mercoledì 18 maggio 2016

"L'impostore" di Javier Cercas, ovvero una menzogna in cui tutti credono non è più una menzogna?







Di solito scelgo un romanzo mossa dalla curiosità per un autore che non ho mai letto, oppure per avere la conferma di un autore che già apprezzo. Ho deciso invece di leggere “L’impostore” di Javier Cercas, scrittore, giornalista e docente di letteratura spagnolo, perché volevo cercare di comprendere la psicopatologia di un impostore o mitomane, di un bugiardo seriale insomma. Categorie che vantano numerosi adepti (o affetti?) di entrambi i sessi. Ma ancora di più mi interessava comprendere quale fosse il meccanismo inconscio che fa cascare molti di noi, comuni mortali condannati alla sincerità, nella ragnatela dell’impostore o della mitomane di turno. 

Non potevo trovare migliore “romanzo vero”, e nel contempo “opera di finzione”, creata dal protagonista del romanzo stesso. Enric Marco, ultranovantenne di Barcellona ancora in vita, militante antifranchista, poi segretario del CNT, il sindacato anarchico spagnolo, in seguito presidente degli Amical di Mauthausen, l’associazione spagnola dei sopravvissuti all’Olocausto. Un uomo che ha attraversato settant’anni di storia spagnola come un eroe. Un impostore, come pubblicamente smascherato dallo storico Benito Bermejo nel 2005.

Javier Cercas ci racconta i suoi dubbi e la ritrosia, durata alcuni anni, a scrivere di Enric Marco. Poi, presa la decisione, eccolo lavorare come uno storico e un investigatore insieme: indaga, analizza documenti storici molto lacunosi, cerca e intervista testimoni. Tutto per poter comprendere e dimostrare se “veramente” (un avverbio usato spesso da Enric Marco nelle sue interviste) la vita del protagonista sia un cumulo di menzogne. Un romanzo con il quale Cercas non vuole né difendere né accusare Enric Marco, quanto piuttosto comprendere lui e analizzare le dinamiche di buona parte della storia spagnola del ‘900. 

La parte più interessante e affascinante del romanzo è proprio quella delle indagini storiche, molto meticolose, e delle interviste a Enric Marco. Scopriamo insieme allo scrittore che il protagonista è figlio di un padre alcolizzato, che non si è mai curato di lui, e di una madre pazza, tanto da essere nato in manicomio. Dopo essere vissuto con gli zii paterni, ha sì militato nelle file repubblicane, ma senza quegli atti di eroismo da lui raccontati. Sotto la dittatura franchista ha invece cercato di sottrarsi al servizio militare obbligatorio, offrendosi come operaio volontario per lavorare nella Germania nazista. Lì è stato brevemente imprigionato, ma in un carcere civile e non in un campo di concentramento.

Ma allora come è possibile che si sia fabbricato una vita “fittizia” da eroe antifranchista e da reduce del campo di concentramento di Flossenburg? E, soprattutto, come ha potuto prendere in giro per settanta anni familiari, colleghi, amici, giornalisti? Secondo l'autore tutto è stato possibile perché negli anni del passaggio dalla dittatura alla democrazia la Spagna è stato un Paese narcisista tanto quanto Enric Marco. La democrazia spagnola è stata costruita su una grande menzogna collettiva, formata da tante menzogne e omissioni personali. Il protagonista è sempre stato con la maggioranza della popolazione, o meglio ha raccontato quello che la maggioranza degli spagnoli voleva sentirsi raccontare.

Ritornando all’avverbio “veramente”, secondo l’autore bisogna veramente diffidare dei predicatori di verità, perché come l’enfasi sul coraggio smaschera il vigliacco, l’enfasi sulla verità denuncia il bugiardo. Enric Marco è stato un campione di narcisismo e di kitsch, lo strumento di cui si serve il narcisista bugiardo per il suo esercizio costante di occultamento della verità. Marco, come un novello Don Chisciotte, non vuole conoscere o riconoscere la verità per non conoscere o riconoscere se stesso, perché disprezza il suo vero “io”.

Ma esistono verità cattive e verità “buone” o bugie bianche? L’infaticabile, per quanto confusionario, lavoro di Marco a capo degli Amical di Mauthausen, non è forse servito ad aprire uno squarcio su un capitolo della storia spagnola di cui nessuno voleva parlare? E tutti i giovani che ha avvicinato e influenzato con i suoi discorsi carismatici, non gli sono debitori di una passione politica che forse non avrebbero sviluppato? 

Il discorso diventa più complesso e sfaccettato di quanto poteva sembrare iniziando a leggere il libro, soprattutto quando Marco, durante una delle interviste di Cercas, accusa lo scrittore di essere, come lui, un bugiardo e di voler scrivere il libro sulla sua vita solo per avere soldi e successo. Lo scrittore ammette, a se stesso e a noi lettori, che scrivere libri è una forma socialmente accettata di narcisismo, e a questo punto si apre uno spazio di metaletteratura: Cercas, come ogni scrittore, è un narcisista e utilizza la finzione, quindi è anche lui un bugiardo. 

Un libro davvero bello da leggere, sia per chi è appassionato di storia sia per chi non apre manuali della materia dai tempi del liceo. Una vicenda sulla quale Cercas lavora studiando il passato da scrittore, non da storico, perché condivide l’affermazione di Faulkner: il passato è soltanto una dimensione del presente. Un romanzo in cui si possono trovare numerosi spunti di riflessione personali, come anche interrogativi storici e politici che valgono sia per la Spagna franchista e post-franchista sia per l’Italia contemporanea.


Il romanzo, tradotto da Bruno Arpaia, è uscito l'anno scorso per la casa editrice Guanda, ed è disponibile sia in ebook sia in cartaceo   vedi qui .




mercoledì 4 maggio 2016

“Carne” : siamo ciò che mangiamo, o mangiamo perché siamo?








Testo di Fabio Massimo Franceschelli . 
Diretto e interpretato da Elvira Frosini e Daniele Timpano.

Due settimane fa, in prima nazionale al Teatro dell’Orologio, il nuovo spettacolo di Elvira Frosini e Daniele Timpano, una coppia anche nella vita. Durante lo spettacolo ho intravisto una mise en abîme della rappresentazione, un racconto nel racconto, con due cerchi concentrici che uniscono i punti di snodo drammaturgici.

A unire le due cornici, il disegno sonoro e le musiche di Ivan Talarico. In una scenografia inesistente, a parte i due microfoni ad asta, le musiche sono pervase da suoni e rumori, cercano di ricostruire ambienti e aggiungere spazio alla scena. Sottolineano e rispondono dialetticamente ai due personaggi, quasi a interpretare i pensieri del pubblico, venendo a creare così un terzo personaggio, invisibile ma ben presente. 

1° cornice-cerchio – fermo immagine dei due attori davanti al microfono – inizio e fine dello spettacolo .

Elvira Frosini e Daniele Timpano sono vestiti di nero, in abiti eleganti, quasi a sottolineare l’importanza delle discussioni e la pregnanza del testo. Lo spettacolo inizia e finisce con un fermo immagine dei protagonisti di fronte ai due microfoni ad asta. Alla fine lei spiega che l’immagine vuole rimandare alle opere d’arte di Gunter von Hagen. Il discusso artista/antropologo tedesco ha creato Bodyworld, una mostra itinerante di cadaveri "plastinati" attraverso un complesso procedimento, che da anni raccoglie milioni di visitatori in tutta Europa.

All’interno di questa cornice assistiamo allo scambio vivace di insulti e battute fra i due: più ironici quelli di lui: “Lattugaia, frulla-frutta, crudaiola”, più crudi e offensivi quelli di lei “Zombie, genocida, necrofilo”. Ascoltiamo le spiegazioni etico-filosofiche di lei, che motiva la sua scelta vegetariana con assunti che partono dalla bioetica per arrivare all’ecologia e alla compassione per gli animali, visti come uguali a noi. 

Lei giunge anche a narrare un intermezzo poetico: il racconto indiano dell’uomo che smise di andare a caccia, quando una tigre lo fece riflettere sulla possibilità di scelta dell’essere umano. Ridiamo, al contrario, delle prese in giro ironiche di lui. Speculare al racconto dell’uomo indiano c’è l’aneddoto, palesemente falso e paradossale, di lui e del suo cane che sacrifica due zampe per l’armonioso vivere.

In questa cornice possiamo pensare che i due abbiano cominciato a convivere, pur conoscendo bene le rispettive diverse visioni della vita. E che poi il quotidiano abbia portato a non armonizzare le due opposte filosofie ma anzi a estremizzarle.

2° cornice - cerchio –   prima cena ristorante: filetto al sangue - rivolo di sangue bocca di lui –  dopo la nascita del figlio: bistecca cruda nella bocca di lei – rivolo di sangue dalla bocca di lei.

Dal racconto in flashback del primo incontro dei due protagonisti, comprendiamo che la dialettica fra i due e, soprattutto, l’intransigenza di lei verso le scelte alimentari di lui, sono sempre state le stesse. Il resoconto vivido e ironico del loro primo appuntamento al ristorante, ci mostra un lui che ordina un filetto al sangue e una lei che non riesce a trattenere il disgusto per quel rivolo di sangue che gli scende dalla bocca.

Eppure i due hanno continuato a frequentarsi, dopo quella prima cena disastrosa, anzi ora vivono insieme, anche da alcuni anni. E i litigi sulla carne continuano ad alimentare la loro vita a due, di cui nulla altro sappiamo, né del lavoro, né di amici o parenti. La diatriba sulla carne pare essere il collante stesso, se non l’unico motivo di incontro/scontro della coppia. Vi è una coesistenza degli opposti che non possono stare l’uno senza l’altro.

Ma a un certo punto la seconda cornice interna alla narrazione drammaturgica si chiude. Si giunge infatti a una svolta: la coppia sta per diventare una famiglia. Lei scopre di essere incinta e rivela che il medico le ha consigliato una dieta con carne per una carenza di ferro. 

Da una rassegnata accettazione di un diktat alimentare per motivi medici, lei passa immediatamente a ordinare, in modo perentorio, una serie infinita di piatti di carne, i più eterogenei e assurdi (tranne il maiale “che provoca toxoplasmosi”) . Sentiamo solo la sua voce stentorea dietro una tenda, con una luce rossa sul palco ad alludere al sangue della carne. Lo spettatore si aspetta la rivelazione delle contraddizioni retoriche di lei, mentre lui corre affannato, le spalle al pubblico, cercando di portarle tutti i piatti di carne. Sembra di assistere a una capitolazione di lei, vittima sacrificale nel nome di una gravidanza e di un figlio sano.

Ma ecco un nuovo ribaltamento dei ruoli e l'ennesimo punto di crisi: lei rientra in scena dopo il parto, camminando con movenze animalesche quasi fosse un cane/lupo, reggendo fra i denti una enorme bistecca cruda. O forse un piccolo cucciolo. O un neonato. Arriva davanti a lui e agli spettatori e lascia cadere il neonato/bistecca davanti ai suoi/nostri piedi. “Ecco nostro figlio, ecco il nostro filetto.” E ora un rivolo di sangue invisibile pare scendere dalla bocca di lei, quasi ad accusare silenziosamente lui, il maschio della coppia, per questa ennesima sopraffazione.

Come ripete spesso lui durante lo spettacolo: “ La morte fa quello che vuole, quando vuole e come vuole.” Allora forse il rifiuto della carne per alimentarsi, la gravidanza sentita come imposizione, non sono altro che segni di una paura di lei per la morte, una chiusura totale verso il ciclo biologico naturale di ciascuno di noi. 


A questo punto negli spettatori, dopo il tourbillon di accuse, insulti, prese in giro, vorticosi ordini di carne, nasce un dubbio. Il tema dello spettacolo è davvero quello se essere vegetariani o carnivori? Ci si avvia all’uscita, dopo aver anche riso e applaudito, con meno certezze e più dubbi di quando si era entrati nella sala Gassman del Teatro dell’Orologio.










domenica 10 aprile 2016

TEATRO VERSUS FEDE b) “ Yesus Christo Vogue ” o dell’essere umano privato della morte e del divino.







Avevo molte aspettative quando ho scelto di vedere lo spettacolo della compagnia Vuccirìa Teatro, al suo debutto nazionale nella Sala Orfeo del Teatro dell’Orologio, poiché avevo letto articoli lusinghieri sui loro precedenti spettacoli. Non ho quindi altri termini di paragone personali su questa giovane compagnia teatrale palermitana. La coincidenza della rappresentazione nella settimana precedente la Pasqua ha accresciuto la mia curiosità (Teatro versus Fede, una nuova opportunità di verifica drammaturgica). 

Prima di poter entrare nella Sala Orfeo, la più grande del Teatro, con gli altri spettatori mi sono dovuta soffermare nel corridoio antistante, a guardare immagini che scorrevano su due piccoli schermi appesi al muro. Corpi dilaniati da bombe, culturisti che si esibivano su un palco, e altri orrori. Non mi vergogno ad ammettere che all’ennesima immagine di cadaveri “esplosi”, ho abbassato lo sguardo. 

Dopo essere entrata in sala e aver preso posto, ho trovato ad accoglierci Joele Anastasi, attore, autore del testo drammaturgico e regista dello spettacolo. Vestito (o svestito) come Cristo in croce, corona di spine compresa, il corpo e il volto coperto di fango, appollaiato su una sporgenza nel muro a sinistra della sala. Con noncuranza apparente verso gli spettatori, Il Yesus Christo dei Vuccirìa ripeteva un mantra: “predisposto all’infelicità incapace di suicidio”. E fra una ripetizione e l’altra inghiottiva con il vino capsule, probabilmente sonniferi. Poi è sceso dal gradino e, camminando nel corridoio centrale della sala, è salito sul palcoscenico per finire dietro il fondale, sparendo alla nostra vista.

Ecco così ad attirare la nostra attenzione gli altri due attori Enrico Sortino, anche aiuto regista, e Federica Carruba Toscano. La loro recitazione molto intensa è stata inframmezzata dal riapparire del Christo, dietro una tenda/garza nera sul fondo, che enunciava proclami messianici in modo stentoreo. In alternanza ai proclami venivano proiettati sulla tenda passaggi del Nuovo e Vecchio Testamento, il più delle volte impossibili da leggere perché impallati dai due attori in scena. Enrico Sortino e Federica Carruba Toscano, novelli Adamo ed Eva post-Apocalisse, hanno declamato con rabbiosa disperazione la scomparsa di amore, futuro e morte, affrontandosi, avvinghiandosi e spruzzandosi con l’acqua delle pozze per tutto il tempo. Anche loro sporchi di fango, vestiti con costumi fra il peplo e il gladiatorio, hanno addentato più volte e si sono contesi con ferocia dei corvi. 

La mia perplessità si è intensificata con lo scorrere dello spettacolo: la totale assenza di speranze e di orizzonti è stata l’unica chiave interpretativa che ho saputo trovare, anche riflettendoci dopo giorni. Poco giustificate le pozzanghere con acqua, dal fondo ricoperto di materiale riflettente simile a carta stagnola, incastonate nella croce utilizzata dai due attori come camminamento. Ancora meno plausibili le balle di fieno gettate qua e là, a fianco della croce e sotto il palcoscenico. Tutto molto simile al presepio che allestivamo a casa mia quando ero ragazzina. Era poi necessario alla drammaturgia il microfono auricolare fissato al viso di Joele Anastasi con un cerotto molto visibile sotto il nerofumo? E il microfono ad asta con cui enuncia dietro la tenda nera trasparente, è perché si tratta di un Yesù Vogue? Vorrei poter aggiungere qualcosa sul significante e sul significato del testo drammaturgico, dato che è stato definito da un critico “un’opera ambiziosa di concetto, di filosofia, di psicopatologia collettiva”, e la regia di Joele Anastasi “coraggiosa, impavida, tagliente, viscerale e coltissima”. Vorrei avere almeno compreso quale era il target di spettatori al quale lo spettacolo era diretto (quelli presenti al Teatro dell’Orologio erano forse ancora più sconcertati della sottoscritta). 

La mia impressione complessiva è che il testo sia stato scritto e messo in scena con grandi ambizioni, che non sono bastate però a renderlo fruibile e comprensibile, nemmeno al pubblico aperto alle sperimentazioni del Teatro dell’Orologio. Molti erano forse i messaggi impliciti che tali sono rimasti. La recitazione, fra lo ieratico e il rabbioso, pur dimostrando l’impegno profuso, non ha giovato. Mi ha convinto di più la prova attoriale di Enrico Sortino rispetto a quella di Federica Carruba Toscano, perennemente affannata come se fosse stata reduce da una corsa. Data la giovane età dei componenti la compagnia, li rimando a settembre, sperando di poterli ri-vedere con uno testo meno pretenzioso e una regia più attenta alla messinscena.




lunedì 4 aprile 2016

“ Gli occhi neri di Susan ” di Julia Heaberlin , ovvero quando un giallo ben scritto avvince e fa riflettere.





La prima cosa che mi ha colpito di questo libro è la copertina con il titolo. Ho pensato all’istante che fosse un omaggio al film “American Beauty” di Sam Mendes con Kevin Spacey (se non l’avete mai visto, il film, rimediate entro domani!). Una ragazza nuda, con margherite gialle al posto dei petali di rose rosse. Invece la motivazione è diversa: nel titolo e nella copertina c’è la storia della protagonista e insieme il modus operandi del serial killer che l’ha rapita. 

"Gli occhi neri di Susan" è, infatti, un giallo dove il colpevole è un serial killer che rapisce e uccide giovani ragazze. Ma se non amate descrizioni di violenze sessuali o simili, potete stare tranquilli, nel libro non ne troverete. Il romanzo si snoda a capitoli alternati con due protagoniste: Tessie, la ragazzina rapita nel 1995 che ci racconta la sua vita prima e dopo la terribile esperienza, e Tessa, che è diventata donna e oggi ha una figlia adolescente.

Ma chi è la Susan del titolo? Susan non esiste, o meglio, gli occhi neri di Susan (titolo originale Black-Eyed Susans: le Susan dagli occhi neri) altro non sono che il nome di un fiore giallo, simile al girasole, molto comune nel Texas. Perché tutta la vicenda è ambientata in quello Stato, dove Tessie/Tessa ha sempre vissuto e dove, in uno dei carceri di massima sicurezza di Huntsville (ricordate “Il miglio verde”?), è rinchiuso in attesa dell’esecuzione l’assassino seriale. 

Tessie è l’unica sopravvissuta fra le Susan dagli occhi neri, come le aveva definite la stampa, perché il maniaco le aveva abbandonate in un campo ricoperto di quei fiori. Ma se il colpevole è stato condannato ed è in carcere da anni, su cosa si regge la trama? Ancora sui fiori dall’occhio nero: chi continua a piantarli vicino alla casa di Tessa, un emulatore del serial killer o solo uno squilibrato? E se invece il vero colpevole fosse ancora libero, mentre un innocente sta per essere giustiziato a causa della testimonianza al processo di Tessie?

Julia Hearberlin, texana al suo terzo romanzo, è stata per anni anche giornalista. L’autrice sfiora nel romanzo tematiche non banali, come l’eticità della pena di morte come deterrente per il crimine; la statistica che ci mostra come negli Stati Uniti sono soprattutto neri poveri a essere condannati a morte; il lavoro di psicologi e avvocati quando sono i minori le vittime di un crimine. 

Ma, soprattutto, “Gli occhi neri di Susan” è lo svelarsi dell’educazione sentimentale di Tessie e dell’amicizia profonda che la lega all’eccentrica coetanea Lydia, l’amica del cuore che l’aiuterà dopo il ritrovamento e durante il processo. Ma se Lydia è una vera amica, perché dopo il processo se ne è andata via con la sua famiglia senza nemmeno salutare Tessie? E quanto peso hanno avuto il bizzarro nonno di Tessie e Lydia nel costruire l’immaginario adolescenziale di Tessie, popolato di fiabe politicamente scorrette e di racconti gotici alla E.A. Poe? 

Davvero un bellissimo romanzo, che non smette per una pagina di essere thriller dal ritmo elevato, con una scrittura fluida e realistica, ricca di introspezione su tutti i personaggi (complimenti alle traduttrici Marianna Cozzi e Angela Ricci). Lo leggerete tutto d’un fiato, sarete sorpresi dai colpi di scena e, quando penserete di aver trovato il bandolo della matassa, resterete a bocca aperta... ma non certo per la delusione! Lo consiglio a tutti gli amanti dei gialli costruiti a regola d’arte e, in particolare, a chi ama i legal thriller su carta, nei film e in Tv.


Il libro è uscito nello scorso mese di marzo per la Newton Compton Editori ed è disponibile sia in ebook sia in cartaceo  vedi qui


giovedì 31 marzo 2016

TEATRO VERSUS FEDE a) “ Lourdes ” ovvero la conversione come miracolo drammaturgico.





Nel periodo pasquale mi è capitato di riflettere su due spettacoli che più diversi non si può, entrambi rappresentati e visti al Teatro dell'Orologio. L'unico aspetto che li avvicina è il rapporto con il Divino o, se preferite, con il Sacro. A dire la verità volevo creare una specie di ring pugilistico, dove fare "combattere" virtualmente i due spettacoli, ma ho avuto paura che qualche critico teatrale vero e serio, come pure qualcuno delle persone coinvolte nei due spettacoli, venisse a cercarmi per....prendermi a male parole. 

In fondo sono solo una spettatrice curiosa e attenta, come alcuni di voi che leggete. E quelli che leggono soltanto, sarebbe ora che cominciassero ad andare a teatro, perché non è che sono qui a scrivere tanto per farvi passare il tempo. Ora basta con il preambolo, leggetevi cosa ha suscitato in me il primo spettacolo. Il secondo? Intanto meditate su questo....


La pièce teatrale "Lourdes" è un adattamento del regista Luca Ricci dall'omonimo romanzo d'esordio di Rosa Matteucci; è lo spettacolo vincitore de "I teatri del sacro 2015". Una donna, Maria Angulema, Andrea Cosentino, è in mutande, su un rialzo sopra il palcoscenico; c’è una  sedia e sullo schienale sono appesi alcuni indumenti. Maria li usa per vestirsi come dama della carità. Deve accompagnare a Lourdes, in pullman, un gruppo di malati e anziani di Orvieto. 

Lo spazio scenico è diviso in due: una parte sopraelevata dove Andrea Cosentino/Maria Angulema narra in un flusso inarrestabile, con un verace accento umbro, la sua esperienza come dama di carità, il suo incontro con le persone del gruppo e il pellegrinaggio a Lourdes. Sotto il sopralzo Danila Massimi,  con voce e strumenti dal vivo, sembra richiamare Maria e gli spettatori a un “altrove”, che non è né narrato né rappresentato, ma irrompe a tratti nel racconto. Il monologo di Maria tratteggia i vari personaggi in modo comico, sarcastico, sfiorando a volte il cinismo: è grazie a questo sguardo disincantato che scopriamo l’umanità varia di chi partecipa a un pellegrinaggio a Lourdes.

Ma c’è una dimensione altra, appunto, che è quella del divino, o meglio della ricerca di un Dio che deve dare una risposta a tutti quelli che vanno alla Grotta: perché sono al mondo? Perché soffro? Perché, nel caso di Maria, mio padre è morto? Danila Massimi, con voce e suoni mistici, a volte quasi arcaici, pare ricordare alla protagonista che esiste un “senso” del suo pellegrinaggio e del suo dolore, così come esiste un senso per il dolore di tutti gli altri.

Nello spettacolo c’è una desacralizzazione apparente del luogo narrato e anche dei simboli sacri: quando Danila canta o suona, Andrea/Maria interrompe il racconto e beve da una Madonnina di plastica, una di quelle che i pellegrini usano per riempirla di acqua santa. Pare quasi che tutto il narrare di Maria sia teso a cancellare negli spettatori l’idea dell’esistenza di Dio.

Tutto il cinismo di cui la narrazione è pervasa provoca negli spettatori dapprima una risata, e poi un sentimento di empatia per Maria e per chi sta accompagnando. Un cinismo che non è altro che uno scudo, con il quale Maria vuole proteggersi dal dolore per una morte, quella del padre, che reputa insensata.

E’ all’interno delle piscine che tutte le difese di Maria cadono. Sana tra i malati, dubbiosa tra i credenti, ecco che davanti al mistero del sacro si compie in lei il vero miracolo: l’accettazione del dolore. E solo accettando il mistero del divino, il dolore e la vita stessa riacquistano significato.

Non so quanti tra gli spettatori del Teatro dell'Orologio siano mai stati a Lourdes: io ci sono stata tre volte, circa 25 anni fa, da pellegrina e da guida di gruppo. Difficile non ridere di fronte alle miserie umane dei personaggi che Maria incontra, perché davvero sono caratteristiche rilevabili fra i partecipanti a quella drammaturgia fra il sacro e il profano che si svolge intorno alla Grotta di Massabielle.

Da credente, quale ero, ho provato a volte la stessa irritazione, ma anche la stessa pena, malcelata, di Maria verso persone che spesso non avevano mai visto altro che il proprio paese. Lourdes era quindi per loro un pellegrinaggio, ma anche un’occasione mondana, un viaggio in una realtà diversa dal quotidiano triste e greve. Anche io sono stata nelle piscine, con lo stesso scetticismo e paura che prova Maria. E alla fine mi sono immersa in un mistero che non si può narrare.


Questo è il punto dove avviene lo scarto nella narrazione di Maria e nello spettacolo, dove l’uomo non può più spiegare, ma si deve arrendere a un mistero superiore, che lo accoglie e lo consola. E la resa di Maria, simile a una conversione, è perfettamente plausibile seguendo tutta l’evoluzione del racconto.




giovedì 17 marzo 2016

" Sherlock Holmes e il mastino dei Baskerville " e di come un classico possa diventare moderno.





Lo spettacolo in scena al Teatro Stabile del Giallo è tratto da una delle opere più famose di Arthur Conan Doyle. La trama è nota: sir Charles Baskerville viene trovato morto. James Mortimer, il suo medico personale, teme che responsabile della morte sia un'orribile creatura, un mastino enorme che si aggira nella brughiera. La leggenda narra infatti che gli eredi della famiglia Baskerville siano oggetto di una maledizione, che li destina a una morte violenta. Per proteggere Henry, l'ultimo dei Baskerville tornato in Inghilterra per entrare in possesso dell'eredità dello zio Charles, il dottor Mortimer chiede aiuto a Sherlock Holmes.

L’inizio della pièce è fulminante nel suo dinamismo: il dualismo Sherlock Holmes/Watson è abilmente caratterizzato, segno di recenti suggestioni cinematografiche ben metabolizzate dalla regista Anna Masullo. Mentre Sherlock Holmes ragiona ad alta voce sugli effetti della cocaina, e ne dà una dimostrazione pratica piroettando a torso nudo sul palco, Watson lo aiuta a ragionare e a calmarsi. 

A questo punto entra in scena il dottor Mortimer, che inizia a leggere la lettera che spiega la leggenda del mastino dei Baskerville. Ho trovato molto suggestiva l’idea di narrare la leggenda attraverso un video, anziché farla raccontare, e questo artificio drammaturgico avvolge gli spettatori nell’atmosfera noir, quasi gotica del racconto. Altra scelta intensa e originale è il cambio scena successivo, quando Holmes, che rimane a Londra, resta solo sul palcoscenico e suona il violino: dietro di lui si intravedono le sagome dei quattro personaggi che incontreremo nella dimora dei Baskerville,  mentre seguono “fisicamente” la partitura musicale. 

La scenografia essenziale non cambia dalla casa londinese di Holmes alla dimora nella brughiera, salvo i quattro ritratti di altrettanti membri dei Baskerville, quadri che scendono dall’alto resi inquietanti dalla luce che ne illumina il volto. Notevole la scelta di utilizzare di nuovo la tenda/porta, dove si era visto scorrere il video della leggenda, per illuminare la scena con un camino, come per rendere in modo psichedelico la visione dell’incubo che sogna Watson. 

Il mastino non si vede mai, ma la sua presenza inquietante e quasi sovrannaturale è ben chiara a tutti gli spettatori: il suo ululato più volte terrorizza e pietrifica i presenti in sala. Da notare che fra gli spettatori, domenica scorsa, c’erano una cinquantina di ragazzini della adiacente scuola media, tutti attenti e con il fiato sospeso fino alla fine.

Non aggiungo altro, perché sempre di un giallo si tratta, se non che le musiche originali di Carlo Venezia sono azzeccate, bellissimi i costumi d’epoca di Francesca Mescolini. Complimenti soprattutto ad Anna Masullo, al suo esordio come regista: ha vivacizzato e modernizzato uno fra i testi più classici fra i classici del giallo. Bravi tutti gli attori, da parte mia ho particolarmente apprezzato Alessandro Parise, uno Sherlock Holmes energico e magnetico nelle capriole sul palco come nelle apparizioni a sorpresa, Mauro Racanati, un Watson misurato e in sintonia con il co-protagonista, e Andrea Ruggieri nel ruolo dell’elegante e scettico dottor Mortimer. 





giovedì 10 marzo 2016

" Dimmi il tuo segreto " di Lucy Whitehouse, ovvero conosci bene chi dorme al tuo fianco?






"Dimmi il tuo segreto" è il terzo giallo di Lucy Whitehouse, scrittrice che vive a New York ma è nata e cresciuta in Inghilterra. 

Nel titolo originale del libro "Before we met" (Prima che ci incontrassimo/prima del nostro incontro N.d.a.) è racchiuso il nucleo della storia. Hannah, la protagonista, è una ragazza inglese che vive a New York e lavora nel campo della pubblicità. A casa di amici conosce Mark, inglese anche lui, bello, ricco e imprenditore di successo pur essendo ancora giovane. In pochi mesi i due decidono di sposarsi e di tornare a vivere a Londra, dove ha sede la società di Mark.

Sappiamo tutti, però, che i principi azzurri esistono solo nelle favole. Un giorno Hannah va a prendere Mark, di ritorno da un viaggio di lavoro, all'aeroporto di Heathrow. Lui però non scende dall'aereo, e nemmeno da quello successivo, e non risulta raggiungibile al cellulare.

A questo punto prende le mosse un thriller che, sulle prime, si delinea come un giallo psicologico: Hannah è tormentata dai dubbi, si chiede se davvero conosce bene l'uomo che ama, che ha sposato da pochi mesi e per il quale ha abbandonato lavoro e carriera a New York. Da una parte Hannah non vuole fare la fine della madre, che ritiene responsabile della fine del matrimonio con il padre per la sua immotivata e patologica gelosia. Dall'altra la giovane comincia a investigare da sola, e scopre avvenimenti molto importanti e negativi nella vita passata di suo marito, sui quali lui ha mentito. 

Si arriva a un punto di svolta quando Mark finalmente riappare a Londra. Hannah lo costringe ad ammettere tutte le sue bugie. Ma.... niente è come sembra, e qui il giallo psicologico cambia ritmo e assume un tono quasi noir, avvolgendo la lettrice in un vortice di tensione e terrore davvero ben costruito. 

Non aggiungo altri particolari della storia,  perché sempre di un giallo si tratta. Due punti di forza di questo libro, oltre alla suspense in crescendo, sono, in primo luogo, la descrizione quasi minuziosa, ma per niente noiosa, di Londra, delle sue vie, stazioni della metro, parchi e palazzi. Per chi è innamorato della capitale inglese, come la sottoscritta, pare davvero di respirarne l'aria insieme alla protagonista. In secondo luogo l'analisi psicologica di Hannah, una giovane donna che vediamo maturare faticosamente e diventare sempre più sicura di sé pagina dopo pagina.


Il libro è uscito nel gennaio 2016 per la Newton Compton Editori ed è disponibile sia in cartaceo sia in ebook   vedi qui






domenica 21 febbraio 2016

" Cock " o dell'impossibilità di uscire dagli schemi.







“ Cock ”, visto al Teatro dell'Orologio il mese scorso e ora in scena al Teatro Franco Parenti a Milano, è un testo pluripremiato del giovane drammaturgo inglese Mike Bartlett. L’autore mette in scena il dramma di una coppia omosessuale quando uno dei due uomini si innamora di una donna. John, l’unico dei personaggi ad avere un nome, il suo compagno è solo M (Man) e la donna W (Woman), si trova coinvolto in qualcosa di più importante di un’avventura di una notte, e non sa decidersi fra M e W.

I tre personaggi si ritrovano quindi a casa di M, dove giunge anche il padre di M, che “tifa” per il figlio e la coppia collaudata da anni. E il termine tifo è quanto mai adatto perché assistiamo a un incontro di boxe verbale, senza esclusioni di colpi e battute crude e crudeli: il palcoscenico è un ring dove non esistono altri elementi di scenografia. I personaggi compiono percorsi geometricamente rigidi all’interno del ring, e i cambi di scena sono scanditi da un colpo di gong.

John, l’anello debole nel triangolo fra M e W, pare essere l’eterno adolescente che non sa operare una scelta: gli altri hanno sempre scelto per lui, dai vestiti al suo ruolo nella società. Anche il suo outing al college sembra il frutto di una ricerca di identità all’interno di un gruppo, piuttosto che di una matura consapevolezza. Forse per questo motivo è nata l’attrazione di John per W, non tanto per la ricerca di una vita più semplice o più banale, ma perché la donna, reduce da un matrimonio fallito, lo accetta così come lui è.

Ma la scelta fra un passato da omosessuale e un futuro, del tutto ignoto, da eterosessuale non è così facile. Il padre di M incarna questa difficoltà: l’uomo, vedovo, è convinto che suo figlio e John abbiano compiuto una scelta di identità sessuale, prima di diventare una coppia, dalla quale non si può “evadere”. Il regista Silvio Peroni vuole forse suggerirci che per John è troppo difficile ammettere di amare, in modo diverso ma ugualmente intenso, un uomo e una donna. La schematicità dei ruoli etero e omosessuale nella nostra società viene disegnata dai passi che i personaggi compiono dentro il “ring”, ciascuno chiuso in corridoi e stanze dai muri invisibili, senza la possibilità di un vero incontro.

Alla fine John, per paura del futuro incognito impersonato da W, rimane con M. W, delusa e amareggiata, se ne va dall’appartamento. Il padre di M, tranquillizzato dalla non scelta di John, va a dormire nella camera degli ospiti.

Ci si aspetta però che John, dopo lo scontro verbale e i duri rimproveri mossi a M, chieda almeno al compagno un relazione più matura e paritaria. Ma la pièce termina con gli “ordini” impartiti da M a John per riordinare il terrazzo. John incassa e pare eseguire le istruzioni, lasciando poche speranze in questo senso allo spettatore.

Una buona prova per tutti gli attori: da Sara Putignano, che porta scompiglio nella coppia, a Jacopo Venturiero, il broker che perde tutte le sue sicurezze quando viene abbandonato dal compagno, a Enrico di Troia, il padre che mette la stabilità sentimentale del figlio sopra tutti. In particolare è difficile non provare empatia per John, il personaggio più debole emotivamente, interpretato con pathos, senza cadere mai nel patetico, dal sempre più bravo  Fabrizio Falco.






martedì 9 febbraio 2016

" Te lo dico sottovoce " di Lucrezia Scali, un romanzo d'amore che non è solo un romanzo d'amore.






Non sono un’appassionata di romanzi d’amore, non lo ero nemmeno da adolescente. Così, quando mi sono ritrovata fra le mani il libro d’esordio di Lucrezia Scali, ero piuttosto scettica: sarei riuscita a leggerlo fino in fondo o sarei rimasta sommersa da una colata di melassa? E invece ho avuto una piacevole sorpresa: fin dall’inizio lo stile fresco, la scrittura scorrevole ma curata e i personaggi, in primis la protagonista Mia, mi hanno conquistata.

Mia è una personaggio a tutto tondo: giovane veterinaria, ha un progetto di pet therapy per aiutare i bambini lungodegenti in ospedale. Grazie alla sua professionalità e caparbietà riesce a realizzare questo progetto in un ospedale di Torino. Nella sua clinica veterinaria lavora con una socia e un aiutante, con i quali c’è un rapporto di stima ma anche di amicizia e complicità.

I cani sono la grande passione di Mia, in particolare il suo Bubu, e questa passione sembra voler escludere dalla sua vita un'eventuale storia d’amore. Il caso vuole che arrivino due uomini a interessarsi a lei nello stesso periodo: un poliziotto pugliese, con il quale Mia collabora perseguendo i crimini contro gli animali, e un medico affermato, apparentemente il fidanzato perfetto (o almeno così pensa la madre di Mia).

Non entro nel dettaglio per non svelare troppo della trama: alcuni colpi di scena ci fanno scoprire non solo il vero volto di entrambi gli uomini, ma anche particolari dolorosi del passato di Mia.

Un romanzo d’amore con tutti i crismi, quindi, ma anche uno spaccato di vita verosimile, che non scivola mai nella banalità o nello zuccheroso, dove anche i personaggi minori, come i famigliari di Mia, sono ben delineati, con ironia e un pizzico di empatia.

Consiglio “Te lo dico sottovoce” alle lettrici di tutte le età che amano i romanzi ben scritti e realistici: potranno sorridere leggendo le disavventure di Mia, fidando comunque in un lieto fine non scontato.

Sono quasi certa che la Newton Compton, che ha deciso di pubblicare il primo romanzo di Lucrezia Scali dopo il successo ottenuto con il self publishing, presto ci farà leggere un nuovo romanzo della stessa autrice. Almeno è quello che spero, ora che mi sono riappacificata con il genere “rosa”.


Il libro è uscito nel dicembre 2015 per la Newton Compton Editori ed è disponibile sia in cartaceo sia in ebook  vedi qui




sabato 30 gennaio 2016

" Il Ballo " di Irène Némirovsky, raccontato e interpretato da Sonia Bergamasco.






Lo spettacolo, in scena al Teatro Vascello, è liberamente ispirato al racconto omonimo di Irène Némirovsky, ed è ideato e interpretato da Sonia Bergamasco. 

L’attrice/autrice è riuscita non solo a mantenere la scarna e realistica crudeltà del racconto, ma anche a interpretare con bravura e verosimiglianza tutti i personaggi del racconto stesso: Antoinette, la giovanissima protagonista, la madre Rosine, il padre Alfred, la governante inglese Miss Betty e l’insegnante di pianoforte, la cugina povera Isabelle. Una prova di grande talento istrionico, dove ogni personaggio viene riconosciuto dal pubblico grazie a un cambiamento di timbro espressivo della voce e di mimica facciale. 

Mentre gli spettatori prendono posto a teatro, l’attrice è già in scena, sdraiata in penombra su una dormeuse, corpo e viso coperti da un cellophane leggero e bianco, come la tuta elegante di raso che indossa scalza per tutto lo spettacolo.  

La scena, di Barbara Petrecca, è costruita attorno alla dormeuse e a due specchi appoggiati a terra, di cui uno rappresenta la Senna, dove Antoinette compirà la sua vendetta. Tutto attorno una serie di specchi di varie forme, sempre coperti da cellophane. Lenzuoli leggeri che verranno man mano tolti dall’attrice, a simboleggiare un progressivo disvelamento della verità.

Una tragedia che viene ritmata solo dagli inquietanti rintocchi di un carillon e di un metronomo, a cadenzare le ore che passano senza veder arrivare alcun invitato. Solo alcune note di un valzer e di un charleston a ricordare che ad Antoinette i balli, e la festa intera, sono stati proibiti.

La catarsi dello spettacolo è il riavvicinamento fra madre e figlia, apparentemente uno squarcio di sincerità e di affetto fra le due, mentre Antoinette non racconta alla madre di essere lei l’artefice della disfatta. La giovane si lascia abbracciare dalle madre, mentre gode della terribile vendetta. Antoinette ha perso ormai l’innocenza ed è entrata con prepotenza nella vita adulta.

Uno spettacolo che consiglio a chi, come la sottoscritta, ha amato il racconto di Irène Némirovsky, ma anche a coloro che non l’hanno letto; a tutte le madri e le figlie, che potranno riconoscersi, qua e là, sia nella melanconica Antoinette sia nella gretta Rosine.





venerdì 22 gennaio 2016

“ Urla nel silenzio ” di Angela Marsons: le indagini di Kim Stone, detective solitaria nella Black Country.








Il romanzo d’esordio di Angela Marsons, scrittrice inglese di racconti, arriva finalmente in Italia. La protagonista di “ Urla nel silenzio ” è la detective Kim Stone (nomen omen), un personaggio che piace appena lo si incontra: autoritaria, dal piglio virile, quasi burbera con colleghi, sottoposti e tutti quelli che le capitano a tiro. Kim pare appassionata solo del suo lavoro e delle moto che ama guidare e ricostruire. 

Seguendo le sue indagini su alcuni brutali omicidi che avvengono nella Black Country, scopriamo il suo ambiente di lavoro e, a poco a poco, anche i drammi nel suo passato. Un passato del quale Kim non parla con nessuno, ma che riemerge a causa della scoperta di alcuni cadaveri, sepolti anni prima vicino a un orfanotrofio abbandonato.

Tocca proprio a Kim e ai suoi colleghi, aiutati da esperti patologi e archeologi, scoprire il legame fra quei delitti avvenuti nel passato e quelli che sopraggiungono, uno dopo l'altro, durante l’inchiesta.

Angela Marsons ha scritto un thriller notevole, dalla suspense che avvolge dalla prima pagina fino alla fine, senza economizzare con i colpi di scena (fino all’ultimo credevo di aver scoperto il colpevole…). Tutti i personaggi sono ben delineati, e i delitti, presenti e passati, risultano ancora più efferati grazie allo sfondo plumbeo e triste della Black Country. Questa regione che gravita attorno a Birmingham, in passato ricca grazie al carbone ma ormai in piena recessione economica, è descritta con dettagli anche sociologici dall'autrice, che in quella zona vive da sempre.

Il paesaggio caratteristico e desolato, il ritmo sempre sostenuto, grazie ai capitoli brevi, e soprattutto la protagonista Kim Stone, spigolosa e solitaria detective su due ruote, sono fra i maggiori punti di forza di " Urla nel silenzio ”.

L’appassionata lettrice di gialli è in attesa, impaziente, di vedere pubblicati dalla Newton Compton i successivi due libri con le indagini di Kim Stone: “ Evil Games ” e “ Lost Girls ”, che hanno avuto grande  successo in U.K


Il libro è uscito nel dicembre 2015 per la Newton Compton Editori ed è disponibile sia in ebook sia in cartaceo  vedi qui



domenica 6 dicembre 2015

" Per tutto l'oro del mondo " di Massimo Carlotto, ovvero di come non tutto quello che luccica è oro.






Il nuovo romanzo di Massimo Carlotto ha come tema le rapine nelle ville. Crimini spesso efferati, che non sono più prerogativa del ricco Nordest, o del Nord, ma ormai di tutta la penisola. Protagonista la solita banda di amici: Max la Memoria, alla ricerca della dieta perfetta; Beniamino Rossini, contrabbandiere e rapinatore dal cuore spezzato, e, naturalmente, l’Alligatore, Marco Buratti. L’ultimo eroe romantico, senza armi e senza paura.

L’ennesima avventura del trio di soci parte però in modo anomalo: l’Alligatore rifiuta l’ingaggio da una banda di ladri di gioielli, per scoprire chi ha ucciso uno di loro. Non vuole, Marco Buratti, che si arrivi a una carneficina per punire i colpevoli, anche perché di innocenti in questa vicenda non ce ne sono. A parte la governante Luigina, buona, ingenua, uccisa perché al posto sbagliato nel momento sbagliato, e il suo bambino Sergio, il cui padre si era defilato appena era nato. 

Così l’Alligatore decide che, se c’è qualcuno che ha diritto a una vendetta e a un risarcimento, quello è il piccolo Sergio. Da questa decisione il trio di soci si trova invischiato in una serie di eventi e svelamenti che legano tra loro personaggi estremamente eterogenei: ladri, ricettatori, vittime di rapine, politici, prostitute part-time. Persone spesso al di sopra di ogni sospetto. Perché se si è disposti a qualsiasi crudeltà “per tutto l’oro del mondo”, è anche vero che non è tutto oro quello che luccica.

Tocca all’Alligatore sbrogliare la matassa, e mentre lo fa trova spazio, nel suo cuore fuorilegge, anche per Cora. Cantante di jazz, sensuale, con una doppia vita, che “può amare solo omettendo la verità”, poiché il marito l’aveva incaricato di pedinarla.

La fine è di quelle agrodolci, con tre uomini solitari che passano un’estate a osservare lo sbocciare di un ragazzino che scopre la vita.

Se c’è un difetto nei romanzi dell’Alligatore è che, pur centellinando la lettura, finiscono troppo presto. In attesa di leggere cosa accadrà ai nostri tre “eroi”, non ci resta che sciogliere la malinconia, quella che viene a noi del nord, seguendo l’esempio dell’Alligatore. Per me, ora, Amy Winehouse e grappa di prosecco.


Il libro è uscito nel novembre 2015 per le Edizioni e/o ed è disponibile sia in cartaceo sia in ebook vedi qui





lunedì 9 novembre 2015

“Suburra", ovvero di come Giacomino Leopardi e una tossica hanno salvato Roma dal diluvio universale.





Ho lasciato passare parecchi giorni dopo la visione del film, prima di scriverne, perché sono uscita dalla sala del cinema piuttosto irritata. La regia di Sollima e, soprattutto, la sceneggiatura di Rulli e Petraglia da un libro di De Cataldo e Bonini, mi parevano ottime garanzie. Errore.
Ci sono in effetti due o tre cose nel film che mi sono piaciute, ma non posso raccontarle ora, altrimenti non arrivereste fino in fondo al post. Partiamo quindi dai difetti, almeno per la cinefila puntigliosa, che andrò a dividere in due categorie, inverosimiglianze e stereotipi.

INVEROSIMIGLIANZE.
1. La scena dell’agguato al piccolo boss di Ostia, Numero 8. Salta agli occhi a tutti gli spettatori di Roma, e dintorni, che la sequenza è stata girata all’interno del Centro Commerciale Porta di Roma. Ma quando vediamo che Numero 8 prende il pizzo dal proprietario del supermercato, è evidente che si tratta di un esercizio commerciale tipo discount: lo notiamo dagli articoli che guarda Viola, la fidanzata di Numero 8. A Porta di Roma non c’è nessun discount. Puntigliosità? Passiamo oltre. Vi pare logico che un boss o futuro boss che controlla la zona di Ostia, vada a chiedere il pizzo in un negozio che sta a Roma Nord, dall'altra parte della capitale? Vabbè, ma gli spettatori di Vigevano o di Canicattì non se ne accorgeranno mai. Come nessuno potrà eccepire sul resto della sequenza, con criminali che sparano all’impazzata all’interno del supermercato, colpendo anche ignari avventori. Segue la fuga di Numero 8 e fidanzata attraverso due piani di scale mobili, al termine delle quali trovano ad attenderli una macchina di loro complici. A voi è mai capitato di non ritrovare (subito) la vostra auto parcheggiata in un centro commerciale? Questi delinquenti sono, invece, molto fortunati: scala mobile, uscita e piano azzeccati, salvataggio telecomandato. Ultima cosa: la sequenza di un delinquente morente (o quasi) sdraiato su una scala mobile, lasciamola per cortesia a Brian de Palma e al suo “Carlito’s way” (questa notazione è del tutto personale).

2. Viola, pur essendo una tossica che passa le sue giornate a farsi e a dormire, si fa portare da uno scagnozzo del fidanzato in un centro estetico, per “farsi la ceretta”. Entra e, pistola in mano, fa strage di gran parte della banda di Anacleti. Insomma lei sa esattamente dove vanno a “farsi i massaggi” i componenti della banda rivale e a che ora… O gli uomini di Anacleti sono dei perfetti imbecilli, o Viola non è una “fattona” come vogliono farci credere.

3. Il Samurai è il superboss che non si sporca mai le mani, non sono mai riusciti a mandarlo in carcere, insomma abbiamo capito a quale personaggio della cronaca nera romana si ispiri il personaggio. Eppure quando è costretto a compiere la vendetta per conto degli Anacleti, va lui stesso a cercare Viola a Ostia, e uccide tutta la banda di Numero 8, lui compreso. (Viola no, è troppo furba…).

4. Un politico come Malgradi, che è abituato a “nottate di sesso e droga”, quando si ritrova nel letto d’albergo una minorenne morta per overdose, scappa e lascia che a risolvere il casino sia l’altra prostituta. Ricattato, va a chiedere aiuto a un suo compagno di partito. Oltre a essere depravato questo Malgradi è anche piuttosto sprovveduto, per non dire di più. NdA per favore, ridatemi Favino vestito e con la barba: quella scena in cui è seduto sul letto, nudo, con le cosce in primo piano, non è che fosse molto “attizzante”. Per non parlare di quell’assurda inquadratura in cui, sempre nudo, piscia dal balcone sotto la pioggia.

Potrei aggiungere altri particolari che trovo abbastanza improbabili nella sceneggiatura del film, e che qualsiasi appassionato di gialli o noir (libri o film che siano) avrà rilevato, penso, come me. Ma passiamo ora agli

STEREOTIPI.
1. Quando il Samurai incontra un suo vecchio compagno di banda, appena uscito dal carcere dopo anni, e gli dice che non avrà nessuna ricompensa per il suo silenzio, subito si pensa:“Questo disgraziato, tempo trenta secondi muore,” e infatti viene travolto da un’auto appena esce dal locale.

2. Il depravato Favino, fra un’orgia e l’altra, trova anche il tempo di tornare a casa e rimboccare le coperte ai figli che dormono, ignari. Altro che Mary Poppins.

3. Il terribile Samurai, senza pietà, che va in moto fino al Ghetto, sotto la pioggia, per comprare la torta per la mamma. Cuore tenero.

3. Alla fine del film tutti o quasi muoiono, o escono sconfitti. Tranne due: Sebastiano e Viola. Sebastiano, un Elio Germano che organizza feste per Vip nella sua discoteca, è come un novello Giacomo Leopardi ma senza poesia né gobba. E’ un ragazzo pavido, menefreghista anche nei confronti del padre (bello, questo sì, il cameo di Antonello Fassari), che arriva a tradire e vendere anche la sua unica amica, per salvarsi la pelle. Ma alla fine riesce a massacrare di botte Manfredi, il crudelissimo capo della banda degli zingari, e lo trascina, ancora vivo, nella gabbia del cane ferocissimo che lo sbrana. Il tutto sempre sotto la pioggia del diluvio universale. Dove sono finiti, nel frattempo, i circa cinquanta famigliari che vivevano sotto lo stesso tetto di Manfredi? Mistero. Bella evoluzione, comunque, per questo personaggio. E che dire di Viola, la fidanzata di Numero 8. Incapace persino di rimanere sveglia fra un buco e l’altro. Nonostante questo è l’unica della banda che si salva dalla furia omicida del Samurai. Così dopo la strage si organizza, pedina, da sola, il Samurai e lo finisce fuori dalla casa della madre. Sempre sotto la pioggia. Altro che Nikita.

E ora quello che mi è piaciuto. No del Vaticano, del papa che si dimette ecc, pietà, non ne voglio parlare. Fra tutti l’interpretazione che più mi ha colpita è stata quella di Alessandro Borghi, un Numero 8 sanguigno e convincente, nella sua eterna lotta per essere degno erede di suo padre. Pierfrancesco Favino è bravo, come sempre, ma il personaggio che gli è stato affidato, con tutte le riserve di cui sopra, non lo trovo adatto a lui. Claudio Amendola se la cava ma, insomma, lo vedo poco come riflesso del vero Carminati. Bravissima invece Greta Scarano nel ruolo di Viola, che avevo amato molto anche  qui   Bella la fotografia livida di Paolo Carnera e la colonna sonora di tutto il film.

Qualcuno potrebbe dirmi: ma tutte queste righe per elencare i difetti di un film che non ti è piaciuto? Non era meglio lasciar perdere e non scriverne? (come faccio spesso per i film che non mi convincono). La risposta, in questo caso, è no. Perché Stefano Sollima aveva in mano un ottimo soggetto, la colpa è forse anche degli sceneggiatori, e questo mi stupisce perché sono fra i migliori che abbiamo in Italia. Però quando mi trovo di fronte a un’occasione mancata per il cinema italiano, mi rimane il dispiacere. Dev’essere la troppa passione. Aspettiamo Sollima al prossimo appuntamento.





mercoledì 14 ottobre 2015

"Il lungo sguardo" di Elizabeth Jane Howard, ovvero niente amore siamo inglesi.






Confesso che la curiosità verso questa scrittrice mi è nata dalla lettura di alcuni articoli, su giornali italiani e inglesi. Elizabeth Jane Howard nacque dal matrimonio fra un ricco commerciante di legnami inglese, incapace a gestire la sua attività, e una ballerina russa. La sua vita è attraversata da rapporti amorosi fallimentari, che comprendono molti amanti, una figlia quasi dimenticata a sé stessa, e tre matrimoni. L’ultimo dei quali, il più duraturo, con il già affermato scrittore Sir Kingsley Amis, padre di quel Martin che diverrà a sua volta scrittore.

Racconto queste brevi note biografiche, perché mi paiono importanti per capire il romanzo, ma anche le ragioni per le quali il suo talento letterario sia stato a volte discontinuo, ma ancor più spesso disconosciuto dai suoi conterranei. Grazie a Fazi Editore, finalmente possiamo leggere le sue opere anche in Italia.

Ho voluto cominciare a conoscere la Howard dalla lettura de “Il lungo sguardo”, pubblicato l’anno scorso, anziché dal primo volume de “La saga dei Cazalet” appena uscito. Pensavo, credo a ragione, che in questo romanzo siano racchiuse una buona parte della sua personalità e della sua filosofia di vita.

“Il lungo sguardo” è il racconto, intessuto di riflessioni che a tratti diventano verità assolute, di un matrimonio della borghesia inglese. Raccontato però a ritroso, quindi non cronologicamente. La prima parte del romanzo inizia, come all’aprirsi del sipario a teatro, sui preparativi per un fidanzamento nel 1950: quello di Julian, il figlio della protagonista Mrs. Fleming. La fredda meticolosità con la quale sono descritte le relazioni fra la protagonista, il figlio e la figlia Deidre, e ancor di più fra la donna e il marito, sono un autentico capolavoro di sarcasmo e rassegnazione insieme.

La lettrice attenta si domanda subito come possa una donna essere così insensibile, specie nel giorno del fidanzamento del figlio (nella realtà, tutto ciò è possibilissimo, parlo per esperienza diretta). E la risposta a questa domanda diventa plausibile, fino a essere ovvia se non obbligata, quando arriviamo a leggere la quinta e ultima parte del romanzo. Ambientata nel 1926, ecco di fronte a noi una Mrs. Fleming che è tornata a essere Antonia, un’adolescente ingenua, inconsapevole della propria bellezza. Il padre, studioso, non si accorge quasi della sua presenza. La madre, quando non è impegnata a organizzare feste e partite di tennis nella villa di campagna, passa il tempo a mortificare la sua unica figlia.

Non è difficile immaginare che i due personaggi siano ispirati ai genitori della scrittrice. Se la non– presenza del padre della Howard è forse uno dei motivi della sua vita sentimentale tormentata, così l’anaffettività della madre, che le preferisce i figli maschi, è la causa della continua insoddisfazione dell’autrice verso le sue opere letterarie. Una ricerca dell’affetto e della stima dei genitori che non andrà a buon fine.

Ora, da quanto ho scritto fin qui, potrebbe sembrare un romanzo che descrive personaggi, molto british e molto snob, che passano le giornate cercando di divertirsi fra tennis, cavalcate, partite a carte, feste e amori clandestini. “Il lungo sguardo” è molto di più: quasi tutti i personaggi, sotto l’apparenza flemmatica e/o austera, covano passioni, che non sanno o non vogliono esplicitare. Elizabeth J. Howard qui è maestra nel descrivere la brace che si cela sotto la cenere, come solo gli scrittori (e le scrittrici) inglesi sanno fare.

Guardate come racconta il primo innamoramento della giovane Antonia: “Eccolo, dunque: il punto di non ritorno. L’istante estremo in cui una figura distante che viene verso di noi diventa riconoscibile, ci vede e viene vista; il punto da cui non si recede e bisogna per forza incontrarsi, soffrire o godere o manifestare la reciproca indifferenza. Lui era venuto lì per incontrarla e, nell’istante in cui si erano separati dalla folla, l’incontro era avvenuto.”

Uno splendido romanzo, che si può leggere d’un fiato come anche centellinando dialoghi, sguardi, pensieri inespressi. Lascia un retrogusto malinconico e amaro, come la vita vera. Consigliato a tutti, in particolare a giovani donne ancora indecise sul loro futuro, a donne (e uomini) che sono sposati o lo sono stati. Alle giovani coppie di fidanzati o ai novelli sposi…. meglio di no, se non come vademecum sugli errori da evitare.

Grazie davvero a Fazi Editore per questa bella scoperta, a Manuela Francescon per l’ottima traduzione. E ora avanti con  “Gli anni della leggerezza” primo tomo de “La saga dei Cazalet”.






venerdì 11 settembre 2015

"Nel mondo di mezzo. Il romanzo di mafia capitale" di Massimo Lugli. Da leggere per chi ama Roma. E per chi la detesta.






Tutti abbiamo letto sui giornali, o almeno visto in Tv, le notizie su Mafia Capitale. Perché allora leggere “Nel Mondo di Mezzo - Il romanzo di Mafia Capitale”? Massimo Lugli è un cronista di nera della “Repubblica”,  ma anche un autore di romanzi noir, che amo leggere in entrambe le “versioni”. In quest’ultimo libro il suo alter ego, il solito Marco Corvino, riesce a penetrare nel cuore “nero” di Roma, con il rigore di chi è giornalista da una vita e, nello stesso tempo, con l’abilità di chi sa creare personaggi fittizi assai verosimili.

Così verosimili che la lettrice attenta si chiede se, ad esempio, anche Sofia Di Gianmarco, la negoziante ricattata dai cravattari, o Raffaele Nardelli, il suo irascibile amante, siano persone in carne e ossa come l’assessore Quattordici, l’ex terrorista nero Carmine Del Marzo o la criminologa Rossella Bruzzi. Ma anche chi non fosse interessato alla cronaca politica e giudiziaria di Roma, leggerà comunque il romanzo d’un fiato. La suspense è sempre elevata dall’inizio alla fine, pure dove Corvino, a tratti, ci fa partecipi della dolorosa impossibilità, come giornalista, di essere utile alle vittime del crimine che incontra nel suo lavoro.

Un cronista crepuscolare che ogni giorno deve fare i conti con la paura del prepensionamento, le discussioni con la ex-moglie a causa del figlio adolescente, il carattere insopportabile del capo, al giornale, e della compagna, nel tempo libero. Un cronista acciaccato, malinconico, non certo il Carl Berstein di “Tutti gli uomini del presidente”. E proprio per questo motivo ci risulta simpatico, nella sua umanità piena di difetti, mentre lo guardiamo arrancare nella sua vecchia auto, litigando con il traffico caotico (colpa del sindaco ciclista!) e con il cellulare nuovo che non riesce a usare.

Insieme a lui entriamo nella ragnatela di politica -  mafia - delinquenza comune che sta soffocando Roma. Volete capire come e perché è nato l’affare del decennio sulla pelle degli immigrati? O non sapete, per fortuna, come funziona il meccanismo dello strozzinaggio? Massimo Lugli scrive e descrive con mestiere, dove serve attraverso scene efferate e crudeli, ma senza compiacimento. Sempre con l’ansia di raccontare seriamente ed efficacemente chi sono e come agiscono i “cattivi”. E con l’empatia necessaria a comprendere sia le vittime, sia chi, da vittima, a volte diventa piccolo carnefice.


Un libro da leggere per chi ama Roma. E anche per chi la detesta.




mercoledì 26 agosto 2015

“Ricordami così“ di Bret Anthony Johnston, il miglior romanzo che abbia letto quest’anno.






Lo so che siamo “solo” alla fine di agosto, ma “Ricordami così” di Bret Anthony Johnston è un romanzo talmente particolare e coinvolgente, con una scrittura così intensa e insieme priva di orpelli, che temo rimarrà fino a dicembre il romanzo più bello che io abbia letto quest’anno.

Se siete appassionati di serie Tv americane, il soggetto è molto sfruttato: Justin, un ragazzino di undici anni, scompare nel nulla in una cittadina costiera del Texas. L’autore è davvero abile nel descrivere, intimamente, come ciascuno dei componenti della sua famiglia, il padre Eric e la madre Laura, il fratello Griff e il nonno paterno Cecil, cerchi di sopravvivere a questa devastante tragedia. Ecco alcuni pensieri del padre, nel momento in cui saluta la sua amante dopo un fugace incontro: “Come sempre, quando era sul punto di accomiatarsi da lei, si sentiva sollevato e allo stesso tempo pieno di vergogna….Aveva la sensazione come di qualcosa che venisse cancellato, come se il tempo che trascorrevano insieme lo lasciasse rimpicciolito, lo riducesse a un nucleo essenziale da cui doveva partire per ricostruire se stesso.”

Come avrete capito da questo accenno, nessuno sconto per la famiglia Campbell, niente melensaggini o ritratti patetici: ognuno affonda in modo diverso, in un buco nero di angoscia, sensi di colpa, solitudine. Continuando a distribuire volantini con la faccia di Justin. Ma sentendo inconsciamente che Justin non c’è più, senza avere la forza di confessarlo l’uno all’altro.

All’improvviso, in un soffocante pomeriggio estivo, l’inaspettato miracolo: Justin viene ritrovato e restituito alla famiglia. Da questo punto si entra nel vero cuore della storia, attraverso quella porta che si chiude dietro la famiglia felicemente ricongiunta. Un “dopo” che nessun episodio di “Senza traccia “ o “Criminal minds” ha mai raccontato. Che cosa succederà ora alla famiglia Campbell?

Non era un compito facile quello di esprimere quali sentimenti ambigui e contrastanti scaturiscono nel nucleo famigliare. E poi c’è Justin. Dove è stato in questi quattro anni? Chi l’ha rapito e perché? Cosa ha dovuto subire in questo lunghissimo periodo, che l’ha trasformato da bambino quasi in un uomo, facendogli “saltare” l’adolescenza? Bret A.Johnston riesce benissimo nell’intento, senza alcun cedimento a curiosità voyeuristiche o a facili istinti giustizialisti. Perché il colpevole esiste e viene catturato, e ha, a sua volta, una famiglia.

E in questa cittadina dove si giustappongono spiagge da turisti e barche di pescatori, uomini che indossano e lucidano gli stivali anche d’estate e ragazzini che sfrecciano sugli skateboard, pesca di gamberetti e cura di delfini malati, anche la lettrice ipercritica si è lasciata avvolgere dalla suspense ben costruita e da una serie di dilemmi morali e/o filosofici che l’autore, correttamente, si guarda bene dall’esplicitare.

Ora viene il desiderio, essendo questo il primo romanzo di Johnston, di leggere anche la precedente raccolta di racconti “Corpus Christi”. E un “brava” anche a Federica Aceto, che ha tradotto ottimamente, senza alcuna sbavatura, il romanzo.



Il libro è uscito nel maggio 2015 per la Einaudi Stile Libero ed è disponibile in cartaceo vedi qui




giovedì 6 agosto 2015

"La ferocia" di Nicola Lagioia: luci e ombre nell'ultimo premio Strega.





Metto le mani avanti e inizio col dire che non è stato facile scrivere de " La ferocia ", a prescindere dal premio Strega, e infatti ho finito di leggerlo da vari giorni. 

Le difficoltà le ho incontrate già dalle prime dieci pagine: la descrizione minuziosa, quasi ossessiva di animali, in particolare di insetti, stava per farmi abbandonare la lettura. Ecco che Nicola Lagioia vuole creare analogie fra il mondo animale e il mondo umano che andremo a conoscere, ho pensato. Purtroppo ho iniziato " La ferocia " subito dopo aver letto i racconti di Sandro Bonvissuto: se avete letto quello che ho scritto nel post precedente, saprete che amo lo stile asciutto. Le frasi brevi. La riduzione al minimo delle descrizioni e degli aggettivi non necessari. Lo stile di scrittura di Nicola Lagioia è all'opposto: barocco, ridondante, quasi compiaciuto nel creare frasi complesse, costruite a volte come da sintassi della lingua tedesca. Quindi per me, all'inizio, una sofferenza non da poco leggere  " La ferocia ". 

Un esempio: per scrivere che una donna ha fra i 25 e i 35 anni, io scriverei più o meno quello che ho appena scritto. Nicola Lagioia descrive Clara così: (non sono la prima a citare questa frase): "Non era molto oltre la trentina, ma non poteva avere meno di venticinque anni, a causa dell'intangibile rilasciamento dei tessuti che trasforma la sveltezza di certe adolescenti in qualcosa di perfetto." Analizzando parola per parola la frase, cosa vorrà dire l'autore? Forse che dopo i 25 anni il tessuto delle donne, non più adolescenti, si rilassa e diventa perfetto? Ma una donna a quell'età ha lasciato l'adolescenza da parecchi anni. E perle così ne troverete disseminate nel romanzo. Per fortuna più la narrazione si fa serrata (non che diventi un vero noir), e più il linguaggio si "normalizza". Leggendo mi domandavo: ma Nicola Lagioia non insegnava scrittura creativa qualche anno fa? E insegnava a scrivere in questo modo? Se mi volete chiedere se ho mai letto qualche altra sua opera, vi rispondo sinceramente di no, e se il suo stile è sempre questo, non credo che ne leggerò altre. 

Ma allora perché sono arrivata fino alla fine? Ammetto la mia vulnerabilità: il personaggio di Clara, la 25-35enne, mi ha colpito, perché viene narrato dagli altri, non parla mai (e forse non capiamo davvero nulla di lei). Le storie di famiglie di provincia che arrivano al potere (di pezzenti arricchiti come si dice a Bari), mi affascinano: sono cresciuta nella provincia del profondo Nord, ma per metà ho radici baresi. Questo narrare concentrico e insieme ondivago verso il cuore della vicenda lo riconosco, dall'affabulare dei miei amici baresi di quando ero adolescente, e ci combatto con me stessa da anni. Per questo ho stretto i denti e sono andata avanti nella lettura. 

Mi piaceva questa famiglia Salvemini, a partire dal capostipite Vittorio, che si è fatto da sé, al figlio bastardo Michele, che finisce anche in manicomio (lo sapete che la Casa della Divina Provvidenza di cui tanto si parla, altro non è che l'ex manicomio di Bisceglie, una città nella città?). Poi il primogenito Ruggero, che rinnega l'impero del padre per diventare un oncologo famoso, salvo poi ritrovarsi nella "ragnatela" del padre. Una famiglia di anaffetivi, a partire dalla madre fino alla figlia più piccola, Gioia, due perfette s..... E Clara, più vittima che carnefice, in un turbinare di sesso, droga, affari, ricatti, dove forse qualcuno avrà letto l'eco di fatti di cronaca giudiziaria recenti (ma ormai persi dalla memoria collettiva) in quel di Bari. Io no. Io ho letto sola la storia di una famiglia di provincia, "perché la Puglia non è certo Bari", come dice un personaggio del romanzo. Certo di storie così ne sono state scritte tante altre, e usando uno stile più diretto e incisivo, da vero noir. Penso, ad esempio, al bellissimo "Nordest " di Massimo Carlotto e Marco Videtta, letto anni fa ma ancora vivido nella mia memoria. 

Ma Nicola Lagioia viene da Bari. Credo che una bella sforbiciata, o meglio, un lavoro di editing con la mannaia per eliminare cesellature e voli pindarici avrebbe giovato "assai" al romanzo. D'altra parte l'autore è anche editor di professione, e allora questo è il suo stile possa cambiare.

E chiedo scusa se questa recensione è involontariamente ambigua, ma dove la scrittura di Nicola Lagioia ha ferito, la trama ha affondato il coltello...