lunedì 15 giugno 2020

" La memoria del lago " di Rosa Teruzzi, e dei misteri del passato.






Ormai sono così affezionata al trio delle "Miss Marple del Giambellino", che appena esce un nuovo libro di Rosa Teruzzi, devo leggerlo subito.

In " La memoria del lago ", come si evince dal titolo, le investigazioni di Iole e Libera sono ambientate non tanto a Milano, quanto a Colico, sul lago di Como. E' proprio da quel paese che proviene Iole, e dove Libera trascorreva le vacanze da bambina. 

Tutta la vicenda prende il via da un vecchio dossier di polizia che Libera si ritrova sul tavolo del suo laboratorio. Non sa chi possa averlo portato lì, ma i documenti che contiene attengono al caso della morte di una giovane donna a Colico, nell'immediato dopoguerra.

Quella morte riguarda da vicino la sua famiglia e in particolare Iole. Per questo motivo Libera si sente obbligata a scoprire la verità dietro quella morte, aiutata da Iole, dapprima riluttante, dalla giovane cronista Irene, detta la Smilza, con il suo capo detto Cagnaccio (o Dog). 

Il romanzo mi ha particolarmente colpito perché anche io, pur essendo nata e cresciuta a 20 km di distanza dal lago di Como, ho spesso sentito raccontare storie affini a quelle su cui indaga Libera. Uomini che, in cambio di denaro e gioielli, aiutavano gli ebrei o altri fuggitivi, a passare il confine fra l'Italia e la Svizzera, passando da sentieri nascosti su per il lago. 

In questo libro Rosa Teruzzi divide equamente il suo amore per il lago, data l'ambientazione, e quello per Milano, con numerose citazioni di Enzo Jannacci e di Alda Merini. Il libro mantiene però la sua omogeneità nello stile poetico e nella leggerezza, nel senso migliore del termine, con la quale l'autrice tratteggia tutti i suoi personaggi.

E poi c'è finalmente una svolta nella vita privata di Libera, ma non voglio fare spoiler. Immagino ne sapremo di più nel prossimo libro!



" La memoria del lago " di Rosa Teruzzi, edizioni Sonzogno, 144 pagine che si leggono in un soffio, disponibile in cartaceo ed ebook. 






lunedì 8 giugno 2020

" I cieli di Philadelphia " di Liz Moore, e le strade disagiate di Kensington.







Liz Moore ci fa conoscere Kensington, una delle zone più malfamate e devastate dall’uso di droghe di tutta Philadelphia, ma per farlo non si serve del solito binomio poliziotto buono con fratello delinquente. Difatti in “ I cieli di Philadelphia ” le protagoniste sono due ragazze, una poliziotta, Michaela detta Mickey, e la sorella Kacey, ormai persa da anni nel gorgo dell’eroina e della prostituzione.

Con l’alternarsi fra l’allora e l’adesso, l’autrice è brava nel mostrarci come avere una madre e un padre entrambi tossicodipendenti, non ti lascia molta speranza di avere una vita normale, anche se sei in una famiglia irlandese. 

In questa famiglia c’è anche una nonna, che è quanto di più lontano dagli stereotipi si possa immaginare. Gee ha sofferto molto per la figlia, e cerca in tutti i modi di far capire alle due nipoti che là fuori ci sono solo lupi. Così maltratta le ragazzine, è anaffettiva, arriva a impedire a Michaela di iscriversi all’università.

Mickey diventa così una poliziotta, ma anche fra i suoi colleghi ci sono i lupi, non crediate agli eroi con i distintivi. Un lupo lo incontra anche lei, ma è convinta sia un angelo, perché è il primo uomo che bacia a diciott’anni, mentre la sorella ha baciato un ragazzo per la prima volta a dodici anni.

Mickey e Kacey, il sole e la luna, le due facce della stessa medaglia, che non potrebbe esistere senza entrambe. E infatti Mickey controlla Kacey, che si prostituisce per strada, si preoccupa e va a cercarla quando sparisce.

E poi c’è Thomas, il piccolo figlio di Mickey, la sua ragione di vita, il suo raggio di sole nelle giornate gelide di dicembre. E quanto è difficile fare la poliziotta da mamma single, e lasciare tuo figlio nelle mani di baby sitter improvvisate. 

Mickey però è in gamba, e infatti si accorge per prima che a Kensington c’è un omicida seriale che uccide le prostitute. Il suo primo pensiero è per la sorella, e per ritrovarla si caccia in situazioni molto rischiose.

“ I cieli di Philadelphia ” si legge come se fosse un film che scorre davanti ai nostri occhi, e Mickey è la versione giovane, donna e ancora incorrotta del Travis di “Taxi driver”. Dall’auto della polizia si vedono solo case abbandonate, negozi-tutto-a-un-dollaro e bar sporchi e mal frequentati. Eppure anche a Kensington a volte arriva un filo di speranza, e chi è bravo ad aggrapparcisi può avere salva la vita. 




Recensione scritta originariamente per MilanoNera e la trovate infatti anche qui





venerdì 5 giugno 2020

" La follia dei Flood ", ovvero come risolvere le follie altrui scansando le proprie.






Tutto in questo romanzo è stravagante e straordinario. A partire dal lavoro che svolge la protagonista Maud: avete presente quelle serie tv americane sugli accumulatori seriali? Ecco, lei viene inviata dal’assistenza sociale londinese a cercare di rendere vivibili le case di uomini e donne che per vent’anni e più hanno accumulato ogni sorta di ciarpame, nonché di spazzatura nelle loro abitazioni.  

“ La follia dei Flood ” di Jess Kidd è però così ironico fino all’humour più nero, e poetico nel contempo, che non si prova schifo, leggendo come è ridotta la casa del suo ultimo assistito, Cathal Flood, ma solo pietà per la fragilità umana. 

Come se non bastasse Maud ha un’amica transgender che ama gli abbigliamenti stravaganti, è agorafobica e appassionata di libri gialli. Maud ha anche una schiera di angeli e arcangeli che la seguono, da S.Raffaele a S.Valentino, fino ai santi irlandesi più misconosciuti, che anziché proteggerla la prendono in giro per le sue fissazioni. Fin qui tutto chiaro, ma dove sta il giallo o il thriller? 

Di gialli ce ne sono addirittura due: il primo riguarda la sparizione di Deidre, la sorella adolescente di Maud, svanita senza lasciare tracce quando lei era bambina. Il secondo giallo riguarda la moglie di Cathal Flood, morta molti anni prima: Maud è infatti convinta che sia stata uccisa e che ci sia un legame fra quella donna e la sorella scomparsa.

Non aggiungo altro, perché ci sono altri personaggi interessanti ma se ve ne racconto potrei creare degli spoiler. Il noir, con tocchi di gotico, è davvero a tratti esilarante a tratti agghiacciante, ma alla fine Maud risolverà tutto, o quasi.


" La follia dei Flood " di Jess Kidd, edizioni Bompiani, traduttore Sergio Claudio Perroni, è un romanzo insolito di 368 pagine che potete trovare sia in cartaceo sia in ebook. 





Recensione scritta originariamente per MilanoNera e infatti la trovate anche qui






martedì 26 maggio 2020

" Lezioni di disegno " di Roberta Marasco, e i segreti di una famiglia.










E' un bel romanzo corale " Lezioni di disegno " di Roberta Marasco, nel quale impariamo a conoscere Julia, Olga e Anna  subito dopo la morte della loro madre Gloria. Quattro donne e se già sarebbe difficile il rapporto fra le sorelle, qui le differenze caratteriali hanno sempre impedito una comunicazione diretta e sincera fra loro e la madre. Le tre sorelle si incontrano nella casa di Pedralbes, dove avevano vissuto con i genitori e dove è morta la madre. Alle tre sorelle si aggiunge April, che dalla madre Olga ha preso l'insofferenza per le regole e l'impulsività. 

La casa deve essere venduta e Julia, che dopo l'ennesimo rapporto sentimentale finito si ritrova senza casa e senza lavoro, si prende l'incarico di impacchettare tutti gli oggetti che erano appartenuti alla madre. La sorella Anna è troppo impegnata con le cene di lavoro del marito, Olga è indifferente, solo la nipote April le dà una mano.

Improvvisamente compare una foto, lasciata sul tavolo da una donna che ha fatto parte della vita di Gloria quando era giovane. Da quella foto Julia comincia a indagare per scoprire se la madre avesse avuto un segreto portato nel cuore fino alla morte. E questo segreto esiste, o meglio esisteva, e questa scoperta apre a Julia il mondo nel quale viveva la madre prima della nascita delle figlie: la Spagna post-franchista, le manifestazioni, la repressione. 

E' molto bello questo alternarsi fra i momenti i cui le sorelle e la nipote interagiscono, a volte litigano anche, e lo scorrere come un film della vita della madre. Il segreto che Julia riesce a scoprire è però legato a una rinuncia, che alla fine ricongiunge gli animi delle tre sorelle. 

A comprendere che la madre non era solo bon ton, bei vestiti e freddezza, a questo serve il segreto svelato, ma che c'era anche un'altra madre, e la chiave per scoprirla era proprio sotto gli occhi dell'intera famiglia, nel quadro dipinto dalla madre e appeso in salotto, sopra il tavolo da pranzo.

E' un bel romanzo questo della Marasco, che si legge con piacere per lo stile scorrevole, a tratti romantico ma mai zuccheroso o patetico. Un tentativo ben riuscito di scavare nella psicologia di cinque donne che hanno lottato e lottano per la loro indipendenza in tempi tanto diversi, ma sempre sullo sfondo della bellissima Barcellona.


" Lezioni di disegno " di Roberta Marasco, 288 pagine, Fabbri editore, disponibile sia in cartaceo sia in  ebook.








mercoledì 20 maggio 2020

" Per sapere la verità" di Maria Masella, e di come si uccidono i matematici.






Un noto professore universitario di matematica viene trovato morto in casa sua e l'indiziata principale è la moglie, che è stata la prima a scoprire il cadavere. Prende così l'avvio " Per sapere la verità " di Maria Masella, scritto dall'autrice alla fine degli anni '80 e poi rieditato e proposto ai lettori dagli Fratelli Frilli Editori qualche anno fa. 

Per prima cosa il romanzo non ha sofferto il passare degli anni, anzi, la mancanza di cellulari e pc e una certa patina di bon-ton in tutti i protagonisti lo rendono molto gradevole da leggere. 

Il romanzo è ambientato a Genova, e chi la conosce o ci vive vi troverà molti scorci ritratti. Lo stile di Maria Masella è classico, nel senso migliore del termine, e viene utilizzato per creare un giallo psicologico che è da una parta avvincente, con una suspence adeguata, dall'altra si sofferma a ragionare sul matrimonio, e non solo su quello della vittima, e in genere sui rapporti umani.

Si prova una immediata simpatia per la protagonista, anche quando, avanzando nelle pagine, sembra sempre più probabile che sia lei l'assassina. Stanca di essere cornificata dal marito, un uomo geniale, simpatico, sportivo, bello, ricco, mentre lei è solo una mediocre, in tutti i sensi, insegnante di matematica alle superiori.

Ma il commissario incaricato delle indagini ha pazienza nel seguire i suoi tergiversare e le sue amnesie, e si arriverà così al colpevole che non vi svelo.

Una bella scoperta Maria Masella, che sapevo essere brava scrittrice di gialli. Questo è il suo primo che leggo ma non sarà certo l'ultimo.




" Per sapere la verità " di Maria Masella, Fratelli Frilli Editori, 216 pagine da leggere in ebook o cartaceo.




domenica 10 maggio 2020

Intervista a Raul Montanari realizzata per MilanoNera.








Raul Montanari, in libreria con "La seconda porta", Baldini + Castoldi Editore, ha cortesemente accettato di rispondere a qualche nostra domanda sul suo libro e sulla narrativa al tempo del Covid.


Nei tuoi romanzi c’è spesso l’incontro –scontro fra un adulto e alcuni adolescenti, tanto che io considero i tuoi libri anche dei romanzi di formazione. Perché in quest’ultimo hai scelto di narrare di adolescenti arrivati in Italia con i barconi?

La narrativa dovrebbe sempre cercare di raccontare il generale dentro il particolare, proporre storie che abbiano alle spalle qualcosa di più grande. La “seconda porta” della casa del protagonista, attraverso la quale entra un adolescente magrebino in fuga, è l’emblema dell’Italia, porta di accesso impossibile da chiudere in faccia ai migranti.

Il protagonista Milo, un pubblicitario di successo che si occupa di campagne sociali, prova una sorta di supremazia “etica” sul suo socio Pietro, che si occupa invece delle campagne normali, quelle “che portano soldi”. E’ solo una mia impressione, almeno all’inizio del romanzo?

L’atteggiamento di Milo somiglia a quello di uno scrittore adorato dalla critica che però vende poco, davanti a un collega che non è artisticamente alla sua altezza ma piace al pubblico. Per fortuna, però, l’enorme carica di autoironia di Milo (ai limiti dell’autodenigrazione) gli impedisce di diventare antipatico: più che un benefattore e un guru della comunicazione progressista, lui ha finito per considerarsi un procacciatore di alibi per chi vuole sentirsi buono e avere la coscienza a posto. È il tema etico alla base di tutto il libro: è davvero possibile fare del bene, nelle piccole cose e in quelle grandi?

La porta segreta che si trova nel nuovo appartamento che Milo acquista, non è forse un varco attraverso il quale si intrufola non solo Adam, ma anche tutti i pensieri negativi e il senso di insoddisfazione di Milo?

La porta è un simbolo della nostra ossessione di controllo. Noi facciamo la guardia a tutti gli accessi da cui possono arrivarci imprevisti: il nostro corpo, le nostre emozioni, il nostro lavoro, la nostra posizione nella società… ma ce n’è sempre uno che rimane sguarnito e da lì l’inatteso si fa strada. Non è detto che sia un male. La vita di Milo, prima dello sconvolgimento che viene a portargli Adam, che vita era? Irrigidita, ripetitiva, percorsa da crepe profonde (i sensi di colpa e di inadeguatezza, l’insonnia, l’alcol, il vizio notturno di cercare video atroci nel deep web, la sfiducia nel proprio lavoro, la mancata paternità, il rapporto inesistente con la famiglia…). Quando arriva Adam, arriva l’avventura! E la vita di Milo, finalmente, si rimescola e prende una nuova direzione.

Milo compie un doppio tradimento nei confronti dell’amico Luca Pandoro: non gli racconta la storia di Adam e non gli rivela che è nascosto a casa sua. Luca è forse l’unico personaggio visceralmente buono nel romanzo: essere traditi è forse il destino di tutti i buoni?

È verissimo quello che dici. Aggiungerei che Milo è un traditore nato. Oltre all’amico tradisce la sua ex moglie quando questa gli chiede di avere un figlio, tradisce la fiducia del suo socio nell’agenzia pubblicitaria, tradisce lo stesso Adam quando la storia si avvia verso il finale che non vogliamo rivelare. Tradisce Vera, la giovane architetta di cui si sta innamorando, quando le nasconde la presenza di Adam, ma prima ancora quando mortifica l’orgoglio professionale della ragazza perché lui vuole ben altro da lei. D’altronde ha tradito anzitutto se stesso, i suoi ideali di quando era ragazzo, ciò per cui ha studiato e lavorato.

E’ incredibile come Milo non si ponga mai dei dubbi sulla storia di Adam: è il suo senso di paternità mancato a renderlo, a tratti, così ingenuo?

Certamente sì, però la storia di Adam mi sembra anche molto verosimile. In un certo senso si potrebbe dire che nella Seconda porta la narrazione procede al ritmo con cui Milo scopre le bugie (poche ma fondamentali) che Adam gli ha raccontato: sono queste rivelazioni progressive a introdurre le svolte, i colpi di scena. A parte questo, l’omosessualità di Adam crea fra lui e Milo una relazione asimmetrica: Milo vede in Adam il figlio che non ha avuto, Adam vede in Milo (almeno all’inizio) l’ideale di un amante maturo, affascinante, duro ma protettivo. Sono come due che vorrebbero abbracciarsi ma non ci riescono, afferrano l’aria.

Il personaggio di Ric Velardi ormai è una conoscenza fissa per i tuoi lettori, ma in quest’ultimo libro ha un compito davvero sgradevole: gli hai affidato le sorti di Adam. Perché a lui?

Velardi è un personaggio così particolare che è stato definito in molti modi. Anzitutto è un detective anomalo, perché non è mai il protagonista delle storie: interviene solo da un certo momento in avanti ed è sempre descritto dall’esterno, non sappiamo nulla dei suoi pensieri. Sembra che venga da un altro pianeta. È un deus ex machina capace di risolvere i nodi “noir” delle vicende, ma non risolve mai quelli esistenziali del protagonista: addirittura li aggrava, li mette a nudo. Quando è comparso la prima volta nel 2009, nel romanzo Strane cose, domani che considero uno dei miei migliori, non pensavo che sarebbe tornato. La sua originalità sta nel fatto che combina due aspetti contraddittori. Da una parte sembra dotato di qualità davvero divine, come onniscienza e onnipresenza. Dall’altra è un dio improbabile, comico e quasi grottesco (quell’impermeabile, la salsa di soia in tasca, il tic che lo tormenta…), un dio minore, diciamo. È il vicino di casa che tutti vorremmo avere, o forse il fratello maggiore, quello che ci risolve i problemi, ma con qualcosa di misterioso e inafferrabile. Nemmeno io so chi è Velardi… non so nemmeno da dove è arrivato! Una curiosità: compare anche nel romanzo Nero a Milano del mio caro amico Romano De Marco.

E’ abbastanza sintomatico che Milo desideri raccontare subito la vicenda di Adam non a Vera, di cui si sta innamorando, ma alla ex compagna Elisa: è come se volesse dirle “vedi, potevo essere un buon padre.”

Hai ragione. Credo che il momento in cui Milo, esausto dopo tutte le emozioni che ha provato, prende il telefono e fa il numero di Elisa sia forse una delle cose più belle del libro, perché è un momento di verità. Prima di sentirsi libero di amare Vera, Milo deve chiudere i conti con questo passato tenace, ostinato, che gli è rimasto attaccato addosso.

Al posto di Milo, avresti denunciato Adam?

No, mi sarei comportato proprio come lui. In generale, per me immaginare un protagonista significa mettermi nella sua situazione, come in un gioco di ruolo o in un set di realtà virtuale, e domandarmi: io cosa farei? Il protagonista delle storie che scrivo sono sempre io, il divertimento è proprio quello di mettermi alla prova infilandomi dentro corpi, identità, vite che non sono la mia. D’altronde si è detto che chi non legge vive solo la propria vita, mentre chi legge vive tutte le vite dei personaggi che trova nei libri. Vale anche per chi scrive.

Milo aiuta economicamente Adam, in fondo si tratta di una paternità “a distanza”. C’è spazio in lui, adesso, per un figlio?

Milo non avrà mai un figlio. Come me, d’altronde. Si accontenterà di fare il padre con i giovani creativi della sua agenzia, come io lo faccio con i giovani autori che da più di vent’anni vengono alla mia scuola di scrittura.

Secondo te esistono uomini che non hanno avuto figli che sentono, al pari delle donne, un senso di vuoto, di inadeguatezza, di mancanza di stimoli per il futuro?

Questa è una bellissima domanda. Per quello che ho osservato in me stesso e negli altri non c’è paragone fra l’impulso alla maternità e quello alla paternità. Il corpo di una donna è, sul piano biologico e fisiologico, una macchina per riprodurre. È impossibile che una donna non senta profondamente, dentro di sé, questo senso del corpo che la spinge a immaginare la maternità fin da bambina, a fare i conti con essa – il che non toglie che possa scegliere di non essere madre. Direi che invece i maschi si dividono in due gruppi: la maggior parte di loro ha un desidero di paternità più o meno intenso, ma ce ne sono molti che fanno figli solo perché questo è il desiderio della donna che hanno accanto… salvo poi magari innamorarsi del cucciolo.


Tu dici che la letteratura dovrebbe sempre cercare di raccontare il generale dentro il particolare, pensi che questa situazione di pandemia con annessa quarantena, possa in qualche modo cambiare la prospettiva? Intendo, in una situazione in cui tutti stiamo più o meno vivendo la stessa realtà, non sarebbe normale per la narrativa concentrarsi sul particolare?

Sì, nel senso che siamo abbastanza sicuri che quello che capita a uno di noi capita a tutti. Quindi è più che mai verosimile l’idea che raccontare semplicemente qualcosa di personale abbia un valore rappresentativo generale.



MilanoNera e la sottoscritta ringraziano Raul Montanari per la disponibilità




venerdì 24 aprile 2020

"La seconda porta " di Raul Montanari, di tradimenti e di amicizia.








In quest’ultimo romanzo  di Raul Montanari il protagonista è Milo, che in società con l’amico Pietro dirige un’agenzia pubblicitaria. I compiti fra i due sono ben definiti: Pietro si occupa della parte amministrativa e crea, con l’aiuto di vari collaboratori, le campagne che “fanno soldi” . Milo, invece, si occupa delle campagne sociali che danno visibilità positiva. 


Improvvisamente muore l’anziana coppia che viveva nell’appartamento sopra quello di Milo, e lui acquista dal figlio la casa, che quando sarà sistemata e unita al suo appartamento diventerà un’abitazione anche troppo grande per lui. Infatti l’uomo vive solo: la sua donna l’ha lasciato dopo che lui si è rifiutato di sottoporsi alla fecondazione assistita.

Una sera Milo sente dei rumori provenire dal piano superiore, che è vuoto. Salendo a controllare scopre che Adam, un ragazzo tunisino, si è rifugiato lì. Il ragazzo era nel gruppo che aveva aiutato Milo a svuotare dai mobili l’appartamento dei due anziani. Adam aveva scoperto (e prima di lui Milo) che nell’appartamento c’è una porta segreta, " La seconda porta " appunto, che attraverso una scala conduce all’esterno.  Il ragazzo racconta a Milo di essersi nascosto lì perché è arrivato in Italia con un barcone, come migliaia di altri esseri umani, ma ha poi denunciato gli scafisti e questi ultimi vogliono vendicarsi. Adam racconta poi a Milo che nella fuga ha perso la vita suo fratello maggiore Tariq. 
Milo, dapprima scettico poi sempre più empatico nei confronti di Adam, accetta di nasconderlo e poi gli compra scarpe e vestiti, quasi come fosse un surrogato del figlio che non ha voluto avere. 
Ma la vicenda è molto più complessa di come sembri, e a insinuare il dubbio sulla sincerità di Adam è il personaggio “ricorrente” di Raul Montanari: quel Ric Velardi che gira sempre con un barattolo di salsa di soia speciale in tasca. 

A questo punto Milo si trova di fronte a due grossi problemi: rivelare o no al tutore di Adam, suo grande amico nonché cliente, che sta nascondendo il ragazzo a casa sua? E poi deve credere alla narrazione di Adam o a quella ancor più terribile di Ric Velardi?

Non aggiungo altro per non fare spoiler, ma nel romanzo di Montanari vengono toccati molti temi importanti: la maternità e la paternità, la possibilità di fare davvero del bene e alle persone giuste, il tradimento e, come sempre nei suoi libri, l’amicizia. Un noir che continua ad apparirmi, come i precedenti, anche un romanzo di formazione, dove nessuno è perfetto né ha la verità in tasca. Con il suo stile secco e profondo insieme, Raul Montanari ci racconta una faccia dell'Italia che spesso non vogliamo guardare.


" La seconda porta " di Raul Montanari edizioni Baldini+Castoldi sono 348 pagine che leggerete d'un fiato, disponibile in cartaceo e in ebook.



domenica 19 aprile 2020

" Parlami di lei " di Francesco Lisa, una storia romantica con una tematica seria.

Ho deciso di aggiungere una nuova categoria ai libri di cui vi parlo, anzi vi scrivo, quindi da oggi troverete il tag “La gerla”. Che cosa andrà sotto questa etichetta? Una miscellanea di libri che non saranno mai le ultime uscite, ma libri pubblicati tempo addietro, libri che magari non hanno avuto abbastanza successo o pubblicità ma a me sono piaciuti, opere di autori esordienti, magari poesie e classici evergreen. Di tutto un po’, insomma, ma fuori dagli schemi, sono aperta ai suggerimenti come sempre. Che ve ne pare di quest’idea?
Intanto tiriamo fuori subito dalla gerla 



“ Parlami di lei “ di Francesco Lisa, Edizioni Convalle.





Questo romanzo smilzo dalla copertina bellissima (il bambino è il figlio dell'autore), mi ha letteralmente "chiamato" allo stand della CE, durante più Libri più Liberi, mentre Stefania Convalle, la deus ex machina delle Edizioni Convalle, mi indirizzava verso altri libri. Ma io ho preso questo, ho conosciuto l'autore e ora, a distanza di qualche mese, l'ho letto e ve ne scrivo.

" Parlami di lei " di Francesco Lisa è innanzitutto la storia di un grande amore, l'amore del giovane protagonista, Antonio, per la sua terra d'origine, la Sicilia. La vicenda si svolge durante le vacanze estive, quando il giovane rientra con i genitori in Sicilia, partendo da Genova. Nel piccolo paese dove è diretto troverà tutto: gli amati nonni, la fidanzata Elena, gli amici: ho amato molto questa narrazione, perché anche io per anni, partendo dal nord, ho trascorso le mie vacanze nel paese di origine dei miei nonni in Puglia, e ho riscoperto sensazioni molto simili. 

Sono giorni spensierati, di gite e di bagni nel mare, di passeggiate (e altro) con la fidanzata Elena. Giorni in cui Antonio si sente la persona più amata della terra: dai genitori, dai nonni, dalla fidanzata, dagli amici, persino i genitori della fidanzata si sono affezionati a lui. 

C'é solo un particolare che lo turba: un incubo che lo perseguita, e che scopre in seguito essere legato a un luogo che esiste davvero nella campagna del suo paese. 

Non aggiungo altro per non fare spoiler, ma il romanzo ha uno stile fresco, aggraziato, le parole in dialetto siciliano nulla tolgono allo stile, anzi rendono l'atmosfera al meglio. Forse un'aggettivazione meno estatica nei confronti della fidanzata sarebbe stata gradita, ma all'amore non si comanda...

L'unico vero neo, a mio parere, è lo squilibrio di pagine fra la parte allegra, giocosa, goliardica della vacanza e la parte finale seria, quando Antonio capisce il senso dell'incubo. 

Devo però dare atto all'autore di aver trattato un tema importante e attuale in modo attento e senza cadere nel patetico. Capirete di quale tema si tratta leggendo il romanzo...














venerdì 10 aprile 2020

" Appuntamento con la morte " di Stuart MacBride, indagini in terra di Scozia.






Nel nuovo romanzo di Stuart MacBride " Appuntamento con la morte ", Logan McRae, il protagonista, rientra al lavoro dopo un lungo periodo di convalescenza per le ferite riportate in servizio. Spera che il primo caso che dovrà affrontare sia semplice. Viene invece assegnato come agente di supporto all’indagine per la sparizione del professor Wilson, detestato sia dagli studenti sia dai colleghi. 

Sulla scena del crimine vengono rinvenute grosse quantità di sangue, ma non il corpo della vittima; quindi i poliziotti si interrogano se il professor Wilson sia ancora vivo o se sia stato brutalmente ucciso e il cadavere portato altrove. 

Da qui partono le indagini intricate ma anche intervallate da molte battute di umorismo scozzese, di cui MacBride è un maestro, e nessuno dei personaggi, uomo o donna che sia, viene risparmiato.
Nel frattempo anche un assessore comunale sparisce, ma sulle prime si pensa a un caso di allontanamento volontario o di suicidio, e non si mettono in relazione i due casi.

La polizia di Aberdeen è sotto pressione anche internamente, perché King, il compagno di McRae, da ragazzo aveva innocentemente partecipato a qualche riunione di un gruppo di Alt- Nat, degli estremisti nazionalisti scozzesi. Alla giustificazione che fosse solo perché si era invaghito di una ragazzina che faceva parte del gruppo, nessuno pare credere, nonostante siano passati decenni.

Il professor Wilson, al contrario, è un convinto unionista, da qui la gioia con la quale viene accolta la morte presunta dei professori da tutti i gruppi di nazionalisti: nel libro il tema dell’indipendenza scozzese e della Brexit sono molto presenti e incidono sugli avvenimenti.

Ci sono una serie di notevoli colpi di scena, ma anche di particolari ritrovamenti raccapriccianti da grand guignol, tipo le mani mozzate del professor Wilson, che vengono fatte recapitare nella sede della BBC, dove il professore avrebbe dovuto partecipare a un incontro televisivo.

Alla fine, con la sua consueta maestria, Stuart MacBride ci porta alla conclusione, che non potrebbe essere più sconvolgente e inaspettata.


Stuart MacBride "Appuntamento con la morte " edizioni Newton Compton in versione cartacea o ebook.


Recensione scritta originariamente per MilanoNera e infatti la trovate anche qui




martedì 31 marzo 2020

" La misura del tempo " e di come il tempo non modifica le persone di Gianrico Carofiglio.








L'avvocato Guerrieri è un uomo stanco, in quest'ultimo romanzo di Gianrico Carofiglio, " La misura del tempo ".  Un "avvocato anziano", tanto da essere invitato a dare una lectio magistralis ai giovani che hanno scelto la carriera di giudice.  L'abitudine, le solite facce in tribunale, eppure ecco che avviene qualcosa che sconvolge il tranquillo tran-tran del protagonista.

Emerge dal suo lontano passato una donna, con la quale Guerrieri aveva avuto una breve relazione poco dopo la laurea. Una donna un pochino più grande di lui, che come misteriosamente era entrata nella sua vita, altrettanto misteriosamente ne era uscita. 

Ora Lorenza è lì, nel suo studio, per chiedere aiuto: suo figlio è stato condannato in primo grado per omicidio colposo, e l'avvocato che l'ha difeso è improvvisamente morto.

Nel romanzo si alternano quindi capitoli nei quali Guerrieri ritorna a quell'estate in cui frequentò Lorenza, e capitoli dove viene spiegata la preparazione al processo per l'appello di suo figlio. Il ragazzo ha possibilità di essere scarcerato o è veramente colpevole?

Secondo Guerrieri le prove sono contro di lui, ma piano piano ci si accorge che l'indagine è stata condotta in modo sciatto e prevenuto contro il ragazzo, e che non si sono ascoltati dei testimoni importanti. 

I capitoli dedicati alla preparazione e poi al processo sono davvero istruttivi e ben scritti per chi non ha ben chiaro come funziona l'iter processuale in Italia, senza annoiare il lettore. 

Ma Federico sarà dichiarato di nuovo colpevole o Guerrieri riuscirà a provare la sua innocenza? Per saperlo dovete leggere l'ultimo romanzo di Gianrico Carofiglio, come al solito una certezza per tutti i suoi fan (e le sue fan...).



" La misura del tempo " di Gianrico Carofiglio, edizioni Einaudi, è un legal thriller ben costruito, profumato dall'acqua del mare di Bari, ed è candidato al Premio Strega.










sabato 7 marzo 2020

“Che cosa hai fatto, Lizzie Borden?” di Sarah Schmidt, o della famiglia perfetta.








" Che cosa hai fatto, Lizzie Borden? " il libro di Sarah Schmidt, è ambientato a Fall River, nel Massachusetts nel 1892, e può ben essere definito un “cold case”. Proprio in una calda giornata di agosto un urlo attira l’attenzione di tutto il piccolo paese: si tratta della protagonista del romanzo Lizzie Borden, che ha ritrovato suo padre ucciso nel salotto di casa, con la testa frantumata da colpi di ascia. Quando arrivano i primi vicini e i poliziotti, si scopre che anche la moglie del padre, e matrigna di Lizzie, è stata uccisa nello stesso modo.

Ovviamente nessuno può sospettare Lizzie di quel duplice crimine orrendo, anche perché a tutti pare una figlia devota e affezionata a tutta la famiglia. Nemmeno la sorella Emma può essere incolpata, che in quei giorni era a casa di un’amica.

Eppure Sarah Schmidt fa parlare ciascuno dei personaggi, e fra questi anche lo zio, fratello della prima moglie del morto, e Benjamin, un ragazzo di strada da lui assoldato per compiere proprio quel crimine. Ma chi è allora il colpevole? Qualcuno della famiglia, o Benjamin, un ragazzo che vive alla ventura e odia talmente il padre da tornare a casa apposta per ucciderlo?

In fondo all’autrice interessa di più mostrare le ipocrisie di una famiglia che pare amorevole ma dove tutti hanno segreti. Un padre che permette alla figlia Lizzie il famoso “viaggio in Europa” di parecchie settimane, ma poi si lamenta del prezzo del montone (che pare essere l’unico alimento esistente in casa, oltre ai dolci). 

Nello stesso tempo il padre impedisce a Emma di farsi una famiglia, anche se qui c’è sempre lo zampino di Lizzie, che è legata alla sorella da un affetto morboso. Interessanti anche le figure di Amby, la matrigna, e di Bridget, la giovane domestica irlandese fatta venire da Cork, che accumula risparmi per andarsene da quella casa.

In sostanza un romanzo che sta a metà fra il noir e il gotico, e permette di vedere quanta sporcizia si nasconda sotto i tappeti delle migliori famiglie.

Lo stile, che alterna le voci narranti dei vari personaggi, ci lascia fino in fondo con il dubbio che la vera colpevole sia Lizzie, (che in realtà viene assolta). E solo Benjamin, il senza casa, il patricida, aprirà finalmente gli occhi a Emma.

“ Che cosa hai fatto, Lizzie Borden? ” edizioni PIEMME, è un romanzo che può piacere molto a chi ama sia i romanzi in costume sia i noir, ma soprattutto a chi si lascia catturare dall’anima nera degli assassini. Lo stile di Sarah Schmidt è sicuramente interessante, e a volte pare di sentire il sapore delle pere o della marmellata sulle labbra, proprio come i personaggi del libro. Il libro è disponibile sia in cartaceo sia in ebook. 







sabato 25 gennaio 2020

" Un inutile delitto " di Jill Dawson, quando le vittime non sono tutte uguali.






" Un inutile delitto " di Jill Dawson, scrittrice inglese e docente di scrittura creativa, è il secondo pubblicato in Italia da Carbonio Editore dopo “ Il talento del crimine ”.

L’autrice si ispira a un fatto di cronaca vera, anzi un vero e proprio cold case, avvenuto a Londra nel 1974. Nel romanzo narra le vicende di Amanda River, detta Mandy, una giovane che fugge dal suo villaggio di Thetford nel Cambridgeshire per andare a lavorare come babysitter a Londra. Uso il verbo “fuggire” non per caso, ma proprio perché Mandy se ne va all’insaputa della sua famiglia, dopo essere stata tormentata per anni da una madre anafettiva e crudele. 

Dietro di sé Mandy lascia un’adolescenza che ha significato essere vittima di uomini più grandi, egoisti e calcolatori, e le disavventure amorose non hanno lasciato come conseguenza soltanto cicatrici nella sua anima…

Arrivata a Londra, Mandy crede di aver trovato il paradiso: lontano dai giudizi cattivi della madre, in compagnia dell’amica Rosemary, può essere finalmente indipendente grazie al suo lavoro: tata per i figli dei conti di Morven. Da subito Mandy si rende conto che i due bambini, James di 10 anni e Pamela di uno, hanno i genitori devastati dalla fine del loro matrimonio. Infatti la madre passa le giornate fra Tv e psicofarmaci, mentre il padre ha ingaggiato degli investigatori privati che girano sempre intorno casa per controllare la ex moglie. 

Nonostante l’atmosfera non sia delle migliori, Mandy cura con attenzione i bambini affidatigli che si affezionano a lei. Così riesce anche a vivere finalmente la parte di giovinezza che aveva perso: in un pub conosce Neville, un uomo dal passato misterioso, con il quale intreccia una relazione molto intensa. 

Ma l’instabilità mentale del conte di Morven non viene compresa fino in fondo da Mandy, nonostante una vacanza passata con lui e con i figli. E nemmeno l’amica Rosemary, che pare una inesperta Cassandra, riesce a intuire la vera natura dell’uomo.

Quando la tragedia si compie, Mandy diventa una vittima senza diritti, un nome sui giornali di cronaca nera. Ben altro spazio viene lasciato ai conti di Morven. Ma non aggiungo altro perché sempre di un noir ad altissima tensione si tratta.

Jill Dawson, dedicando questo libro a Sandra Rivett, la vera vittima alla cui vicenda si è ispirata, ha creato un libro sferzante, ruvido, dallo stile incisivo e senza sconti, e tuttavia è riuscita a guardare il mondo con gli occhi innocenti e ingenui di Mandy e Rosemary. 

Ci ha così restituito i personaggi delle due ragazze con profonda umanità, senza mai cadere nel patetico, anche se la sottoscritta, per motivi personali, si è commossa in più punti del libro. “ Un inutile delitto “ è un romanzo che va oltre le categorie del thriller o del noir, un grande affresco sulle differenze sociali e sulla vita, spesso sacrificata, delle ragazze di provincia, di qualsiasi provincia in qualsiasi nazione.

Jill Dawson è senz’altro una brillante scoperta della Carbonio Editore, e dopo questo libro ho iniziato subito a leggere il precedente “ Il talento del crimine ”: mi auguro che vengano pubblicate presto anche le altre sue opere.



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sabato 18 gennaio 2020

" Il boia " di Eduard Limonov, o di come avere successo grazie al sesso sadomaso







“ Il boia “ di Eduard Limonov, edizioni Sandro Teti, è stato scritto dall'autore e pubblicato solo in Francia negli anni '80 e successivamente in Russia, ottenendo uno straordinario successo di vendita. Limonov, come tutti i grandi romanzieri russi, crea un romanzo attorno a un unico personaggio, Oscar, e su un tema essenziale che in questo caso è l’ascesa del protagonista, nella società bene di New York,  grazie al sesso.

L’editore Sandro Teti lo ripropone ora ai lettori italiani: “Il boia”, già dal titolo e dalla copertina inquietante, non è un libro facile da leggere (e nemmeno da digerire). Oscar è un immigrato polacco trentenne che aveva aspirazioni letterarie a cui ha rinunciato senza nemmeno provare a scrivere, e ora vive alla giornata a New York. Quando incontra un ricchissima donna dell’alta società, che lo coinvolge in una relazione sessuale sadomaso, Oscar comprende quale è il suo posto a New York: diventerà il “boia” della donne, utilizzando il sesso sadomaso a pagamento.

Nella sua ascesa repentina nell’upper society, Oscar mette a nudo i vizi e le perversioni di tutti i personaggi che incontra, ma nel frattempo continua a provare gelosia per Natasa, bellissima ragazza russa che vive facendosi mantenere da uomini ricchi. In lui ci sono la vitalità grottesca dell’uomo che si traveste da boia, per infliggere alle sue vittime paganti i più fantasiosi strazi nella carne, che servono a godere di più. La sua trasformazione in uomo ricco e ben vestito non porta però soddisfazione nella sua vita. In fondo rimane sempre l’immigrato polacco Oscar, votato all’autodistruzione, nonostante l’energia che pare trasfondere nelle sue clienti ricchissime, potenti e sofferenti di solitudine.

Eduard Limonov non ci nasconde niente, pare volerci buttare in faccia la realtà più misera e tetra delle persone nelle loro camere da letto. E non lo fa per stupirci o attirare attenzione su un romanzo davvero unico; è come se a ogni passaggio di girone infernale Oscar ci dicesse: vedete, questo è il mondo, questo sono io, ma siete anche voi se solo aveste il coraggio di confessare le vostre inclinazioni perverse.

In sostanza “Il boia“ è un libro antipatico e urtante, come il suo autore, e leggendolo a volte si è tentati dal lasciarlo cadere. Ma il ritmo e lo stile energico impresso da Limonov e la curiosità di vedere come va a finire il protagonista, ci portano fino all’ultima pagina. Un romanzo che non lascia indifferenti e che meritava di essere pubblicato dopo tutti questi anni di oblio.


" Il boia " di Eduard Limonov, Sandro Teti Editore, sono circa 300 pagine avvincenti e malinconiche insieme, che potete trovare sia in versione cartacea sia in ebook su tutti i siti online. Il traduttore del romanzo è Federico Pastore.





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domenica 5 gennaio 2020

" Anime antiche " di Stefania Convalle, e l'amore che oltrepassa i secoli.





In occasione dell’ultima edizione di Più Libri Più Liberi, a Roma, ho avuto il piacere di conoscere Stefania Convalle, la sua casa editrice Edizioni Convalle e il suo simpatico marito che crea copertine indimenticabili. Quale occasione migliore per acquistare fra le migliaia di libri presenti anche il suo romanzo “ Anime antiche ”? (che indubbiamente mi chiamava, come capirete leggendo fino in fondo).

La prima notazione è che questo romanzo è polifonico, ha più voci narranti, o come direbbe un critico serio, ha vari pdv. I protagonisti infatti sono fondamentalmente quattro: Muriel, Greg, Lorenzo e Luna, quattro personaggi che non potrebbero essere più differenti per provenienza, esperienze di vita e soggettività interiore. Che poi, parlando di provenienza, impossibile comprendere da dove venga realmente Greg, ma non voglio svelare troppo del mistero. 

Ecco, è proprio un’atmosfera misteriosa che avvolge i quattro personaggi che si ritrovano, più volte, a incrociare le loro vite, nel presente e nel passato. Greg è l’unico dei quattro ad avere l’esatta percezione del suo passato e presente, e persino del suo futuro, così come del passato degli altri. Infatti ricorda con intensità e precisione i suoi incontri con Muriel e Lorenzo nelle vite passate. 

Non vorrei che, leggendo fin qui, si pensasse che “ Anime antiche "  sia un romanzo sulla reincarnazione tout court. O meglio, in parte lo è, ma Stefania Convalle descrive con tale delicatezza e con un'indagine psicologica così verosimile tutti i personaggi, che il tema passa in secondo piano.

Per questo il romanzo può essere amato da lettori e lettrici di ogni età e credenza, anche da chi si ritiene molto razionale come la sottoscritta. “ Anime antiche “ sono tutte quelle persone che credono ancora che l’amore leghi in modo indissolubile, e spesso imperscrutabile, il destino di tutti. Sta poi a ciascuno di noi intuire nello sguardo di chi incrociamo, magari anche solo per un attimo, la reminiscenza di un legame passato.

Un romanzo davvero poetico, che si legge in un soffio, e che quasi vorrei avesse un seguito per incontrare ancora quei personaggi ai quali mi sono molto affezionata.



" Anime antiche " di Stefania Convalle, Edizioni Convalle, è un agile romanzo di 212 pagine che trovate in versione cartacea su tutti i siti online o chiedendo direttamente a Stefania!






sabato 28 dicembre 2019

" Cioccolata calda per due " e la storia che si fa Storia.





Nunzia Gionfriddo, l’autrice di questo romanzo, è una mia cara amica, e quando ho acquistato il suo ultimo libro ero comunque perplessa. Non sono un’appassionata di storie d’amore, mentre amo le narrazioni che ci fanno scoprire o comprendere meglio vicende del passato, vicino o lontano.

La lettura di “ Cioccolata calda per due ” ha, fin dalle prime pagine, sciolto i miei dubbi: fra i due protagonisti Florinda e Giovanni nasce sì una storia d’amore, ma che è mediata prima da un rapporto di amicizia fra persone adulte e mature (perché si può essere adulti e non maturi, credetemi). I due s’incontrano perché Florinda sta effettuando delle ricerche storiche sulle vicende drammatiche avvenute nella ex-Jugoslavia, e proprio a Giovanni chiede aiuto in quanto studioso (e coinvolto personalmente, come scopriremo piano piano).

La stima e l’amicizia fra i due si dipana in modo così delicato e affettuoso, che è davvero gradevole leggere le loro vicende personali, e Nunzia Gionfriddo è bravissima nel non cadere mai nel patetico o nel lezioso. Si tratta dell’incontro di due anime affini, ed è bello poter pensare che anche a un’età matura possano sbocciare amori così delicati e intensi nel contempo.

Ma la trama principale del romanzo non è certo la storia d’amore, bensì le ricerche storiche di Florinda, che portano alla luce il passato doloroso di Giovanni, con il quale l’uomo non ha saputo ancora fare i conti. E anche qui l’autrice riesce con molta abilità a entrare nella psicologia maschile del personaggio.

Nunzia Gionfriddo è una cultrice di storia, oltre che di letteratura, e con questo romanzo ci svela molti eventi drammatici che sconvolsero la ex- Jugoslavia, in particolare le vicende legate a Trieste, all’Istria alla Dalmazia e a Fiume. Le violenze dell’esercito guidato da Tito non vengono sottaciute, come capita spesso nei libri di storia, e nemmeno gli esodi a cui furono costretti tutti i popoli coinvolti nella guerra. 

E questa è senz’altro la parte più coinvolgente del romanzo, per chi ama la storia, perché vi si trovano eventi e puntualizzazioni che, appunto, sui libri di storia universitari che anche io ho utilizzato, vengono sottaciuti o sminuiti. Tutti episodi e atmosfere che sono raccontate con estrema precisione da Nunzia Gionfriddo, che ha dalla sua la scrittura agile ma anche la passione storica.

Il filo rosso che unisce la storia d’amore fra Florinda e Giovanni e le vicende storiche, sta proprio nel passato dell’uomo, che ancora non sa se alcune persone a lui care siano ancora vive o meno. 

Non racconto altro, perché il libro va anche letto anche come se fosse un giallo, al quale lentamente viene trovata una soluzione. Florinda e Giovanni sono due personaggi verosimili e ben riusciti, con i quali è stato davvero piacevole prendere una cioccolata calda e sentirli raccontare la loro vita.



" Cioccolata calda per due " di Nunzia Gionfriddo, Pegasus Edition, è un romanzo di 162 pagine scritto con passione e sensibilità: lo potete trovare in versione cartacea nelle librerie e sui maggiori siti di vendita online. 







domenica 22 dicembre 2019

" L'anno dei misteri " di Marco Vichi, o del narrare storie all'interno di un giallo





" L'anno dei misteri " di Marco Vichi prende l’avvio dall’Epifania del 1969, sulle note della finale di Canzonissima con il ritornello della sigla “ zum zum zuuuum zum” che rincorre il lettore per tutto il libro. Il commissario Bordelli è a pochi mesi dalla pensione ma ha un caso insoluto che da anni lo perseguita: un assassino seriale di prostitute che, secondo i suoi calcoli, colpirà di nuovo nel mese di febbraio. A questo si aggiunge un altro caso: l’omicidio, proprio la sera dell’Epifania, di Diletta, una ragazza molto giovane, uccisa dopo essere stata violentata nel suo appartamento. 

Le pagine nelle quali Marco Vichi descrive i genitori della ragazza, anzi i nonni che hanno allevato la ragazza come se fosse figlia loro, dopo la morte della madre, sono sicuramente i più intensi di tutto il romanzo. Ma per arrivare a risolvere sia questo caso di omicidio sia quello dell’assassino di prostitute, occorrerà leggere tutto il romanzo, e quindi perdersi nelle rimembranze del commissario Bordelli, e nella gara di racconti inventati dai suoi amici durante una cena. 

D’altra parte nei romanzi di Vichi spesso l’indagine e il delitto sono il pretesto per una affascinante e affabulatoria narrazione sugli uomini e sull’Italia, in questo caso nell’anno 1969. Di traverso alle indagini del protagonista ci si mette anche la vicenda del suo amico di infanzia, che si è finto suicida per sfuggire a una cospirazione di massoni e militari che vorrebbero fare un colpo di stato, per instaurare in Italia il governo dell’esercito. E questa è la digressione più lunga e corposa che l’autore inserisce nella trama principale, dove suspense e mistero non mancano.

Lentamente, fra un racconto della seconda guerra mondiale, un incontro con la bella Eleonora e una ripetuta divagazione sui libri di Alba de Cespedes, il commissario Bordelli, con il suo ironico acume e un pizzico di fortuna, riesce a catturare sia l’assassino di prostitute sia l’assassino della giovane e bellissima Diletta. 

Altro non aggiungo per non svelare troppo, se non che il libro si era aperto con le note di Canzonissima che escono da tutti i televisori italiani, e finisce invece, solo qualche settimana dopo, con la notizia di Jan Palach che si dà fuoco a Praga: un excursus storico molto interessante soprattutto per chi in quegli anni non c’era o era troppo piccolo.



" L'anno dei misteri " di Marco Vichi, edizioni Guanda,  sono circa 400 pagine di descrizione di un'Italia che non c'è più, inframmezzate da due indagini su efferati delitti. Lo consiglio a chi ama la bella scrittura sopra tutto il resto.


Questa recensione è stata scritta originariamente per MilanoNera e infatti la trovate qui





domenica 10 novembre 2019

Recensione - " Il giallo Pasolini " di Massimo Lugli, e le indagini giornalistiche di Marco Corvino.







Con il suo ultimo romanzo “ Il Giallo Pasolini ”, Massimo Lugli ripropone ai lettori il suo alter ego Marco Corvino, e sono molto contenta di questo ritorno. Dopo “Il carezzevole” Marco Corvino è rimasto in attesa; altre storie e altri personaggi hanno abitato i racconti dell’autore che ora lo ripropone per tornare agli anni ‘70. La scelta è quantomeno azzeccata perché il libro, come già rivela il titolo, narra di investigazioni, di articoli di giornali e soprattutto di personaggi che ruotavano attorno all’omicidio di Pier Paolo Pasolini. 

Marco Corvino sta terminando il suo periodo di praticantato al “Paese Sera”, al termine del quale spera di essere assunto, proprio nel periodo in cui viene assassinato il famoso intellettuale. Il giovane Corvino è subito attratto dalle indagini su quest’omicidio, come giornalista ma anche come appassionato delle opere di Pasolini. Le indagini si svolgono in modo fin troppo veloce e si individua subito il colpevole, peraltro reo confesso, in Pino Pelosi detto la Rana. 

Ma sarà stato veramente lui? E se è stato lui, ha agito con altri? E poi: quale è la vera motivazione dell’efferato omicidio, che pare a molti un’esecuzione? Il romanzo di Massimo Lugli si dipana attorno a questi interrogativi, che personalmente continuo a ritenere insoluti a distanza di più di quarant’anni. Molti sembrano essere certi che ci siano altri responsabili: ne è sicuro l’avvocato Nino Marazzita, che Corvino incontra personalmente. Sono convinti di questa tesi i colleghi di “Paese Sera” e anche Oriana Fallaci, a cui Massimo Lugli dedica un intenso “cameo” nel suo libro. Ma allora perché viene condannato solo Pino Pelosi? 

All’epoca, così come adesso, mancavano le prove per accusare altri di quell’omicidio e Matteo Corvino, giovane e spesso imprudente cronista di nera, decide di investigare in prima persona. E lo fa lasciando credere ai giovani che si prostituiscono in piazza Esedra, così come agli abitanti dell’Idroscalo, dove Pasolini fu ucciso, di essere incaricato dal suo giornale a seguire il caso. In verità nessuno al “Paese Sera” è a conoscenza delle sue indagini; la linea del giornale è, al contrario di uniformarsi alla verità “ufficiale” del processo. 

A causa delle sue domande scomode, Corvino mette a rischio prima il suo incarico da giornalista e poi la sua stessa incolumità fisica. Non racconto a quale risultato portano le indagini, ma il ritmo della narrazione è molto serrato e i personaggi, veri e fittizi, sono ottimamente ritratti. Bellissima è la ricostruzione della redazione di un quotidiano in epoca pre-Internet, e molto verosimili gli angoli di una Roma che appare lontana ma troppo simile a quella odierna (davvero gustoso l’intermezzo sul “finto” incendio di un bus dell’Atac). È facile affezionarsi a Marco Corvino, così preso dalla passione per il suo mestiere, quanto spesso incasinato nei rapporti con gli altri. Così ho sorriso leggendo le sue disavventure con i colleghi più scafati, che lo sbeffeggiano perché l’ultimo arrivato, e le discussioni con i genitori, che lo vorrebbero con una laurea in tasca e un lavoro più dignitoso. 

Gli avvenimenti che servono da fondale agli articoli di Marco Corvino sono quelli degli anni ‘70: delinquenza spicciola e banda dei Marsigliesi; manifestazioni studentesche violente alla Sapienza; attentati di rossi e di neri. Un canovaccio che piacerà a chi non ha vissuto quel periodo, come la sottoscritta, ma anche a chi invece lo ha conosciuto bene. Una temperie che ancora influenza in qualche modo la nostra realtà attuale come quella passata, alla quale Massimo Lugli pare guardare con una comprensibile nostalgia che pervade e rende poetici alcuni passaggi. 


" Il giallo Pasolini " di Massimo Lugli,  330 pagine per le edizioni Newton Compton, potete leggerlo sia in versione cartaceo sia in ebook. Un romanzo che consiglio non solo agli amanti del genere e ai cultori dell’opera di Pasolini, ma anche a tutti coloro che hanno vissuto più o meno intensamente gli anni’70. 



Recensione scritta originariamente per MilanoNera, infatti la potete leggere anche qui:




mercoledì 6 novembre 2019

Recensione - " Gli altri " di Aisha Cerami, e dei muri che innalziamo fra di noi.





Il primo romanzo di Aisha Cerami, che finora aveva scritto esclusivamente racconti di fantascienza per Il Sole 24 Ore, è un’opera poetica e realistica insieme. “ Gli altri ” per i protagonisti del romanzo sono tutti quelli che non vivono nel loro condominio “Il roseto”. Un’oasi di pace e tranquillità che, sebbene sancite da un contratto che ciascun condomino ha sottoscritto, rende quella palazzina di periferia un sogno che, sulle prime, pare inarrivabile per il lettore. 

Essendo un romanzo corale, i personaggi sono molti e ben descritti, anche se il peso narrativo è dalla parte delle donne. C’è il Conte che vive con l’anziana madre; Olga, che fa la domestica e vive con la figlia Arina; Marilyn che è una trans che non ha ancora compiuto il passaggio di sesso; Maria, moglie di un vigile del fuoco manesco e altri ancora. Tutti sembrano andare d’amore e d’accordo, anzi si aiutano vicendevolmente. Ma alla morte dell’anziana condòmina Dora, ecco che il castello di sabbia comincia a sgretolarsi.  

La coppia che arriva a occupare l’appartamento libero non mostra riconoscenza per la festa di benvenuto, organizzata da tutti i condomini, anzi la diserta ed evita ogni occasione d’incontro, con la scusa del troppo lavoro. Solo il figlio Antonio, un adolescente simpatico e brillante, partecipa alla vita della piccola comunità, diventando subito amico di Arina, sua coetanea.

La presenza di questa coppia di estranei, quasi fossero alieni, fa scoppiare la bolla di finta tranquillità che pareva proteggere il condominio. Fra i vari personaggi emergono le intolleranze di alcuni verso altri, e si scoprono le verità nascoste in ogni nucleo famigliare della palazzina. Ben presto tutta la rabbia e il dolore repressi prendono la forma dapprima di un topo gigante, che rovina tutto il roseto, e poi di una macchia di umidità su un muro dello stabile, una macchia che è metafora di un male interiore che cerca bersagli esterni su cui scagliarsi. E proprio nella caccia al topo che si disvela tutta la crudeltà dei personaggi, che vorrebbero cacciare insieme al topo anche la famiglia appena arrivata. 

Leggendo si prova rabbia ma anche compassione per tutti i personaggi, e molta tenerezza per i due ragazzini, Antonio e Arina, gli unici “innocenti” e anche le prime vittime della cattiveria degli altri. Una compassione che forse dovremmo esercitare anche verso noi stessi, ogni qualvolta ci rinchiudiamo per paura o pregiudizi in una gabbia d’ipocrisia perbenistica, fingendo di essere diversi da quelli che veramente siamo.

Aisha Cerami è molto abile nel mostrarci come all’interno di un ambiente, reale o virtuale, si possano erigere muri, fingendo di essere accoglienti e comprensivi. E ancor di più ci fa capire come una famiglia sia già un piccolo microcosmo nel quale vivono persone che spesso nascondono il proprio mondo interiore proprio ai loro cari.

L’autrice non offre soluzioni per sciogliere i conflitti interiori o quelli esterni, anzi l’atmosfera che aleggia in alcuni snodi del romanzo è simile a quella di “Rosemary’s Baby” e così si arriva fino alle ultime pagine con la curiosità di scoprire com’è fatta la coppia di “intrusi”. Un romanzo dallo stile intrigante come un noir, ma che alla fine lascia al lettore materia per meditare.


" Gli altri " di Aisha Cerami, edito da Rizzoli, lo trovate sia in versione cartacea sia in versione ebook, e vi assicuro che lo leggerete come un vero thriller.



Recensione scritta originariamente per MilanoNera e infatti la trovate anche qui



mercoledì 30 ottobre 2019

Intervista ad Andrée Michaud, autrice di "L'ultima estate".





Incontriamo Andrée Michaud dopo l’uscita in Italia di “L’ultima estate”, il suo ultimo romanzo giallo che ha ricevuto il premio canadese Governor General per la letteratura.

1. “L’ultima estate” è ambientato a Bondrée, un’area all’interno del Quèbec vicino al confine con gli Stati Uniti, durante l’estate del 1967. Perché ha scelto questo bellissimo luogo boschivo di villeggiatura e questo anno per il suo romanzo giallo?

Ho conosciuto Boundary quando ero bambina, quindi molto tempo fa, e ho sempre mantenuto di questo luogo dei ricordi pieni di odori, di ombre e di luci che mi ritornano alla memoria con il solo pensare al luogo. Nel momento in cui ho cominciato a scrivere questo romanzo, soggiornavo, grazie a una borsa di studio, nella casa di campagna di Gabrielle Roy, una dei nostri grandi autori, e faticavo a trovare il soggetto che mi poteva attirare. Fino alla sera in cui, seduta nella veranda, un odore di foglie morte mi ha portato alla memoria i profumi di Bondrée. A partire da quel momento, ho saputo che il mio romanzo poteva avere come cornice quel luogo selvaggio che, all’epoca, non aveva che due o tre riserve di caccia. Naturalmente il personaggio di Pierre Landry, che sopravviveva mettendo trappole per gli animali per avere le loro pellicce, è il primo che si è presentato in quella cornice. Del resto la Bondrée che avevo conosciuto assomigliava di più a quella in cui aveva vissuto Pierre Landry piuttosto che a quella in cui hanno luogo gli avvenimenti descritti nel romanzo. In seguito ho fatto di Landry un fantasma la cui leggenda abita quei luoghi e si perpetua fino agli anni sessanta, periodo nel quale tenevo a situare l’intrigo perché sono gli anni della mia infanzia, che io associo inevitabilmente a Bondrée.


2. “L’ultima estate” è raccontata da vari punti di vista, anche se la voce preponderante è quella di Andrée, una ragazzina di dodici anni. C’è un motivo particolare per il quale ha scritto il romanzo con questo stile?

Il motivo è che desideravo che l’intrigo del romanzo si sviluppasse negli anni della mia infanzia, e siccome volevo ritrovarci gli stessi colori, è stato naturale per me che la narratrice principale fosse una bambina. In corso d’opera, la presenza di questa bambina mi ha permesso di parlare del suo primo incontro con la morte, e della perdita dell’innocenza e del confine fragile che esiste fra l’infanzia e il dramma, che può farla precipitare proprio dove la spensieratezza perde il suo senso. Il mio obiettivo, in effetti, era di opporre il punto di vista di questa bambina, che non era ancora stata segnata dai pregiudizi che circolavano attorno a Sissy Morgan e a Zaza Mulligan, al punto di vista degli adulti che la circondavano. Ho dovuto quindi far ricorso a un narratore onnisciente che si prende in carico tutti gli altri personaggi, ivi compreso l’ispettore Michaud e il suo collega Jim Cusak. 


3. Andrée, una dei protagonisti del romanzo, ha il suo nome di batteismo, mentre l’ispettore Michaud ha il suo cognome. Forse la ragazzina impersona la sua giovinezza e l’ispettore il  punto di vista della sua maturità?

All'inizio il fatto di dare il mio nome e il mio cognome a questi due personaggi è stato semplicemente come strizzare l’occhio al lettore, per dirgli che l’autrice di nascondeva dietro ciascuno dei suoi personaggi, qualsiasi essi fossero, e, al limite, tutti i miei personaggi avrebbero potuto avere il mio nome, ma questo avrebbe potuto creare una certa confusione. Tuttavia mi rendo conto oggi che ho donato a questi due personaggi, e in modo assolutamente inconscio, molte delle mie caratteristiche. Lei ha quindi ragione nel supporre che l’infanzia della giovane Andrée ha dei legami con la mia infanzia, e che la figura dell’ispettore Michaud è la figura della maturità, con tutti i tormenti e gli interrogativi che vi si possono associare. Io aggiungerei in effetti, che condivido i tormenti dell’ispettore Michaud, anche se non mi sono mai confrontata con una violenza quotidiana come accade a lui, e che invece certi ricordi che gli presto sono anche i miei.


4. Ci sono molte frasi scritte in inglese che non sono state tradotte, come per rimarcare una certa differenza fra i personaggi americani e quelli canadesi. Lei pensa che le persone pensino o si comportino in modo diverso a seconda della loro nazionalità, o forse era così negli anni Sessanta?

Per me è chiaro che la lingua parlata influenza in parte il nostro modo di pensare, anche se ci sono numerosi altri fattori che vanno considerati. So che ci sono molte scuole di pensiero su quest’argomento, ma personalmente aderisco a questo: sì, la lingua di comunicazione naturale di un individuo, la sua lingua materna forgia fino a un certo punto la sua visione del mondo. Detto questo, ho inserito qua e là nel testo dei passaggi in inglese per assicurare la verosimiglianza del racconto. In effetti, dato che le azioni si svolgono in un luogo di frontiera dove si confrontano degli anglofoni e dei francofoni, la verosimiglianza esigeva che questa distinzione linguistica fosse indicata, in un modo o nell’altro. Questa differenza è anche visibile nei discorsi di Andrée, nel suo modo di storpiare l’inglese, nel rimorso dell’ispettore Michaud, che è dispiaciuto di aver perso la lingua dei suoi antenati, nell’intervento di Brian Larue, che farà da interprete per la polizia, ecc. “L’ultima estate” costituisce poi il terzo libro di quella che ho intitolato la mia trilogia americana, che è cominciata con “Mirror Lake” e “Lazy Bird”, due altri miei romanzi. Questa trilogia non è fondata sul ritorno di certi personaggi da un romanzo all’altro o sulla continuità di una narrazione, ma proprio sui temi che affronto, in particolare sulla situazione dei francofoni nel Québec e negli Stati Uniti. In questi romanzi volevo interrogarmi su quanto, al di là della lingua, ci avvicina e quanto ci distingue dai nostri “vicini del sud”, gli americani, che con noi condividono numerosi tratti culturali che, tuttavia, si definiscono in modo differente nel Québec. Si tratta di una trilogia sulla nostra “Americanità”, essendo canadesi del Québec, e sulla nostro situazione particolare essendo francofoni in America.


5. La storia di “L’ultima estate” avviene in una piccola comunità di famiglie americane che sono in vacanza in un campeggio isolato nel Québec. Lei pensa che questo tipo di comunità possono essere sconvolte più facilmente da crimini e violenza?

E’ strano, perché questa domanda mi è stata posta due volte recentemente e io non l’avevo mai pensata in questi termini. Io non credo che i campeggi o i luoghi di villeggiatura siano luoghi più propizi al crimine o alla violenza piuttosto che i luoghi urbani. Credo al contrario che l’isolamento di questi luoghi e la presenza della natura siano dei terreni fertili per costruire una storia che si concluderà in un dramma. Ironicamente una gran parte del mio romanzo più recente, “Tempête”, che è appena stato pubblicato nel Québec, si svolge nello stesso modo in un campeggio dove si sviluppano degli avvenimenti a dir poco violenti. In questo caso preciso, ho scelto ancora il luogo in funzione del suo isolamento, ma anche perché in questo genere di luogo si trova una piccola comunità che, nell’arco di poche settimane, vive una specie di anarchia, staccata dal resto del mondo e sottomessa alla promiscuità.





6. Gli avvenimenti che succedono a Bondrée nell’estate del 1967 cambiano la vita di tutti i personaggi giovani del suo romanzo. Ho amato la sua abilità nel descrivere l’ultima estate dell’infanzia delle quattro ragazza: Zaza, Sissi, Frenchie e Andrée. Penso che il suo romanzo noir sia decisamente anche un Bildungsroman che racconta il passaggio dall’innocenza all’esperienza. Lei è d’accordo con me?

In effetti sono d’accordo con lei. Come dicevo prima, nel caso preciso della giovane Andrèe, l’estate del ’67 segna la fine dell’innocenza e il passaggio a un’età che non è ancora l’età adulta, ma non è più nemmeno quella dell’infanzia. E’ un momento di transizione, una frontiera poco certa dalla quale Andrée ormai guarda il suo avvenire. D’altra parte la questione della frontiera è onnipresente nel mio romanzo: frontiera geografica, frontiera linguistica, frontiera fra l’infanzia e l’età adulta, frontiera fra il bene e il male, fra l’inferno e il paradiso. Nel caso di Frenchie il passaggio sarà ugualmente molto brusco, perché lei perderà nel corso di quell’estate due ragazze delle quali voleva essere amica.  Per quel che riguarda Zaza e Sisy, loro conosceranno solo la spensieratezza di quell’estate senza sapere che sarà la loro ultima estate.


7. “L’ultima estate” sottolinea il potere dell’amore ma anche i suoi aspetti devastanti: Pierre Landry e il suo amore non corrisposto agiscono come un fantasma lungo tutto il romanzo. Jim Cusack, l’assistente di Pierre Michaud, è davvero innamorato di sua moglie ma non capisce che le investigazioni lo stanno portando lontano da lei. Lei ha veramente un’opinione così negativa dell’amore? 

Peccato che questa intervista non sia stata registrata, perché mi avrebbe sentito ridere. E’ vero che non do all’amore un’immagine molto positivo, ma le storie d’amore che durano sono, sfortunatamente, molto poche. Non ho a priori un’immagine negativa dell’amore, ma sono cosciente che si tratta di un sentimento complesso, che unisce individui che essi stessi portano con loro un carico di complessità, e che, a partire da questo fatto, l’amore è un sentimento molto fragile che non può sopravvivere a certe situazioni. L’amore di Pierre Landry, ad esempio, è votato all’eccesso fin dall’inizio, perché si tratta di un amore immaginario. Nel caso di Cusack non mi sono inventata nulla, ho solo ripreso uno dei vecchi clichés che dicono che l’amore non resiste all’assenza. Al contrario, credo di donare un’immagine piuttosto positiva dell’amore nel caso dell’ispettore Michaud e di sua moglie Dottie. Questa coppia è fondata sull’accettazione dell’altro così come è e, proprio per questa ragione, è stato in grado di durare ai venti e alle mareggiate. Dal mio punto di vista, Michaud e Dottie sono l’esempio perfetto dell’amore che, grazie al tempo e alla saggezza, si trasforma in un’unione incondizionata.


8. La musica e le canzoni degli anni Sessanta sono spesso evocate nel suo romanzo. Come fan dei Beatles, mi è piaciuto il tema ricorrente di “Lucy in the Sky with Diamonds”. Quale importanza ha la musica per lei, come donna e come scrittrice?

Quando scrivo mi servo innanzitutto della musica che può testimoniare di un’epoca. I pezzi musicali che attraversano “L’ultima estate” mi sono serviti a situare il momento dove si svolge l’azione e a far entrare il lettore in un certo ambiente e in una certa atmosfera. I pezzi musicali permettono anche di parlare della cultura musicale di miei personaggi, il che corrisponde proprio a uno dei miei propositi della mia trilogia americana: sapere che francofoni e anglofoni di uno stesso continente possono ricongiungersi o distinguersi, non fosse altro che per la musica che ascoltano. Ho anche parlato molto della musica nel mio “Lazy Bird”, il cui titolo è preso da un pezzo musicale di John Coltrane, e il cui personaggio principale è un disc-jokey. La musica, in quel romanzo, occupa uno spazio molto importante ed è grazie alla musica che raggiungo lo stile della narrazione. Detto questo, non sono assolutamente un’esperta di musica e per “Lazy Bird” ho dovuto fare numerose ricerche.


Grazie per il suo tempo e il suo interesse nel rispondere alle mie domande sul suo romanzo.

Ringrazio lei per la sua lettura molto pertinente de “L’ultima estate”.

Ringrazio Marsilio Editore per la collaborazione. Risposte di Andrée Michaud tradotte dal francese dalla sottoscritta, intervista da me ideata per MilanoNera, la potete leggere anche qui