mercoledì 30 ottobre 2019

Intervista ad Andrée Michaud, autrice di "L'ultima estate".





Incontriamo Andrée Michaud dopo l’uscita in Italia di “L’ultima estate”, il suo ultimo romanzo giallo che ha ricevuto il premio canadese Governor General per la letteratura.

1. “L’ultima estate” è ambientato a Bondrée, un’area all’interno del Quèbec vicino al confine con gli Stati Uniti, durante l’estate del 1967. Perché ha scelto questo bellissimo luogo boschivo di villeggiatura e questo anno per il suo romanzo giallo?

Ho conosciuto Boundary quando ero bambina, quindi molto tempo fa, e ho sempre mantenuto di questo luogo dei ricordi pieni di odori, di ombre e di luci che mi ritornano alla memoria con il solo pensare al luogo. Nel momento in cui ho cominciato a scrivere questo romanzo, soggiornavo, grazie a una borsa di studio, nella casa di campagna di Gabrielle Roy, una dei nostri grandi autori, e faticavo a trovare il soggetto che mi poteva attirare. Fino alla sera in cui, seduta nella veranda, un odore di foglie morte mi ha portato alla memoria i profumi di Bondrée. A partire da quel momento, ho saputo che il mio romanzo poteva avere come cornice quel luogo selvaggio che, all’epoca, non aveva che due o tre riserve di caccia. Naturalmente il personaggio di Pierre Landry, che sopravviveva mettendo trappole per gli animali per avere le loro pellicce, è il primo che si è presentato in quella cornice. Del resto la Bondrée che avevo conosciuto assomigliava di più a quella in cui aveva vissuto Pierre Landry piuttosto che a quella in cui hanno luogo gli avvenimenti descritti nel romanzo. In seguito ho fatto di Landry un fantasma la cui leggenda abita quei luoghi e si perpetua fino agli anni sessanta, periodo nel quale tenevo a situare l’intrigo perché sono gli anni della mia infanzia, che io associo inevitabilmente a Bondrée.


2. “L’ultima estate” è raccontata da vari punti di vista, anche se la voce preponderante è quella di Andrée, una ragazzina di dodici anni. C’è un motivo particolare per il quale ha scritto il romanzo con questo stile?

Il motivo è che desideravo che l’intrigo del romanzo si sviluppasse negli anni della mia infanzia, e siccome volevo ritrovarci gli stessi colori, è stato naturale per me che la narratrice principale fosse una bambina. In corso d’opera, la presenza di questa bambina mi ha permesso di parlare del suo primo incontro con la morte, e della perdita dell’innocenza e del confine fragile che esiste fra l’infanzia e il dramma, che può farla precipitare proprio dove la spensieratezza perde il suo senso. Il mio obiettivo, in effetti, era di opporre il punto di vista di questa bambina, che non era ancora stata segnata dai pregiudizi che circolavano attorno a Sissy Morgan e a Zaza Mulligan, al punto di vista degli adulti che la circondavano. Ho dovuto quindi far ricorso a un narratore onnisciente che si prende in carico tutti gli altri personaggi, ivi compreso l’ispettore Michaud e il suo collega Jim Cusak. 


3. Andrée, una dei protagonisti del romanzo, ha il suo nome di batteismo, mentre l’ispettore Michaud ha il suo cognome. Forse la ragazzina impersona la sua giovinezza e l’ispettore il  punto di vista della sua maturità?

All'inizio il fatto di dare il mio nome e il mio cognome a questi due personaggi è stato semplicemente come strizzare l’occhio al lettore, per dirgli che l’autrice di nascondeva dietro ciascuno dei suoi personaggi, qualsiasi essi fossero, e, al limite, tutti i miei personaggi avrebbero potuto avere il mio nome, ma questo avrebbe potuto creare una certa confusione. Tuttavia mi rendo conto oggi che ho donato a questi due personaggi, e in modo assolutamente inconscio, molte delle mie caratteristiche. Lei ha quindi ragione nel supporre che l’infanzia della giovane Andrée ha dei legami con la mia infanzia, e che la figura dell’ispettore Michaud è la figura della maturità, con tutti i tormenti e gli interrogativi che vi si possono associare. Io aggiungerei in effetti, che condivido i tormenti dell’ispettore Michaud, anche se non mi sono mai confrontata con una violenza quotidiana come accade a lui, e che invece certi ricordi che gli presto sono anche i miei.


4. Ci sono molte frasi scritte in inglese che non sono state tradotte, come per rimarcare una certa differenza fra i personaggi americani e quelli canadesi. Lei pensa che le persone pensino o si comportino in modo diverso a seconda della loro nazionalità, o forse era così negli anni Sessanta?

Per me è chiaro che la lingua parlata influenza in parte il nostro modo di pensare, anche se ci sono numerosi altri fattori che vanno considerati. So che ci sono molte scuole di pensiero su quest’argomento, ma personalmente aderisco a questo: sì, la lingua di comunicazione naturale di un individuo, la sua lingua materna forgia fino a un certo punto la sua visione del mondo. Detto questo, ho inserito qua e là nel testo dei passaggi in inglese per assicurare la verosimiglianza del racconto. In effetti, dato che le azioni si svolgono in un luogo di frontiera dove si confrontano degli anglofoni e dei francofoni, la verosimiglianza esigeva che questa distinzione linguistica fosse indicata, in un modo o nell’altro. Questa differenza è anche visibile nei discorsi di Andrée, nel suo modo di storpiare l’inglese, nel rimorso dell’ispettore Michaud, che è dispiaciuto di aver perso la lingua dei suoi antenati, nell’intervento di Brian Larue, che farà da interprete per la polizia, ecc. “L’ultima estate” costituisce poi il terzo libro di quella che ho intitolato la mia trilogia americana, che è cominciata con “Mirror Lake” e “Lazy Bird”, due altri miei romanzi. Questa trilogia non è fondata sul ritorno di certi personaggi da un romanzo all’altro o sulla continuità di una narrazione, ma proprio sui temi che affronto, in particolare sulla situazione dei francofoni nel Québec e negli Stati Uniti. In questi romanzi volevo interrogarmi su quanto, al di là della lingua, ci avvicina e quanto ci distingue dai nostri “vicini del sud”, gli americani, che con noi condividono numerosi tratti culturali che, tuttavia, si definiscono in modo differente nel Québec. Si tratta di una trilogia sulla nostra “Americanità”, essendo canadesi del Québec, e sulla nostro situazione particolare essendo francofoni in America.


5. La storia di “L’ultima estate” avviene in una piccola comunità di famiglie americane che sono in vacanza in un campeggio isolato nel Québec. Lei pensa che questo tipo di comunità possono essere sconvolte più facilmente da crimini e violenza?

E’ strano, perché questa domanda mi è stata posta due volte recentemente e io non l’avevo mai pensata in questi termini. Io non credo che i campeggi o i luoghi di villeggiatura siano luoghi più propizi al crimine o alla violenza piuttosto che i luoghi urbani. Credo al contrario che l’isolamento di questi luoghi e la presenza della natura siano dei terreni fertili per costruire una storia che si concluderà in un dramma. Ironicamente una gran parte del mio romanzo più recente, “Tempête”, che è appena stato pubblicato nel Québec, si svolge nello stesso modo in un campeggio dove si sviluppano degli avvenimenti a dir poco violenti. In questo caso preciso, ho scelto ancora il luogo in funzione del suo isolamento, ma anche perché in questo genere di luogo si trova una piccola comunità che, nell’arco di poche settimane, vive una specie di anarchia, staccata dal resto del mondo e sottomessa alla promiscuità.





6. Gli avvenimenti che succedono a Bondrée nell’estate del 1967 cambiano la vita di tutti i personaggi giovani del suo romanzo. Ho amato la sua abilità nel descrivere l’ultima estate dell’infanzia delle quattro ragazza: Zaza, Sissi, Frenchie e Andrée. Penso che il suo romanzo noir sia decisamente anche un Bildungsroman che racconta il passaggio dall’innocenza all’esperienza. Lei è d’accordo con me?

In effetti sono d’accordo con lei. Come dicevo prima, nel caso preciso della giovane Andrèe, l’estate del ’67 segna la fine dell’innocenza e il passaggio a un’età che non è ancora l’età adulta, ma non è più nemmeno quella dell’infanzia. E’ un momento di transizione, una frontiera poco certa dalla quale Andrée ormai guarda il suo avvenire. D’altra parte la questione della frontiera è onnipresente nel mio romanzo: frontiera geografica, frontiera linguistica, frontiera fra l’infanzia e l’età adulta, frontiera fra il bene e il male, fra l’inferno e il paradiso. Nel caso di Frenchie il passaggio sarà ugualmente molto brusco, perché lei perderà nel corso di quell’estate due ragazze delle quali voleva essere amica.  Per quel che riguarda Zaza e Sisy, loro conosceranno solo la spensieratezza di quell’estate senza sapere che sarà la loro ultima estate.


7. “L’ultima estate” sottolinea il potere dell’amore ma anche i suoi aspetti devastanti: Pierre Landry e il suo amore non corrisposto agiscono come un fantasma lungo tutto il romanzo. Jim Cusack, l’assistente di Pierre Michaud, è davvero innamorato di sua moglie ma non capisce che le investigazioni lo stanno portando lontano da lei. Lei ha veramente un’opinione così negativa dell’amore? 

Peccato che questa intervista non sia stata registrata, perché mi avrebbe sentito ridere. E’ vero che non do all’amore un’immagine molto positivo, ma le storie d’amore che durano sono, sfortunatamente, molto poche. Non ho a priori un’immagine negativa dell’amore, ma sono cosciente che si tratta di un sentimento complesso, che unisce individui che essi stessi portano con loro un carico di complessità, e che, a partire da questo fatto, l’amore è un sentimento molto fragile che non può sopravvivere a certe situazioni. L’amore di Pierre Landry, ad esempio, è votato all’eccesso fin dall’inizio, perché si tratta di un amore immaginario. Nel caso di Cusack non mi sono inventata nulla, ho solo ripreso uno dei vecchi clichés che dicono che l’amore non resiste all’assenza. Al contrario, credo di donare un’immagine piuttosto positiva dell’amore nel caso dell’ispettore Michaud e di sua moglie Dottie. Questa coppia è fondata sull’accettazione dell’altro così come è e, proprio per questa ragione, è stato in grado di durare ai venti e alle mareggiate. Dal mio punto di vista, Michaud e Dottie sono l’esempio perfetto dell’amore che, grazie al tempo e alla saggezza, si trasforma in un’unione incondizionata.


8. La musica e le canzoni degli anni Sessanta sono spesso evocate nel suo romanzo. Come fan dei Beatles, mi è piaciuto il tema ricorrente di “Lucy in the Sky with Diamonds”. Quale importanza ha la musica per lei, come donna e come scrittrice?

Quando scrivo mi servo innanzitutto della musica che può testimoniare di un’epoca. I pezzi musicali che attraversano “L’ultima estate” mi sono serviti a situare il momento dove si svolge l’azione e a far entrare il lettore in un certo ambiente e in una certa atmosfera. I pezzi musicali permettono anche di parlare della cultura musicale di miei personaggi, il che corrisponde proprio a uno dei miei propositi della mia trilogia americana: sapere che francofoni e anglofoni di uno stesso continente possono ricongiungersi o distinguersi, non fosse altro che per la musica che ascoltano. Ho anche parlato molto della musica nel mio “Lazy Bird”, il cui titolo è preso da un pezzo musicale di John Coltrane, e il cui personaggio principale è un disc-jokey. La musica, in quel romanzo, occupa uno spazio molto importante ed è grazie alla musica che raggiungo lo stile della narrazione. Detto questo, non sono assolutamente un’esperta di musica e per “Lazy Bird” ho dovuto fare numerose ricerche.


Grazie per il suo tempo e il suo interesse nel rispondere alle mie domande sul suo romanzo.

Ringrazio lei per la sua lettura molto pertinente de “L’ultima estate”.

Ringrazio Marsilio Editore per la collaborazione. Risposte di Andrée Michaud tradotte dal francese dalla sottoscritta, intervista da me ideata per MilanoNera, la potete leggere anche qui







martedì 1 ottobre 2019

RECENSIONE " L'ultima estate " di Andrée A. Michaud, e il passaggio dall'innocenza alla conoscenza.





Andrée A. Michaud, scrittrice canadese francofona, arriva nelle librerie italiane con il suo noir "L'ultima estate" che gli è valso il Gouverneur Général, il più prestigioso riconoscimento letterario nel suo paese. Il titolo originario del suo noir è "Bondrée" (Boundary in inglese), che è il paradiso boschivo nel quale si svolgono le vicende narrate.

Bondré si trova nel Québec, sul confine con gli Stati Uniti, un luogo di villeggiatura spartano ed idilliaco insieme, meta di famiglie di turisti americani. Ogni famiglia vive le vacanze nel suo cottage in modo semplice, a contatto con la natura. A sconvolgere la tranquillità di quell’eden boschivo sono Elizabeth detta Zaza e Sissy, due adolescenti che fanno girare la testa a molti ragazzi (e anche uomini sposati) del camping. Cantando ad alta voce, fumando e vestendo in modo vistoso, le due ragazze portano nel luogo di vacanze un pochino di quello spirito libero che negli stessi mesi del 1967 ardeva nella Summer of Love di S.Francisco. A loro si aggiunge Françoise, detta Frenchie, più piccola ma desiderosa di imitare le due ragazze in tutto e per tutto.

La prima vittima nella storia è proprio Zaza, ma dapprima si pensa che la sua morte sia stata un incidente, poiché viene trovata nel bosco dilaniata da una tagliola per orsi. Quando il villaggio di vacanzieri si ritrova con una seconda vittima, l’ansia e il terrore prendono possesso di tutti. Alcuni cominciano a pensare a un serial killer, mosso dallo spirito di Pierre Landry. Quest’ultimo era un abitante del luogo, un cacciatore misantropo che si era suicidato parecchi anni prima a causa di un amore non corrisposto. Ecco così che l’eden boschivo bucolico si trasforma in un bosco maledetto, dove la solidarietà fra gli uomini che vanno a cercare le tagliole abbandonate non è utile a evitare una seconda vittima, e forse una terza. 

Andrée A. Michaud è particolarmente abile nel tratteggiare i personaggi delle giovani adolescenti e, sebbene le voci narranti nel romanzo siano più di una, su tutte ci si affeziona a quella della dodicenne  Andrée. Chi di noi non ha vissuto il suo primo bacio estivo, o l’invidia per le sue amiche più grandi che girano da sole, fumano e sono desiderate da tutti i ragazzi? Zaza e Sissy sono questo per Andrée e anche per Frenchie, un modello da emulare, quando si è ancora piccole ma si ha fretta di crescere. Nello stesso tempo le due ragazze più grandi suscitano negli uomini sposati desideri proibiti, che essi stessi non vorrebbero avere.

L’autrice privilegia l’analisi psicologica dei personaggi femminili, ma anche i protagonisti maschili sono autentici nelle loro difficoltà personali. Fra tutti risultano ben riusciti i caratteri di Brian Larue, che deve fare da interprete fra villeggianti francofoni e americani e investigatori canadesi, e il vice ispettore Jim Cusack, così ossessionato dalle indagini da allontanarsi dalla moglie Laura. 

Un noir dalla narrazione corale, ma su cui svetta il punto di vista di Andrée, la ragazzina che, da bambina (Little Doll come la chiamano Zaza e Sissy), si ritroverà di colpo adolescente alla fine dell’estate. E in effetti “ L’ultima estate ” è anche un poetico romanzo di formazione, che racconta con attenta partecipazione la perdita dell’innocenza di giovani adolescenti. 



" L'ultima estate " di Andrée A. Michaud, edizioni Marsilio, è un noir poetico e atipico, 350 pagine che vi porteranno in un paradiso terrestre con tensioni sotterranee. Disponibile sia in ebook sia in versione cartacea.

Questa recensione è stata scritta originariamente per MilanoNera, infatti la trovate anche qui:












sabato 31 agosto 2019

" Le colpe della notte " di Antonio Lanzetta, ovvero quando il buio è anche dentro di noi.







Nel romanzo di Antonio Lanzetta “ Le colpe della notte “ ci si ritrova quasi subito sulla scena di un duplice delitto, o meglio dell’omicidio-suicidio dei genitori del protagonista, Cristian. Il padre del ragazzo è il commissario Scalea, che ha svolto indagini e arresti in casi molto difficili. Cristian non è stato testimone dei due crimini, perché era uscito di casa per colpa di un litigio proprio con il padre. Si decide quindi che Cristian, per superare il grave shock, debba passare un periodo in una casa famiglia di Castellaccio, un centro sperduto nel Cilento. La mia perplessità iniziale nella lettura è sorta perché mi domandavo: dove vuole portarmi Antonio Lanzetta? Perché comincio a seguire le vicende di Cristian a contatto con altri ragazzi, anch’essi problematici,  anziché cercare di scoprire se veramente suo padre ha ucciso la moglie per poi suicidarsi? 

Devo dire che ho smesso di farmi domande quasi subito, perché le vicende in cui si trova coinvolto il giovane protagonista virano all’improvviso verso il noir con pennellate quasi gotiche, incatenando alla lettura. E l’abilità nel raccontare non solo gli accadimenti che ruotano attorno agli adolescenti del romanzo, ma anche i loro sentimenti, le loro paure e la loro evoluzione interiore, è senza’altro una delle caratteristiche che più mi sono piaciute in questo romanzo. Tanto che per questi aspetti mi ha ricordato la stessa attenzione, quasi affettuosa, nel trattare gli adolescenti di uno degli scrittori italiani che amo di più: Raul Montanari. E lo considero davvero un complimento meritato per Antonio Lanzetta

Ma l’autore non perde comunque di vista l’indagine, se così si può definire, che è parecchio complessa, tanto che ci si trova di fronte a continui capovolgimenti di fronte, ma tutti verosimili e ben orchestrati. Leggendo, a tratti, si ha la sensazione di essere ancora adolescenti, a contatto con una realtà troppo dura e orribile con cui doversi confrontare. Di certo le precedenti opere di Lanzetta nel genere fantasy l’hanno aiutato a creare un’atmosfera molto suggestiva, ma io che non leggo fantasy ho percepito comunque sulla mia pelle la paura dell’essere manipolato o peggio attraverso il web (non capita solo ai ragazzi, sapete?). E attraverso flash back sia nel vissuto dei giovani, sia nella storia del piccolo borgo di Castellaccio, che ha visto crimini e misteri in parte ancora irrisolti, si legge il romanzo con avidità per comprendere tutto. 

Alla fine si risolvono i misteri, anche quelli che avremmo preferito non vedere risolti in quel modo, ed è notevole che l'autore non abbia voluto darci un finale tutto positivo e consolatorio. Per questo motivo credo proprio che se un’etichetta si voglia dare al suo romanzo, sia più facilmente quello del noir (che qui anche gli eroi hanno l’anima nera) e del romanzo di formazione. 

Posso dire quindi che ho iniziato a leggere questo romanzo credendo di trovarmi di fronte a un thriller, e invece si tratta di un romanzo complesso, con varie storie parallele che si incrociano e poi divergono seguendo i vari personaggi che sono ottimamente tratteggiati, in particolar modo Cristian e i giovani quasi perduti di Castellaccio. Di conseguenza, in attesa del prossimo romanzo di Antonio Lanzetta, credo proprio di voler recuperare la lettura dei precedenti “ Il buio dentro “ e “ I figli del male ” .



 " Le colpe della notte "  di Antonio Lanzetta, romanzo di 265 pagine pubblicato da La Corte Editore, disponibile anche in ebook.


martedì 27 agosto 2019

" Ultimo tango all'Ortica ", ovvero come è facile innamorarsi e uccidere a Milano.

 






Da alcuni anni i romanzi di Rosa Teruzzi sono diventati una piacevole consuetudine per me. Oltre a essere molto gradevoli da leggere, sono ambientati in una Milano defilata e quasi d’epoca di cui, abitando a Roma, sento molta nostalgia. In parte però mi sono anche affezionata a questo terzetto di donne composto da Libera, la fioraia del Giambellino, la madre Iole e la figlia Vittoria, così come provo simpatia per la giovane cronista Irene. 

" Ultimo tango all'Ortica ", come suggerisce il titolo, si dipana intorno a un crimine che avviene dopo una serata di tango alla Balera dell’Ortica (come non pensare a “Il palo della banda dell’Ortica” e sorridere al pensiero?). E il tango, lo sa anche la sottoscritta che non lo pratica ma ama ascoltare Piazzolla e affini, è un ballo che più di altri suscita corteggiamenti, passioni, amori non corrisposti. Per tornare al romanzo, all’esterno della Balera dell’Ortica viene trovato morto un giovane uomo. Ed ecco qui la bravura di Rosa Teruzzi nel delineare i personaggi femminili (che in questo libro sovrastano per numero e per attrattiva quelli maschili): la Katy, attorno alla quale ruotano i sospetti, non è giovane e non è bellissima, ma quando balla diventa la regina del tango.

Ma chi è invece la vittima? Un ex spasimante di Katy, molto geloso, che la pedinava e molestava dopo la fine della loro relazione. E come rientrano le nostre tre investigatrici nell’indagine? Il primo sospettato è Amelio, il maggiordomo della ricchissima Franca, amica del cuore di Iole e come lei assai estrosa. Franca conferisce l’incarico di scoprire il vero colpevole proprio a Libera e Iole, perché è sicura dell’innocenza del suo maggiordomo, contrariamente al detto popolare. 

Nell’indagine Vittoria e Iole conosceranno altre donne, alcune delle quali sono state maltrattate dagli uomini, e con delicatezza l’autrice ci lascia capire che solo con la solidarietà femminile è possibile dire basta a un uomo violento, che sia il capo, il fidanzato o il marito.

Non aggiungo altro per non dare spoiler sulla trama, perché l’indagine di Libera e Iole avrà un esito positivo e risolverà nodi famigliari che affondavano nel passato. Ci saranno alcuni colpi di scena che vi faranno arrivare fino alla fine con il dubbio sul colpevole e sulle motivazioni. 

Rimane irrisolta invece la situazione sentimentale della protagonista (Iole, ormai lo sappiamo, è uno spirito libero, non in cerca di sistemazione). Lungi dal cercare risvolti romantici in un libro, mi sarebbe piaciuta una maggiore introspezione nei pensieri e nei desideri di Libera. Ma sono certa che Rosa Teruzzi è pronta ad accontentarmi con il prossimo romanzo, o forse avremo una nuova avventura delle Miss Marple del Giambellino decise a scavare in qualche vicenda del passato?


" Ultimo tango all'Ortica " di Rosa Teruzzi, editore Sonzogno, vi porterà con 140 pagine in una Milano di fine agosto, malinconica e romantica quanto basta. Disponibile in ebook e cartaceo.





venerdì 9 agosto 2019

"Grado nell'ombra" di Andrea Nagele: un giallo dove si racconta anche la violenza sulle donne.





L’ultimo libro di Andrea Nagele, scrittrice austriaca che divide la sua vita fra Klagenfurt e Grado, ha di nuovo come protagonista la commissaria Maddalena Degrassi, ma potete leggere questo giallo anche senza aver letto il precedente. La protagonista si trova a dover indagare su una serie di stupri, nei quali le donne vittime sono narcotizzate e violentate, per poi risvegliarsi senza alcun ricordo di quanto successo. 

Il caso della vittima Violetta e della sua collega Olivia, che era con lei prima dello stupro, tocca profondamente la commissaria. Qui si vede la bravura dell’autrice, che di professione è psicoterapeuta, nel descrivere non solo le varie tappe psicologiche che ogni donna vittima di stupro attraversa, ma anche le reazioni delle persone che vivono e lavorano accanto alla vittima, proprio come Olivia. Ed è il tema della violenza sulle donne il nucleo del romanzo, molto più che le indagini: la scarpa rossa nella foto di copertina è infatti indicativa, per chi vuole capire. L'autrice è molto abile anche nel descrivere gli adolescenti che sono, in un modo o nell’altro, coinvolti nelle indagini della protagonista.

La commissaria Maddalena Degrassi ormai ha imparato a farsi rispettare dai suoi colleghi, nonostante le cattive maniere del suo superiore. Con questo nuovo caso si trova però a mettere in gioco la sua sensibilità femminile e il suo intuito, che all’inizio non sembrano aiutarla molto. E forse è d’ostacolo anche la sua situazione sentimentale, dato che la sua storia d’amore con Franjo, che troviamo nel libro precedente, è definitivamente naufragata. Per questo Maddalena si ritrova a vivere sola, in una grande casa che ha ereditato.

La protagonista non riesce a venire subito a capo della vicenda, perché se di un solo stupratore si tratta, visto il modus operandi sempre uguale, le vittime non hanno alcun elemento in comune, e vivono in città diverse. Solo lo sfondo delle violenze è sempre lo steso: di notte, durante un temporale, approfittando della solitudine delle vittime.

L’analisi psicologica delle persone che ruotano intorno alle vittime è interessante e realistica, così come l’ambientazione in una Grado fredda, glaciale, insensibile ai drammi delle donne che vengono stuprate. E verosimile è la dinamica dei rapporti all’interno di un commissariato, quando a dirigere le indagini è una donna. Maddalena è una donna sola e la sua solitudine va a incrociarsi con quella delle donne che hanno subito violenza.

Il giallo ha un certo livello di adrenalina, e trovare il colpevole non risulta così facile. Da parte mia ho avuto la netta sensazione che questo romanzo avrà un sequel, poiché non sono convinta che il colpevole, arrestato grazie al paziente lavoro di indagini di Maddalena, sia veramente quello indicato. Rimane una certa ambiguità nel finale, che non voglio svelare per non fare spoiler. Aspetterò quindi il prossimo romanzo di Andrea Nagele, con Maddalena Degrassi come protagonista, per sincerarmi se avevo torto o meno.

Nel frattempo sono curiosa di sapere se altri lettori e lettrici hanno avuto la mia impressione. A chi invece ancora non ha letto “Grado nell’ombra", consiglio questo giallo per riempire di brividi freddi la vostra calda estate.


" Grado nell'ombra " di Andrea Nagele, tradotto da Monica Pesetti per Edizioni EMONS, è un giallo scritto da un'autrice austriaca che vive anche in Italia, e il suo amore per Grado si percepisce. Sono circa 220 pagine, con un'appendice di ricette, come sempre nei gialli tedeschi EMONS, e lo potete trovare in versione ebook e cartacea. 


Questa recensione è stata scritta originariamente per MilanoNera e potete leggerla anche qui




domenica 28 luglio 2019

" Io non ci sto più " di Roberta Bruzzone: come evitare o liberarsi dei narcisisti affettivi.






Per una volta non vi presento la recensione di un romanzo ma di un saggio, anzi di un manuale che, ne sono sicura, può essere utile a molti. Si tratta di " Io non ci sto più " di Roberta Bruzzone, edizioni De Agostini. L'autrice è psicologa forense e criminologa investigativa, un volto molto noto per chi guarda la Tv. Questo saggio, che potrebbe essere definito un manuale di self-help, è un testo serio, professionale e comunque può essere compreso facilmente anche da chi non ha alcuna infarinatura di termini psicologici."I narcisisti maligni sono ovunque", il titolo del primo capitolo, ci fa subito capire che si tratta di un saggio che può essere utile anche a chi è sicuro di non aver mai incontrato un individuo di questo genere. 

I narcisisti maligni e manipolatori possiamo incontrarli in ogni ambito: affettivo, lavorativo, fra gli amici e i parenti. Il problema con loro è che sono incredibilmente astuti e abili sia nello sfruttare ogni tipo di legame, sia nel mentire spudoratamente anche di fronte all'evidenza. Caratteristica ancora più terribile è che la "vittima" di un narcisista maligno, che sia coniuge, genitore o parente, collega o datore di lavoro, amico/a intimo/a, non ha alcuna possibilità di ragionare razionalmente con il narcisista. Non riuscirà mai a fargli ammettere che ha mentito sempre, né potrà convincerlo a provare un aiuto terapeutico. Il narcisista maligno non crede e non ammetterà mai di essere malato. 

Ora con il termine "narcisista" di solito intendiamo una persona egocentrica, dall'abbigliamento appariscente, spesso egoista. Ma si tratta del "narcisista benigno", una persona che può essere simpatica e gradevole, se presa a piccole dosi. Il "narcisista maligno" ha tutt'altra natura, è una persona con un disturbo patologico. E può essere sia uomo sia donna, quindi non si pensi al narcisista solo in versione maschile, il classico seduttore sciupafemmine. Uomo o donna che sia, ha due doti in cui eccelle: " Mentire e mettere zizzania " (altro titolo del libro della Bruzzone).

Se è abbastanza facile immaginare un uomo o una donna che mentono per nascondere le proprie infedeltà, o mancanze sul lavoro, riesce difficile pensare a una persona amica o parente che costruisce un castello di bugie inverosimili senza apparente motivo. Perchè una persona che dice di volerci bene continua a mentirci? Secondo Roberta Bruzzone, e altri specialisti, il narcisista maligno mente perché solo così riesce a sentirsi superiore agli altri. Insomma si tratta di una persona dalle profonde insicurezze e frustrazioni, forse sviluppate già in età infantile. 

Ma se le menzogne provocano dolore nelle persone che li circondano? Il manipolatore affettivo manca totalmente di empatia e di senso di colpa, anche se è bravissimo a fingere di essere una persona buona e piena di attenzioni per tutti.  Pensate a quell'amica o collega che costantemente parla male senza motivo di tutte le persone che conoscete (e di voi alle vostre spalle): se l'avete vista commossa piangere o lamentarsi delle cattiverie altrui, avete assistito a una grande recita.




Se vi è capitato, come a me, di incontrare esemplari di questo tipo più di una volta nella vita, vi sarete chiesti: "perché sempre a me? ". Roberta Bruzzone ha finalmente sciolto i miei sensi di colpa: non ero io, non siamo noi a scegliere come amici/compagni di vita i narcisisti maligni. Sono loro ad essere bravissimi nel trovare le potenziali vittime. Se vivete un periodo particolare, se soffrite di ansia, tristezza, solitudine, se avete perso una persona cara o il lavoro, ecco che il narcisista maligno e manipolatore piomba su di voi come un avvoltoio. Perché lui o lei si nutre delle vostre insicurezze o debolezze, temporanee o costanti, come il vampiro si nutre del sangue altrui.

Il soggetto fingerà di preoccuparsi dei vostri problemi ma, oltre a non darvi nessun aiuto nè pratico nè affettivo, finirà per farvi credere che è colpa vostra se non trovate lavoro, se avete litigato con il vostro partner, ecc ecc. E non troverete nemmeno una spalla su cui piangere: perché mentre racconterete che avete perso il lavoro, il narcisista si lamenterà che lui/lei è perseguitato dal capo che la bullizza; se avete un parente ammalato, lui/lei avrà quattro o cinque parenti con problemi assai più gravi; se siete afflitti da un costante dolore alla schiena, lui/lei vi rivelerà di avere un tumore. Credete che persone che fingano di avere un tumore non possano esistere? Eppure vi assicuro che esistono. Tutto questo per vincere la gara con voi, per essere "la" persona che merita tutte le attenzioni, da parte di tutte le persone che conoscete.

Roberta Bruzzone scrive utilizzando un metodo scientifico/investigativo, elencandoci tutte le caratteristiche del narcisista perverso e manipolatore (in parte diverse che si tratti di uomo o donna), e da quali segnali possiamo riconoscerli. E se invece siamo già caduti nella loro tela vischiosa? L'unica possibilità per salvare la nostra salute mentale e fisica, è allontanarci da loro, e l'autrice è brava nello spiegarci quali tattiche attuare.

" Io non ci sto più " di Roberta Bruzzone, edizioni De Agostini, è un libro che mi è stato utilissimo, per confermare delle esperienze e riflessioni che stavo facendo da tempo. E quando è proprio una bravissima profiler a spiegarti che ci hai visto giusto, ci si sente più sicuri e decisi nell'allontanare certe persone (e sperare di non incontrarne più nella vita). In conclusione, un saggio di 304 pagine, disponibile in cartaceo e in ebook, che consiglio a tutti, anche a chi non è coinvolto personalmente ma ama studiare i comportamenti sociali.






domenica 21 luglio 2019

" Echi del silenzio " di Chuah Guat Eng : come e perché si uccide in Malesia.





La casa editrice Le Assassine continua nella sua scelta di divulgare in Italia gialli e noir di scrittrici non conosciute e provenienti spesso da culture “altre”. In “ Echi del silenzio ” di Chuah Guat Eng, la protagonista è Ai Lian, giovane malese di etnia cinese, che studia in Germania. E’ proprio lì che incontra e si innamora, ricambiata, di Michael, un ragazzo inglese nato e cresciuto proprio in Malesia, dove il padre possiede una piantagione. 

Ai Lian accompagna Michael in Malesia, sia per conoscere il futuro suocero, sia per rivedere i suoi genitori. Purtroppo il padre di Ai Lian è malato e muore dopo il suo arrivo, ma non è l’unica tragedia che colpisce la protagonista. Appena arrivata nella piantagione di Michael, Cynthia, la giovane fidanzata del futuro suocero, viene trovata barbaramente uccisa nella piantagione. In questo romanzo pare sia il caso a governare le vite di tutti, e quando non è il destino, allora sono i vari personaggi a prendersi la responsabilità di modificarlo in modo egoistico e a volte crudele. Se aggiungiamo al delitto il fatto che Cynthia era stata fidanzata fino a poche settimane prima con Hafiz, un giovane brillante malese che è amico fraterno di Jonathan, capirete subito che la vicenda è assai intricata e ci sono vari indiziati con motivazioni diverse.

Ai Lian aveva già conosciuto Cynthia a una festa a Londra, quando era in compagnia del precedente fidanzato, e le era sembrata molto bella ma anche felicissima e innamorata. Subito dopo la sua morte, Ai Lian scopre dei lati insospettati della vittima: l’attenzione per il prossimo, la fede, la passione per la natura e la pittura. In verità alla protagonista sembra di aver avuto a che fare con due ragazze ben differenti, e le motivazioni che hanno portato la vittima a rompere il fidanzamento con il giovane Hafiz, di cui pareva innamoratissima, e a fidanzarsi con l’anziano Jonathan, rimangono un mistero.

In verità tutto il romanzo gioca sul tema del doppio, nel senso della duplicità delle persone e delle loro motivazioni vere e quelle recondite. A fare da fil rouge all’intricata vicenda e alle indagini ci sono ancora duplici oggetti: due pistole scomparse in epoche diverse, o forse una sola, e due collane di diamanti, anch’esse di epoche diverse, ma che paiono una sola collana che scompare e riappare.
E spesso echeggia qua e là il richiamo a quel capolavoro che è “L’importanza di chiamarsi Ernest” che Wilde declinava sul grottesco-ironico, mentre l’autrice vira il tema sul tragico. 

Al di là della trama del giallo, affascinante è l’ambientazione malese del romanzo (non pensate a una versione aggiornata dei romanzi salgariani!). E ancora di più la descrizione sociologica e psicologica dei personaggi e delle difficoltà che trovano a rapportarsi chiaramente l’uno con l’altro, a causa dell’etnia differente: malesi, cinesi, euroasiatici. Tanto che alla fine i personaggi più generosi, empatici e malleabili sono proprio gli inglesissimi Jonathan e Michael. O almeno così vuole farci credere l’autrice del romanzo, che è di nazionalità malese ma ha scritto il libro in inglese. 

Il libro ha comunque uno stile prettamente esotico, assai lontano dal classico giallo/noir europeo o americano, e se da un lato questa sua “etnicità” rende a volte difficoltosa la lettura, dall’altro ci fa immergere in un mondo assai diverso dal nostro.

Grazie quindi all’autrice Chuah Guat Eng, che ci ha avvicinato alla Malesia e alla sua storia e cultura, e alla traduttrice Marina Grassini che deve aver faticato non poco a districarsi fra i personaggi dai doppi nomi. 

" Echi del silenzio ", ed. Le Assassine, 415 pagine che vi trasporteranno in un mondo lontano da noi europei. Disponibile in libreria e sui principali siti di vendita online.




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domenica 23 giugno 2019

" Buffet al veleno " di Brigitte Glaser, ovvero delitti nel mondo dell'alta cucina.







Con " Buffet al veleno. La cuoca Katharina e il terribile sospetto", siamo ormai al quinto libro dell'autrice tedesca Brigitte Glaser con protagonista la simpatica cuoca Katharina Schweizer. In questo romanzo la brillante cuoca deve affrontare un'indagine necessaria a salvaguardare la sua creatura, il "Giglio Bianco", raffinato ristorante sulla riva del Reno a Colonia.


Dato che il ristorante è frequentato dalla migliore clientela, ma gli affari non vanno benissimo, Katharina si ritrova ad arrotondare con il servizio di catering. Durante un ricevimento in un lussuoso e modernissimo grattacielo, la protagonista incrocia fra gli invitati Minka, che lavora per lei come lavapiatti. Se durante le serate lavorative la ragazza appare scialba e molto timida, in quell’occasione davanti agli occhi di Katharina si svela una ragazza sexy ed estroversa, che attira le attenzioni di tutti gli uomini presenti.

Minka nei giorni seguenti non si presenta al lavoro presso il ristorante, causando un notevole problema a Katharina che si trova sguarnita nel personale. Ma la catastrofe è dietro l’angolo: il corpo delle ragazza viene ritrovato nel Reno, e sulle prime le indagini portano a pensare a un suicidio. Katharina e la sua aiutante Arin, che era molto amica di Minka, sono molto scettiche su questo fatto, nonostante la doppia vita della ragazza morta dia adito a parecchie congetture. Ma quando le indagini cominciano a convergere sul probabile omicidio, ecco che il principale indagato è proprio Ecki, secondo chef del ristorante nonché compagno di vita di Katharina.

La povera donna deve anche fronteggiare l’ansia di dover chiudere il ristorante, non solo perché il suo compagno di lavoro e di vita si rende irreperibile, ma anche perché l’anziano proprietario dell’immobile dove si trova il ristorante muore improvvisamente. Riuscirà Katharina a ottenere un rinnovo del contratto di affitto dagli eredi del defunto? E che legame c’era fra Ecki e Minka, che per mesi hanno lavorato insieme sotto i suoi occhi nella cucina del ristorante?

I personaggi del romanzo sono brillanti e ben caratterizzati, e il libro è godibile anche da chi non avesse letto i precedenti. Non manca la tensione, che viene abilmente dosata con la descrizione del lavoro di Katharina, nei dettagli della preparazione delle cene del suo ristorante e nelle passeggiate nelle varie zone eterogenee di Colonia. E forse proprio queste due caratteristiche rendono i gialli di Brigitte Glaser molto appetibili: io stessa ho dovuto ricredermi sulla scarsa fantasia o ricercatezza della cucina tedesca, e ho inserito Colonia fra le mete turistiche europee da non trascurare.

Katharina però non riuscirà da sola a sbrogliare l’intricatissima matassa, dove anche lo spionaggio industriale e il comportamento squallido dei suoi competitors ristoratori hanno una grande importanza. Il commissario Brandt, una new entry nei romanzi della Glaser, aiuterà l’eclettica e vivace cuoca a scoprire la verità. Non vi svelo nulla sul lieto fine delle indagini, ma questo Brandt mi piace molto, e vorrei che entrasse a far parte della vita di Katharina, vista la comune passione per la cucina. Chissà se Brigitte Glaser ha già seguito il mio consiglio…


" Buffet al veleno. La cuoca Katharina e il terribile sospetto " di Brigitte Glaser, è un giallo davvero godibile di circa 330 pagine, ottimamente tradotto da Stella Maris e pubblicato dalle Edizioni Emons, specializzate in Gialli Tedeschi. Potete acquistarlo sia in versione cartacea sia in ebook, anche direttamente sul sito della Casa Editrice.



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martedì 18 giugno 2019

" Una contessa a Chinatown ": la Miss Marple nella Milano anni '50 di Dario Crapanzano.




Dario Crapanzano porta in libreria " Una contessa a Chinatown " edizioni SEM, il secondo romanzo che ha per protagonista Margherita Grande, detta Rita. Per chi non avesse letto il primo libro della serie (ma si può leggere il secondo senza problemi), Rita è una giovane, brillante e simpatica squillo, che esercita il suo mestiere nella villa della contessa Vergani.

Siamo nella Milano dei primi anni ’50, e i clienti della contessa, anche lei prostituta prima di incontrare, sposare, e rimanere poi vedova del ricco e anziano conte Vergani, sono professionisti, magistrati, avvocati, insomma la crème de la crème milanese. 

Grazie alla sua bravura e fantasia, Rita con il suo lavoro è riuscita ad acquistare un grande appartamento, dove mantiene l’anziana nonna e i due fratellini minori, che ancora vanno a scuola. Rita è orfana di entrambi i genitori, ma Dario Crapanzano non ne fa un’eroina drammatica né spinge il lettore a provare compassione per lei. La protagonista, al contrario, è una ragazza intelligente e determinata, con la sua etica e le sue priorità. 

Se nel romanzo precedente, “ La squillo e il delitto di Lambrate ”, la protagonista si era improvvisata investigatrice per salvare una sua amica, accusata ingiustamente di aver ucciso il fidanzato, qui Rita è coinvolta in prima persona dall’inizio. E’ infatti proprio la sua maitresse, la contessa Vergani, a essere ritrovata morta in un pied-à-terre in via Paolo Sarpi, nella Chinatown milanese. 

La prima frettolosa indagine porterebbe a chiudere il caso come suicidio, ma Rita, che aveva un rapporto amicale oltre che professionale con la defunta, è convinta che la contessa non avesse nessuna intenzione di uccidersi. Lo sconcerto per la sua morte è ancora più grande quando Rita scopre che la contessa le ha lasciato in eredità la splendida villa, dove viveva e dove Rita si prostituiva con le altre ragazze.

A questo punto non le resta che indagare e se il giallo è ben congegnato e anche divertente, le caratteristiche che fanno amare questo romanzo sono le descrizioni, da una parte, della Chinatown milanese negli anni ’50, e dall’altra le abitudini e i proverbi meneghini della nonna di Rita.

Per me è stato davvero una sorpresa scoprire che il piatto di cervella fritta, che adoravo mangiare da bambina, era considerato un lusso della domenica, nella Milano di quegli anni. E sarà la nostalgia per un’epoca che non ho vissuto, essendo nata a Milano molti anni dopo, sarà che vivo a Roma da troppo tempo, questo entrare in punta di piedi nella vita dei milanesi DOC o d’adozione, in quel periodo d’oro, mi ha davvero affascinata. Tanto che non vedo l’ora di leggere la prossima avventura di Rita Grande, ormai non più squillo ma ragazza ricca in una Milano che sta cambiando vorticosamente.


" Una contessa a Chinatown " di Dario Crapanzano, Edizione SEM Società Editrice Milanese, sono quasi 190 pagine di puro divertimento. In attesa della prossima puntata delle avventure di Rita Grande, potete acquistarne una copia cartacea o in ebook in tutte le librerie fisiche e online. 


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sabato 25 maggio 2019

" Linea di sangue " di Angela Marsons, e le ombre nel passato di Kim Stone.







Nel quinto romanzo di Angela Marsons, con protagonista sempre la detective Kim Stone, troviamo una linea di sangue che unisce fra loro vittime davvero diverse. La prima è un’assistente sociale, trovata uccisa nella sua auto di lusso, la seconda una giovane ragazza tossicodipendente trovata in un bosco. In seguito si aggiunge un omicidio avvenuto alcuni mesi prima, e questa volta si tratta di un bambino ucciso durante una gita scolastica. Ma se le vittime sono così diverse tra loro, come è possibile che sia lo stesso assassino e quale può essere il motivo di questi omicidi? Kim Stone è convinta che il colpevole sia lo stesso per il modus operandi, una coltellata netta, decisa, senza tentennamenti, quasi una firma. Oltre a questa certezza, c’è il buio assoluto nelle ricerche.

Aiutata dalla sua squadra, in primis da Bryant e Dawson, la detective indaga sulla vita presente e passata delle vittime per trovare qualche collegamento fra loro, ma nonostante l’impegno non si trova alcun elemento in comune. Mentre aumentano le perplessità e il tempo scorre, Kim Stone si trova a dover affrontare due fantasmi in carne e ossa, che provengono dal suo passato: uno recente, la psichiatra psicopatica Alexandra Thorne, che lei stessa ha fatto arrestare e che si trova ancora in carcere; uno del lontano passato, la madre, rinchiusa da 28 anni in una clinica psichiatrica. Questi due personaggi consentono ad Angela Marsons di raccontarci ancora meglio il forte legame che Kim aveva con il fratellino Mickey, e l’odio per la madre che ne ha provocato la morte. 

Per chi volesse sapere come e quando la psichiatra Alexandra Thorne è entrata nella vita di Kim Stone, può andare a leggere, o rileggere, il secondo romanzo della serie “ Il gioco del male ”, (cliccando qui potete trovare la recensione sul blog), sebbene “ Linea di sangue ” possa essere letto anche da chi si accosta per la prima volta ai libri di Angela Marsons (e sono certa che poi andrà a leggere anche tutti i precedenti, perché l’autrice è bravissima e genera addiction ai suoi thriller!). Per ritornare all'antagonista psichiatra, il problema veramente grave per Kim è che Alexandra Thorne vuole rientrare nella sua vita e per farlo si serve proprio della madre della detective, che potrebbe ritornare in libertà per buona condotta. 

L’autrice è abile nel mostrarci come le ferite del passato non possono mai essere completamente chiuse, anche se sono sepolte in noi. E nello stesso tempo non ha remore nel creare due personaggi tanto sgradevoli quanto verosimili: Alex Thorne, una psichiatra folle e sadica che manipola i suoi pazienti per i suoi fini, e la madre di Kim, una donna schizofrenica e crudele che è arrivata a torturare e uccidere il proprio figlio. Kim Stone qui deve combattere da sola la sua battaglia contro queste due nemiche, coalizzate contro di lei. Ma intanto continua a indagare caparbiamente sui delitti anche quando la sua stessa vita è in pericolo.

Il caso, grazie anche all’aiuto della squadra di Kim Stone, viene risolto, e con un colpo di scena che vi lascerà davvero a bocca aperta. In quanto alle due donne terribili del suo passato, ho l’impressione che siano state neutralizzate solo temporaneamente dalla detective. L’unica certezza è che appena si finisce di leggere un thriller di Angela Marsons, si comincia ad attendere che esca il successivo, infatti la spigolosa e solitaria Kim Stone è ormai diventata una beniamina delle lettrici e dei lettori anche in Italia.


" Linea di sangue " di Angela Marsons, 380 pagine di pura adrenalina, tradotto da N. Giuliano, è pubblicato dalla Newton Compton Editore, ed è disponibile sia in versione cartacea rilegata, sia in ebook. 



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lunedì 20 maggio 2019

" Notte a Caracas" di Karina Sainz Borgo, o del paradiso che diventa inferno.






" Notte a Caracas ", il romanzo d’esordio di Karina Sainz Borgo, è un pugno nello stomaco, anche per il lettore che non dovesse essere a conoscenza delle vicende politiche e sociali nel Venezuela degli ultimi anni.

La giornalista, che vive da dodici anni in Spagna, ha una prosa da reporter di guerra, ma l’amore per il suo paese e la sua città d’origine, Caracas, rende il fraseggio del romanzo poetico, a tratti onirico. Adelaida, la protagonista, è una giovane editor che è sempre vissuta con la madre, e tutto il romanzo è un’epopea al femminile. Donne che hanno attraversato l’Oceano, partendo dall’Europa per raggiungere una terra che avrebbe consentito loro di vivere in agiatezza; donne rimaste vedove, prima o dopo l’emigrazione; donne lasciate dai loro uomini, come Adelaida e sua madre; donne sole e solitarie come le zie della protagonista, Amelia e Clara, o le vicine di casa Julia e Aurora.

E donne anche le virago grasse e malvestite del Fronte Rivoluzionario, che occupano l’appartamento di Adelaida, distruggendo i pochi oggetti, di valore affettivo più che reale, conservati da lei e dalla madre: libri, un servizio di piatti, il computer, tutti i mobili.

Sembrava una donna che abitasse una frontiera perpetua: né venezuelana né spagnola; né bella né brutta; né giovane né vecchia. Aurora Peralta scontava la maledizione di chi nasce troppo presto in un luogo e arriva troppo tardi in quello successivo.

“ Notte a Caracas ” è la cronistoria passata, presente e futura di una perpetua lotta di poveri contro poveri; di scatolette di tonno accumulate negli anni in previsione di un ennesimo saccheggio; di razioni di pasta e di farina destinate ai più bisognosi, e rivendute invece ai più ricchi al mercato nero. Karina Sainz Borgo ci mostra la dignità, l’orgoglio, la compassione come se fossero spine rimaste nella carne dei sopravvissuti, che vanno strappate a forza per continuare a resistere. 

Ogni scena del romanzo scaraventa in faccia al lettore il contrasto fra un Paese ricco, dove chi arriva dall’Europa può trovare un lavoro e vivere nel benessere, e lo stesso Paese impoverito, perché quella ricchezza viene utilizzata per arrivare al potere e scatenare la guerra civile contro chi, di volta in volta, si definisce nemico del popolo e affamatore. Una calma apparente che dura per anni, ma sotto la quale un vulcano è pronto a esplodere ciclicamente, scatenandosi in un clima di terrore dove nessuno è più al sicuro. Pagine che appaiono come fotografie che potrebbero trasformarsi in una sceneggiatura per un film. 

Difficile, o superfluo, prendere posizione per questo o quel partito o dittatore. Con l’autrice si sta dalla parte degli oppressi, di chi ha attraversato il mare dall’Europa per arrivare in America (nessuno dice mai America Latina) e di chi ha sempre meno diritti degli altri solo perché ha la pelle più scura.

“ Notte a Caracas “ è un romanzo-verità magnificamente scritto, e ottimamente tradotto da Federica Niola, che suscita nel lettore angoscia e interrogativi, forse anche paura che analoghe svolte storiche  possano accadere nella nostra cara vecchia Europa. 



" Notte a Caracas " di Karina Sainz Borgo, edizione Einaudi Stile Libero Big, è un libro che in 200 pagine condensa la storia di una nazione e di un popolo. Disponibile sia in cartaceo sia in ebook.






martedì 16 aprile 2019

" Una testa in gioco " e " Maigret a New York" di Georges Simenon, letti da Giuseppe Battiston per Emons Audiolibri.






Ormai mi sono affezionata a sentire la voce di Giuseppe Battiston che legge i libri dei miei autori preferiti. Infatti, dopo aver ascoltato “Una cosa divertente che non farò mai più” di D.F.Wallace, ho colto l’occasione per ascoltare i numeri 15 e 16 della Collezione Maigret, sempre per Emons Audiolibri.

E devo dire che non sono rimasta delusa: non riesco ad immaginare un attore migliore per dare voce (e corpo) al commissario Maigret, per indossare la sua ironia camuffata da un burbero atteggiamento. 

“Una testa in gioco” è il quinto romanzo della serie che vede come protagonista Maigret, ed è stato pubblicato per il prima volta nel 1931. La versione dell’audiolibro Emons è la stessa dell’edizione Adelphi del 1995. Il libro racconta la vicenda di Joseph Heurtin, che è stato condannato a morte per il duplice omicidio di una ricca vedova americana e della sua cameriera. Sebbene le prove siano tutte contro Heurtin, Maigret crede nella sua innocenza e decide di indagare per trovare il vero colpevole.


La testa in gioco nel titolo non è quindi solo quella del condannato, che attende in cella il giorno dell’esecuzione, ma anche quella di Maigret, che con la sua indagine va a scontentare i suoi superiori, rischiando di rovinarsi la carriera. 

In questo romanzo, fondamentale è il contrasto fra il personaggio di Maigret, con la sua ironia e i suoi modi secchi, e quello di Jean Radek. Questi è un ex-studente di medicina cecoslovacco, che pare uscito dalla penna di Dostoevsky. Radek è una figura machiavellica, che sembra avere la meglio su Maigret, anche sul piano verbale.

Un romanzo che, con il consueto genio di Georges Simenon, trascina il lettore, pardon l’ascoltatore nella caccia al vero assassino, senza trascurare la ricerca di Maigret sulla natura degli essere umani. “Una testa in gioco” è sicuramente un romanzo breve, ma anche un grande capolavoro, che rappresenta al meglio la complessità fra la luce del difensore del bene e l’ombra del colpevole.

Durata dell’ascolto quasi 4 ore.



In “Maigret a New York”, pubblicato in Italia per la prima volta nel 1952, il commissario è in pensione da un anno quando riceve la visita di Jean Maura, il figlio di un uomo d’affari newyorkese ricchissimo. 


Il giovane convince Maigret a imbarcarsi con lui per andare a New York, perché teme che la vita di suo padre sia in pericolo. Quando arrivano a New York però, Maura scompare. Maigret, indaga e scopre, grazie al suo vecchio amico Michael O’Brien, ispettore dell’FBI, che il padre di Maura, appena arrivato a New York, aveva vissuto nel Bronx insieme a un amico violinista. A questo punto Jean Maura ricompare e, avendo ritrovato il padre in salute con il suo segretario MacGill, vorrebbe tornare in Francia. 

Ma Maigret e O’Brien decidono di indagare ulteriormente, e scoprono tutto il passato del padre di Jean Maura. A questo punto si scopre una storia di figli segreti, di gelosia che porta all’omicidio, ma non aggiungo altro per non togliervi il piacere dell’ascolto di quest’avventura di Maigret oltreoceano. 

Durata dell’ascolto 4 ore e 50 minuti.

Non posso che consigliare questi due nuovi capitoli della Collezione Maigret di Emons Audiolibri, come tutte le uscite precedenti lette dallo straordinario Giuseppe Battiston. La Collezione Maigret la consiglio non solo a tutti gli appassionati di Simenon e Maigret, che hanno letto quasi tutti i libri e hanno visto tutte le interpretazioni cine-televisive da Jean Gabin, Gino Cervi, Bruno Cremer fino ad arrivare a Rowan Atkinson. Questi audiolibri sono così ben fatti e affascinanti da ascoltare, che possono far diventare dei fan del commissario Maigret anche coloro che non hanno mai letto Simenon.

Recensione scritta originariamente per MilanoNera, la trovate anche su questa  pagina


Tutti gli audiolibri della Collezione Maigret possono essere acquistati anche direttamente sul sito della casa editrice Emons. Sono in versione CD e quindi possono essere ascoltati su lettori CD, lettori dvd o computer. Ma sono anche in file mp3 che possono essere ascoltati anche tramite l'app gratuita Emons Audiolibri. Trovate tutte le indicazioni e tutto il catalogo audiolibri qui




sabato 30 marzo 2019

" April è scomparsa " di Sarah A. Denzil, e di come la verità abbia molte versioni...





Con “April è scomparsa”, il suo ultimo romanzo, Sarah A. Denzil costruisce un thriller psicologico che vi terrà con il fiato sospeso fino alle ultime righe. E il dubbio su dove sia la verità vi seguirà passo passo.

Hannah Abbott vive isolata in casa, in un villaggio dello Yorkshire. Lavorando come editor freelance, non è costretta a incontrare chi le affida il lavoro. Passa la maggior parte del tempo al pc, anche tutti i suoi acquisti li effettua online e non frequenta nessuno. Nel suo passato c’è stata una grande tragedia, ma Sarah A. Denzil è molto abile nello svelare lentamente, e solo nella seconda metà del romanzo, che cosa sia successo veramente nella vita di Hannah.

April è l’unica figlia della famiglia Mason, che si è appena trasferita nella casa di fronte a quella di Hannah. Apparentemente una famiglia perfetta, quel tipo di famiglia che Hannah non ha, o che forse aveva in passato. Ma sappiamo che proprio delle famiglie perfette bisogna dubitare, e infatti Hannah, spiando dalla finestra di casa sua, nota particolari inquietanti. 

Laura, una mamma che torna troppo tardi dall’ufficio, un padre che non ha un lavoro e che non pare nemmeno cercarlo. E poi c’è April, che sembra chiedere aiuto proprio a Hannah, con uno sguardo silenzioso e impaurito. Finché Hannah, in un rimando inconscio che la vede immedesimarsi prima nella bambina e poi in sua madre, decide di agire per salvarle entrambe.

Quando finalmente Hannah supera la sua paura e i suoi attacchi di panico, ed esce di casa per scoprire tutti i misteri di quella strana famiglia, la piccola April sparisce. Ma April è davvero scomparsa, o è solo una proiezione di Hannah? Chi è veramente la vittima in quella casa? E perché Hannah si è isolata da tutto e da tutti per anni?

“April è scomparsa” è davvero un thriller inquietante, che ribalta le carte in tavola più volte. E la sensazione claustrofobica di follia che pervade Hannah, finisce per arrivare anche al lettore. L'autrice riesce in questo intento anche creando una trama a doppio incastro. 

Laura e Hannah, le due donne protagoniste, si confrontano a distanza perché ciascuna delle due racconta la propria versione della storia. Sono sincere con se stesse e con il lettore?  E' quasi impossibile capirlo fino in fondo. I capitoli a loro dedicati sono infatti alternati, e questa scelta aumenta la suspense ma genera anche lo sconcerto in chi legge.

La chiave di tutta la storia è proprio la piccola April, che è veramente scomparsa, ma quando riappare è ben diversa da come l'ha conosciuta Hannah e persino da come l'ha cresciuta sua madre Laura.

Un thriller diabolico, da leggere con cautela se si vive e si lavora in casa da sole.





" April è scomparsa " di Sarah A.Denzil ed.Newton Compton, 288 pagine di suspense disponibili sia in versione cartacea sia in versione ebook.


Recensione scritta originariamente per MilanoNera, la potete leggere anche  qui.








domenica 3 marzo 2019

" In gratitudine " di Jenny Diski, ovvero della scrittura come cura e come arma al femminile.




Ho acquistato il libro di Jenny Diski all’inizio del 2018, perché Doris Lessing è sempre stata una dei miei scrittori preferiti e mi incuriosiva il punto di vista dell’autrice, che da adolescente aveva vissuto con lei. Nonostante questa curiosità, il libro della Diski è rimasto sul mio comodino con altri, in attesa per mesi. Dopo la morte di mio padre, alcuni mesi fa, ho sentito che " In gratitudine " mi chiamava (capirete perché se lo leggerete). Ma solo quando mi sono ritrovata con la stessa malattia dell’autrice, anche se non in forma così grave e drammatica, ho compreso che la lettura non poteva più essere rimandata. 

E mi sono trovata così di fronte a molto più di quanto mi aspettassi, in ogni senso. Jenny Diski, all’età di quindici anni, venne accolta in casa da Doris Lessing che ne diventò la tutrice. Era una ragazzina con due genitori anaffettivi, incapaci di darle una qualsiasi indicazione su come affrontare la vita. Jenny, nonostante la giovanissima età, aveva già collezionato alcune fughe da casa, un tentativo di suicidio e un ricovero in un ospedale psichiatrico. “Era un piccolo reparto di psichiatria in una grande villa, popolato per lo più da giovani, anche se nessuno era giovane quanto me. Diventai la trovatella ufficiale. Io ero affascinata, mi sentivo quasi a casa e finalmente accudita.” Difficilmente può risultare comprensibile quest’ultima frase a una persona che non è mai stata ricoverata in un posto simile, provenendo da una famiglia disfunzionale.

Questa è la ragazzina che viene accolta in casa dalla scrittrice già molto famosa, dietro suggerimento del figlio Peter che di Jenny era compagno di scuola. Doris Lessing pensava che Jenny avrebbe ripreso la scuola in collegio, così da doversi occupare di lei solo durante le vacanze estive. Ma le cose non andarono così. E la narrazione di Jenny ci mostra una Lessing molto diversa da quella che molti lettori, e soprattutto lettrici, possono immaginare. 

Io mi sono fatta un’idea su di lei come donna anche perché sto leggendo la sua autobiografia, pubblicata da Feltrinelli. Mi ha stupito il fatto che avesse portato con sé a Londra solo il figlio Peter, nato dal suo secondo matrimonio con Gottfried Lessing; gli altri due figli John e Jean, ancora piccoli, li lasciò in Rhodesia con il primo marito Frank. E se con i due figli del primo matrimonio Doris Lessing non ebbe praticamente più alcun rapporto, con Peter creò invece un rapporto simbiotico.

Un legame così totalizzante da non permettere mai a Peter di avere una sua vita indipendente, tanto che madre e figlio, dopo aver abitato sempre insieme, morirono a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro. “ A quel punto Peter era diventato diabetico, e un’infermiera della zona passava a fargli le iniezioni di insulina. Ma prima dell’ictus Doris gli dava esattamente le stesse cose che i diabetici non dovrebbero mangiare: cioccolato, budino al toffee, patate, zucche, stufati, torte…” uno dei tanti aneddoti narrati da Jenny Diski che illumina sul loro rapporto madre-figlio.

Ma “ In gratitudine ” non è una mera raccolta di pettegolezzi, simili a quelli sui suoi amici e amanti che la stessa Doris Lessing raccontava alla giovanissima Jenny. L’autrice elabora un’analisi dura e impietosa, anche se mai cinica, sui rapporti spesso tragici che possono incatenare i figli ai loro genitori, siano essi biologici, adottivi o affidatari, come fu Doris Lessing per la giovane Jenny Diski

E nel contempo è anche il resoconto delle disavventure assurde e tragiche di una ragazzina sbandata in una Londra anni sessanta, che non era così swinging come appariva a me, che ne ero innamorata alla stessa età di Jenny. 

A tratti l’autrice insinua il dubbio se sia lecito per gli scrittori utilizzare nelle proprie opere le esperienze di vita di famigliari, amici, amanti, così come se sia corretto mentire sulla propria vita privata. “ In gratitudine ” è anche il racconto impietosamente lucido, ma anche molto ironico, di una scrittrice che si sottopone alla radio e alla chemioterapia, pur sapendo di non poter guarire. Perché si può essere autoironici anche parlando delle cadute sui marciapiedi, per colpa delle terapie, e degli acquari vuoti negli ospedali londinesi. E la Diski riesce magnificamente anche in questo.

Lascio a chi leggerà il libro decidere quanta verità sia nel memoir di Jenny Diski e quanta nei libri e nell’autobiografia di Doris Lessing. Alla fine di tutto, rimane al lettore e soprattutto alla lettrice, un’unica domanda, alla quale Jenny Diski, forse, ha saputo rispondere. “Perché cazzo mi è toccata tutta questa merda?”

Un libro da leggere per chi ancora si sta ponendo questa domanda, ma anche per chi non se l’è mai posta nella vita. Un libro necessario per chi ha letto e amato tutti i libri della Lessing, che troverà in Jenny Diski uno stile narrativo rigoroso e un approccio alla vita estremamente distanti da quelli dell’autrice premio Nobel.

Il mio rammarico è di aver conosciuto Jenny Diski solo dopo la sua morte, ma sono grata a NN Editore che, dopo “ In gratitudine ”, pubblicherà anche i suoi due libri reportage di viaggi “Stranger on a Train” e “Skating to Antarctica” .



“ In gratitudine ” di Jenny Diski, intenso e acuto memoir di 272 pagine, tradotto magistralmente da Fabio Cremonesi, può essere acquistato anche direttamente sul sito della NN Editore.






martedì 22 gennaio 2019

" Trascurate Milano " di Luca Ricci, e di come perdersi (e ritrovarsi) nella metropolitana milanese.







Un racconto antinatalizio di Luca Ricci che, dopo “ Gli autunnali ” (potete leggere le mie impressioni sul romanzo qui), torna a pedinare un uomo senza nome in cerca di amore. Stavolta la ricerca non avviene nell’atmosfera pigra e decadente della capitale in autunno, ma nel ventre anonimo e asettico di Milano. Sopra, il buio. “A dicembre il buio è la chiave della città. Le buone maniere, per esempio: la gente per strada non si saluta per gentilezza, ma per farsi coraggio.”

E allora, gioco forza si scende sotto, in metropolitana. Dove le luci artificiali e il vento causato dai treni accolgono una massa di corpi sconosciuti. 

Lui, il protagonista senza nome, ha una moglie e una figlia, che ripassa le tabelline con lui prima di andare a scuola. C’è anche un’amante storica, che l’uomo incontra in hotel che offrono il day use, l’equivalente dell’antico albergo a ore. L’uomo vuole ostinatamente fuggire dall’ipocrita ripetizione dei riti, che siano natalizi o borghesi (lavoro fisso-moglie-figlia-amante). E per farlo non può che cercare uno sguardo, un contatto fisico nella calca indistinta della metro. 

Un corpo sconosciuto che gli apra un varco nel buio invernale. Quanti di noi che lo seguiamo non abbiamo almeno una volta cercato quel varco in uno sguardo fuggevole in metropolitana, in un sorriso distratto al bancone di un bar? Il protagonista trova un appiglio in Martina, giovanissima efebica ragazza che incontra in metro. E che si ostina a pedinare ripetendo lo stesso percorso per vari giorni, osservando altri uomini come lui alla ricerca.

Un’ossessione amorosa che non può aver luogo che a Milano, nella monotona e rassicurante puntualità dei mezzi. Martina è giovane, ma non ingenua: conduce lei il gioco, porta l’uomo in superficie, fra i suoi amici. La sua sicurezza ci fa comprendere che il protagonista non seduce una ragazzina ma, come sempre, è la donna a decidere, scegliere, e a volte usare per scartare.  

Luca Ricci racconta, ancora una volta in modo disperatamente sincero, un universo di pulsioni maschili, ma nel farlo restituisce alle donne una determinazione e una volontà che è in Martina come nelle altre tre figure femminili attorno alle quali ruota la sua vita. 

Non è uno sfondo ma una coprotagonista la città di Milano, che non è più ovviamente la stessa degli anni sessanta in "Un amore" di Buzzati, ma dove uomini e donne sono di nuovo, eternamente, pericolosamente alla ricerca del senso di una vita.


" Trascurate Milano " di Luca Ricci edizioni La nave di Teseo, disponibile in cartaceo e in ebook.