impegni, acquisti da fare. E poi assomiglia a Lucia, se Lucia fosse meno giovane, lontana, fuggita. Ma non può essere lei, pare dire una treccia nera, lunga, lucida, mentre ondeggia sull’impermeabile. 
E allora se non può essere Lucia…..la rincorre, le passa avanti, la ferma per un braccio, perché le mani magre, pallide, sono strette attorno a un sacchetto bianco. La ragazza guarda in volto Antonio, cosa vuole quest’uomo da me, non lo conosco, ho da fare, devo andare. Poi vede gli occhi, ricorda, è sorpresa, quasi si scusa. Antonio le stringe ancora il braccio, è l’ora dell’aperitivo, è settembre inoltrato, solo gli uomini girano soli per Milano, non hanno nulla da fare, alla trattoria sotto casa è presto per cenare.  Non può essere Lucia. Per questo la invita a bere un aperitivo, se non ha tempo anche un caffè;  non è ancora troppo tardi per un caffè prima di cenare.
Ma lei ha un appuntamento, prosegue per la sua strada, la mano di lui ancora stretta attorno al gomito, lui dietro, insiste, persiste, perde la pazienza. Solo Lucia può trattarlo così male. Intanto la treccia nera, lunga, lucida, si scuote ad ogni passo, scandisce: non sono Lucia, ho fretta, devo andare, non ho tempo per un aperitivo, non ti conosco, Antonio.

L’aperitivo si beve d’estate, le sere ancora chiare, gli abiti scollati, i sandali senza calze, i capelli appena lavati, lasciati asciugare all'aria. Perché d’estate, a Milano, l’aria è profumata, le mogli e i bambini non sono ancora tornati, magliette colorate, le auto rombanti lontane, i negozi dalle saracinesche abbassate. E i sandali senza calze, i tacchi alti affondano nel marciapiede, l’asfalto bollente, la voglia di immergersi in una coppa di gelato alla frutta, la panna morbida, fredda, anestetizza la lingua.
Ma le saracinesche abbassate, la cremeria chiusa, i tacchi affondano, il sudore scivola lungo la schiena, gli abiti smanicati, i capelli oramai asciugati, per fortuna c’è un tabacchino sempre aperto. Un tabacchino aperto anche ad agosto, dove vendono il cremino, il bastoncino incollato alla carta, umida fra le dita, correndo verso l’ombra, le ascelle bagnate, le gambe senza calze, abbronzate.
Questa è l’estate. Tempo di gelato, di corse con i capelli bagnati, di mogli lontane, di gambe nude, abbronzate, di storie sbagliate. Tempo di scherzi infantili, di giochi stupidi, di risate azzardate.
Ora la treccia nera, lunga, lucida, della ragazza che non è Lucia, si ferma. Guardati attorno, gli dice. Il tramonto sta per arrivare, tiepido, stanco, quasi a sussurrare: non è più estate.
I lampioni si accendono, l’asfalto si è raffreddato, l’aria sa di rimpianto, di ritorno, di storie cancellate. A breve torneranno le mogli con i bambini, in auto chiuse staranno i mariti, le camicie abbottonate, le giacche stirate. Sfileranno ancora i grembiuli di scuola, frusceranno i fiocchi inamidati, i bidelli agli ingressi parati, le saracinesche tutte alzate.
Ecco perché non ti conosco, Antonio, devo andare, ho da fare. Anche per me è finito il tempo di giocare.
Ma Antonio non sente, non vuole, non la lascia andare. Non è un grande sforzo, il tempo di un caffè, un pomeriggio di settembre inoltrato, è ancora troppo presto per cenare. La voce irrequieta si scalda, s’impenna,  comincia a gridare.

Se almeno fosse Lucia, la potrebbe stringere, costringere, rimproverare. Nemmeno si accorge che i mariti soli, silenziosi, lenti, escono dal bar dell’aperitivo per andare a cenare.
E senza pensarci, alza le mani, vorrebbe sciogliere la treccia nera, lunga, lucida, vorrebbe baciare i capelli bagnati, le gambe nude, abbronzate, i vestiti sbracciati. Vorrebbe sentire echeggiare i giochi stupidi, le risate azzardate, vorrebbe indietro le storie sbagliate.
Gli occhi della ragazza si accendono dalla paura, dalle dita scivolano via il sacchetto, l’impegno, le cose da fare. E insieme rotolano sul marciapiede, l’asfalto raffreddato, il lampione illuminato, un settembre inoltrato.
Antonio ha un sussulto, si calma, preme le mani sull’impermeabile aperto, sente il ventre, rotondo, scruta il viso spaventato. Distoglie lo sguardo, ha pena, vergogna, vorrebbe scappare. Vicino, per terra, il sacchetto finisce di rotolare, una scarpetta piccina, timida, rosa, scivola fuori e si lascia guardare. 
  

lunedì 24 giugno 2013

La rovina dell'Italia.

Qualche tempo fa, ad una riunione di amiche che non incontravo da almeno vent'anni, mi ritrovo a chiacchierare con lei, la manager di successo, la ragazza più corteggiata di tutto il liceo, la stessa che in prima aveva già una lista di ex più lunga di quella che io ho adesso.
E allora, le chiedo, hai votato per quella persona che ti avevo segnalato nella mia mail? 
No, mi risponde lei, perché sarebbe stato un voto inutile. Ho preferito votare per XY del PD. A stento trattengo una risata: tu hai votato per quella scamorza? Non mi sembri il tipo. 
Certo, mi dice lei, lo so che non vale nulla, ma era l'unica alternativa a Berlusconi. E poi aggiunge, guardandomi di sottecchi, con un sorrisetto fra il malizioso e lo strafottente (lo stesso di vent'anni prima), e Berlusconi è la rovina dell'Italia.
Bello sentirselo dire da una dirigente che ha fatto tutta la sua carriera, subito dopo la laurea alla Bocconi, proprio nelle aziende del cavaliere.
D'altra parte mica è colpa sua, della mia amica intendo, se in Italia c'è chi può permettersi di sputare nel piatto d'argento dove mangia, e chi invece non ha nulla da mettersi nel piatto, e gli sputi li prende in faccia tutti i giorni.
Chissà cosa avrà pensato oggi, la mia amica, alla notizia della sentenza di condanna del suo capo. Immagino solo il suo solito sorrisetto di compatimento, quello che si rivolge ad una povera sfigata (come la sottoscritta). La frase di circostanza poco importa, l'avrà trovata in qualche libro, di quelli che al liceo odiava leggere.

giovedì 20 giugno 2013

Posso aggiungerti ?

Fra tutti i social network, Linkedin dovrebbe offrire la possibilità di allacciare rapporti con persone che si conoscono, direttamente o indirettamente, per eventuali sviluppi lavorativi.
Insomma un sito "serio", magari non utile davvero a trovare un impiego, ma esente da perdite di tempo e cazzeggi inutili.

Compaiono, invece, anche richieste di "entra in contatto con me" da parte di persone che:

a) ritenenevi amiche e per questo avevi rintracciato su Facebook, dopo anni in cui vi eravate persi di vista. Le persone suddette, pur accettando la tua amicizia su FB, non hanno poi  mai scritto una riga per chiederti dove cavolo tu fossi finito, o cosa stessi facendo, insomma nemmeno un briciolo di finta curiosità per la tua esistenza in vita. Dopo vari mesi di silenzio, avevi deciso di cancellare tale persona/e dagli amici "per vedere l'effetto che fa". Silenzio tombale, nemmeno una richiesta del perché della cancellazione. Ergo sarebbe stato meglio non perdere tempo a ricercarli nel web: credevi fosse un'amica/o, invece era un calesse. A questo punto, però, dato che la mente umana è insondabile, la stessa persona che tu hai cancellato da FB, ti chiede di entrare in contatto con te su Linkedin, nonostante il suo lavoro non abbia nulla a che fare con quello che tu stai facendo/hai fatto/farai. Insomma non gliene frega niente se sei vivo, a Roma, Londra o su FB, ma vuole aggiungerti ai suoi contatti Linkedin. Così, tanto per fare numero.

b) persone di cui ignoravi l'esistenza, e che non hanno e non avranno mai alcun tipo di rapporto o di interesse lavorativo in comune con te, ma che ti chiedono di entrare in contatto con te. Anche loro probabilmente così, tanto per fare numero.

c) persone con le quali eri in contatto in una vita precedente, parenti di ex mariti/mogli, ex colleghi di lavoro, ex vicini di casa ecc, che non hanno mai manifestato il minimo interesse per te dopo il licenziamento, divorzio, trasferimento in capo al mondo. Nemmeno un sms o una mail per anni. E improvvisamente ricompaiono, dall'altra parte del mondo, senza alcun motivo di carattere lavorativo, e chiedono di entrare in contatto con te su Linkedin. Vogliono sapere forse se stai lavorando o sei alla canna del gas, sei hai superato il trauma del licenziamento/separazione/trasloco, se vivi in una camera in affitto o in una villa con piscina, o magari se chiederai gli alimenti o stai per fare causa all'ex-datore del lavoro.
Questa terza categoria è la peggiore: non c'è alcuna sciatteria nella loro richiesta di contatto, ma una precisa strategia di indagine investigativa. Alla quale io rispondo rinviando al mittente la richiesta di contatto, precisando che non conosco la/e  persona/e.

Conclusione, anche su Linkedin certe persone postano la loro foto migliore, che corrisponde al loro stesso fondoschiena...

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